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di Sud

Nel 1963 uscì un film in quattro episodi con uno strano titolo: RO.GO.PA.G, un acronimo dei registi che li diressero: Roberto Rossellini, Jean Luc Godard, Pierpaolo Pasolini e Ugo Gregoretti. Senza volerne a due mostri sacri come Rossellini e Godard, e neanche a un fine intellettuale come Gregoretti, l’episodio che ha lasciato una traccia indelebile, non solo nella storia del cinema, ma più in generale in quella della cultura, è quello di Pasolini.

La ricotta è un piccolo gioiello, un concentrato di arte e pensiero. Rosso Fiorentino e Pontormo, Tommaso da Celano e Verdi, Chaplin e Orson Welles, marxismo e cristianesimo, ricchi e poveri, tradizione e rivoluzione, si incastrano magicamente nel film, che fu sequestrato con l’imputazione di “vilipendio alla religione di Stato”, e con l’accusa di essere “il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”.

E la ricotta? Un colpo di genio di Pasolini, riassumere tutti i temi del film in una solenne mangiata di ricotta, il formaggio più semplice e povero, un prodotto di scarto che, per la legge, non è neppure considerato un vero e proprio formaggio. Alla base della ricotta c’è il siero, la parte liquida del latte residuata dalla caseificazione. Una parte acquosa, povera di grassi ma ricca di proteine che, riscaldate, si coagulano.

Prima che Pasolini la nobilitasse, la ricotta della campagna romana, rigorosamente di pecora, era già celebre. Economica, sta bene dappertutto, da sola o in compagnia, nel salato e nel dolce. Se ad aprile, il suo mese ideale, ne trovate una freschissima, e volete una cenetta leggera, preparate un sughetto di pelati buoni e cipolline fresche, dieci minuti e stemperateci la ricotta con una forchetta. Buono con la pasta, ottimo con il pane.