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di Lucio Caporizzi

Con l’anno nuovo, sono arrivate anche alcune spiacevoli “sorprese”. Per primi sono arrivati i cedolini delle pensioni, poi via via le altre scadenze di pagamento di stipendi del settore privato e pubblico. Nei cedolini, una minoranza ha trovato, appunto, una sorpresa, cioè l’aumento dell’addizionale Irpef, aumento disposto a suo tempo dalla Regione Umbria per coprire la maggiore spesa sanitaria e rimpinguare anche il resto del bilancio regionale. In realtà non si tratta proprio di una sorpresa, dato che la relativa legge regionale venne, con grande risonanza mediatica, approvata nell’aprile scorso, ma, si sa, la gente tende a dimenticare e, comunque, un conto è sapere qualcosa in astratto, un conto vedere i soldi in meno sulla busta paga.

Il maggior prelievo operato dalla Regione viene, peraltro, mitigato in quanto in parte compensato dalla contestuale riduzione del prelievo Irpef operato dallo Stato, che interessa più o meno le stesse fasce di reddito colpite dall’addizionale regionale. Non è raro, in questi giorni, in luoghi pubblici o comunque frequentati da molte persone, quei luoghi dove ci si lascia andare a chiacchiere in libertà, tipo lo spogliatoio della palestra oppure il bar, sentire battute del tipo “La Proietti mi ha tolto un tot di soldi, per fortuna che la Meloni me ne ha ridati un po’!”, cosa questa che, con un insolito fair play politico-istituzionale, viene riconosciuta – seppur con linguaggio più formale – anche nei comunicati della stessa Regione. 

I dettagli della manovra sono stati in varie sedi ampiamente esposti ed analizzati e quindi ci si limita qui ad un breve “richiamo”, per soffermarsi poi su altri aspetti. 

La Regione ha operato un ritocco dell’addizionale Irpef di propria competenza, che ha portato le relative aliquote a 1,73% fino a 15.000 euro di imponibile, a 3,02% tra 15.000 e 28.000, a 3,12% tra 28.000 e 50.000 ed a 3,33% oltre 50.000. L’incremento sui primi due scaglioni è stato poi sterilizzato grazie ad un’apposita esenzione, mentre per il terzo scaglione vi è un parziale ristoro tramite una detrazione di 150 euro.  Il prelievo aggiuntivo si concentra quindi prevalentemente sullo scaglione sopra i 50.000, nel quale ricadono il 7% dei contribuenti, poco più di 35.000 persone. Si dirà, va bene, ma è anche giusto che venga chiamato a pagare chi più ha. 

Certo, ma la scelta operata dal Consiglio regionale fu non di seguire il criterio della progressività, seguito da altre Regioni – vedi per esempio l’Emilia Romagna – criterio che assicura comunque un adeguato effetto redistributivo, ma di concentrare il prelievo sui due scaglioni più elevati e, come già detto, segnatamente sul più alto. Detto en passant, tale operazione si pone in accordo con il quadro generale relativo al prelievo Irpef in Italia, dato che il 78% dei contribuenti con redditi fino a 35.000 euro versa il 36% dell’imposta totale, mentre il restante 64% è pagato dal 22% di contribuenti che dichiarano redditi superiori ai 35.000 euro e che l’85% della base imponibile Irpef è composta da lavoratori dipendenti e pensionati. Se si aggiunge la perdurante, ampia area di evasione fiscale (non sarebbe da stupirsi se nei primi due scaglioni “esentati” si trovassero un tot di evasori, con redditi reali ben più alti), unitamente al fatto che alle partite Iva che hanno optato per il regime forfettario (possibile fino ad 85.000 euro di ricavi) l’addizionale regionale non si applica, il quadro della platea “scelta” per le addizionali risulta piuttosto chiaro.  

Insomma, tornando al Governo nazionale che rivede in basso le aliquote, proprio per gli scaglioni più elevati, possiamo quindi dire che la scelta politica della Regione Umbria (l’imposizione fiscale è scelta politica per eccellenza) si pone in controtendenza rispetto al Governo nazionale? A Roma si abbassano le tasse sul ceto medio, a Perugia le si alzano? In realtà la contraddizione è in buona parte solo apparente.

In primo luogo va chiarito che se è vero che sullo scaglione più alto la Regione ha spinto al massimo – peraltro come molte altre Regioni, dal Lazio al Piemonte all’Emilia Romagna – l’aliquota media in Umbria è più o meno nella media delle Regioni italiane e questo per via del fatto che le forti aliquote sugli scaglioni più elevati vengono “compensate” da quelle molto basse sulle fasce inferiori.

In secondo luogo non è neanche vero, in realtà, che il Governo abbia ridotto il prelievo fiscale. Secondo le stesse previsioni del Governo, la pressione fiscale in Italia, intesa come la somma di imposte dirette, imposte indirette, imposte in conto capitale e contributi sociali rapportata al Pil, si cifra nel 2025 al 42,8%, il valore più alto dal 2015. 

Il Governo, ad iniziare dalla Presidente del Consiglio, attribuisce tale aumento alla crescita dell’occupazione da lavoro dipendente, seguendo quindi una interpretazione positiva del fenomeno. Ma perché mai questo dovrebbe far aumentare la pressione fiscale? Quest’ultima, come appena detto, è un rapporto; e se le maggiori imposte e contributi pagati dai nuovi e vecchi lavoratori ne fanno crescere il numeratore, i loro maggiori redditi entrano nel Pil e ne fanno dunque crescere il denominatore. Perché allora il rapporto sale?

È vero che il fenomeno è correlato con l’aumento dei lavoratori dipendenti, ma solo perché, purtroppo, i redditi da lavoro dipendente sono tassati più degli altri redditi. Basti dire che i salari contribuiscono al 50% delle entrate fiscali, ma rappresentano solo il 38% del Pil. Quindi quando aumenta la quota dei salari, ciò provoca un aumento delle entrate superiore al corrispondente aumento del Pil, mentre il contrario avviene quando crescono i profitti.

Inoltre, dato che il sistema fiscale è progressivo, rinnovi contrattuali che portano ad un aumento delle retribuzioni salariali portano ad un incremento del gettito fiscale più che proporzionale.. Ma la progressività è rimasta, ormai, “appannaggio” quasi solo dei salari, dato che gli altri redditi godono di imposizione prevalentemente proporzionale, ad iniziare dal lavoro autonomo che opta per la flat tax al 15%. 

Insomma, l’aumento del prelievo fiscale avviene anche a livello centrale, nonostante la limatura di alcune aliquote.

Infine, queste apparenti discrepanze tra politica fiscale a livello nazionale e regionale, sono anche riconducibili ad un quadro di federalismo fiscale avviato a suo tempo e rimasto a metà del guado. Prendendo ad esempio il finanziamento della Sanità, abbiamo che essa è sì una competenza prevalente delle Regioni, ma viene finanziata da un Fondo nazionale, ripartito dal Governo – in concorso con le Regioni – tra le Regioni stesse. Se dunque il Governo vuole farsi bello agli occhi degli elettori riducendo le imposte, può far quadrare i conti, per esempio, tramite una quantificazione del Fondo sanitario inferiore a quanto occorrerebbe per finanziare i Livelli Essenziali di Assistenza. Il cerino passa quindi in mano alle Regioni, le quali devono scegliere se erogare prestazioni inadeguate oppure mettere mano alla leva fiscale di propria competenza per integrare la propria quota di Fondo.

Nel secondo caso, ecco che abbiamo l’apparente contraddizione di cui sopra: il Governo centrale riduce le aliquote e la Regione le aumenta.