Salta al contenuto principale

di Sud

Vincenzo Monti abbiamo imparato a odiarlo a scuola. E se non a odiarlo, certamente a ignorarlo, o a dimenticarlo del tutto quando si arrivava a Leopardi. Certo, oggi nessuno avrebbe la pazienza di leggere la Bassvilliana o la Musogonia, e non credo proprio che circolino magliette con i versi della Mascheroniana al posto di quelli dell’Infinito. Ma, accanto, o meglio, dopo, il Monti dei magniloquenti poemi epici e civili, c’è un poeta più intimo.

C’è per esempio la canzone in versi liberi composta nel 1826 Per l’onomastico della sua donna. Monti, settantaduenne e cieco, capisce dalle lacrime della moglie Teresa Pickler che la morte è vicina (lo raggiungerà in effetti due anni dopo) e prova a consolarla. E, dopo tanta enfasi per re e imperatori, Monti, parlando di sé e del suo lascito, trova parole «assai disadorne» (così parvero a Benedetto Croce) ma, finalmente «sincere».

Una sincerità che si ritrova anche nelle lettere private di Monti. Come quelle che scrisse da giovane alla sua amante Clementina Ferretti. Nel 1785 Monti è in un convento romano per gli esercizi spirituali, e descrive la vista dalla sua stanzetta. «Ho salutato il sole che scappa dal Colosseo, e va scacciando la nebbia […] tutta impregnata dell’odore di prezzemolo, di salvia e d’insalatina […] confusi con una gran moltitudine di broccoli e di carciofi».

La data del 1785 è congetturale; ma, congettura per congettura, potremmo assegnare la lettera al mese di gennaio, in ragione delle verdure che crescono nell’orto dei frati. Il broccolo romanesco, in particolare, è tipico di questo mese. “La morte sua” (come dicono a Roma) è  una brevissima bollitura o, meglio ancora, cottura a vapore, poi una ripassata in padella, con olio buono, aglio, peperoncino e, obbligatorie, acciughe dissalate al momento.