La mostra di Palazzo della Penna (chiuderà il 12 aprile) è in continuità con quella su Dorothea Lange: due artiste “scomode” che hanno cambiato l’immagine del mondo.
Chiuderà il 12 aprile la mostra su Tina Modotti in corso a Palazzo della Penna. Si tratta di 200 “pezzi” che non comprendono solo foto, ma anche libri, riviste, costumi.
di Caterina Bon Valsassina
Il 18 dicembre 2025 è stata inaugurata a Palazzo della Penna – Centro per le Arti Contemporanee la prima mostra a Perugia sulla fotografa Tina Modotti (Udine 1896-Città del Messico 1942), curata da Riccardo Costantini, in linea di continuità con la mostra fotografica dedicata lo scorso anno a Dorothea Lange (Hoboken 1895- San Francisco 1965). Entrambe le rassegne sono frutto della collaborazione fra l’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia con la Fondazione Camera ed è difficile non riconoscere nel progetto generale il segno inconfondibile della raffinatezza culturale alla quale l’Assessore Marco Pierini ci ha abituato sia nella sua veste attuale che in quella precedente di Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria.
Quale è il tratto in comune fra l’americana Dorothea Lange e la friulana Tina Modotti? Sono più d’uno gli elementi in comune: essere donne e coetanee, essere fotografe attive nei primi decenni del Novecento, aver scelto come contenuto della propria ricerca temi all’epoca scomodi, non usuali, dai simboli della lotta di classe rivisitati (Modotti) ai campi dei migranti in America (Lange). Le due fotografe, inoltre, si erano conosciute a San Francisco a metà degli anni Venti, Tina la ammirava molto dato che all’epoca Dorothea era già famosa.
Non si è fatta sfuggire questa affinità elettiva fra le due fotografe Elisabetta Rasy che le ha inserite (insieme a Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman) nel suo recente saggio Le indiscrete. Storia di cinque donne che hanno cambiato l’immagine del mondo (Milano, Mondadori, 2021). In un’intervista a «Il Giornale dell’Arte» la Rasy spiega le ragioni di questa scelta «Ero interessata a figure che avevano realmente operato una trasformazione iconografica….sono artefici di una nuova visione: è questo il punto» (Stefano Miliani, «Il Giornale dell’ Arte», 19 settembre 2021).
Delle cinque fotografe «indiscrete» selezionate dalla Rasy Palazzo della Penna ne ha celebrate due, realizzando l’auspicio di Biba Giacchetti, curatrice insieme ad altri dell’ultima mostra sulla Modotti prima dell’esposizione perugina: «Sarebbe interessante mettere a confronto Tina Modotti con altre fotografe del tempo come Dorothea Lange, Consuelo Kanaga, Margaret Mather e Imogen Cunningham» (Mostra Donne, Messico e Libertà: Tina Modotti, Genova, Palazzo Ducale, 8 aprile -9 ottobre 2022).
Rispetto all’esposizione genovese la rassegna perugina è ancora più ricca non solo di fotografie, ma anche di altri materiali (libri, riviste) ed espone per la prima volta uno dei costumi indossati dalla Modotti nella sua attività di attrice per il film The Tiger’s Coat, tratto da un romanzo di Elisabeth Dejeans e prodotto nel 1920 a Hollywood dalla Dial Film Company.
Entrando nel vivo della mostra – organizzata per temi all’interno di un arco cronologico molto breve (1923-1929) – esploriamo come lo sguardo «indiscreto» della Modotti abbia contribuito in modo significativo alla costruzione di una nuova visione. Fin dalle sue prime immagini, realizzate durante l’apprendistato col suo mentore Edward Weston come la serie delle Calle (1920-24), emerge come la fotografa friulana pensi i suoi scatti come forme geometriche, astrazioni per mettere a fuoco dettagli della realtà nel modo più efficace.
Nonostante le sue dichiarazioni ideologiche di rifiuto di ogni estetismo («fotografa, niente di più» dice di sé stessa), anche quando il suo obiettivo indaga lavoratori, architetture, danze folcloristiche, donne di Tehuatepec nella poliedrica e complessa società del Messico, dove si era trasferita da San Francisco nel 1921, possiamo ritrovare in ogni immagine la forma geometrica primaria. Nell’ Uomo con canestro (Messico, 1926-1929) il focus è sul lavoratore in primo piano e sul canestro, un ovale perfetto, mentre lo sfondo è fuori fuoco, o, ancora, nelle Mani di burattinaio (Messico, 1929) è la linea a dominare, la linea delle vene delle mani del burattinaio che si intreccia con le linee di fili che reggono il burattino. Tina ci costringe a guardare la realtà con occhi nuovi. Perfino il simbolo politico internazionale della lotta dei lavoratori nell’ immagine Falce, martello e sombrero (Messico, circa 1927; pubblicato sulla copertina della rivista americana radicale «New Masses» nel 1928), dove la falce e il martello sono inscritti nel cerchio perfetto del sombrero, aumenta la sua potenza comunicativa grazie all’astrazione geometrizzante di Tina. Altrettanto potente è la fotografia con Donna con bandiera (Messico, 1928; pubblicata sulla copertina di «New Masses»), benché ambientata in Messico, l’interpretazione che propone la Modotti tradisce la sua origine italiana tanto che sembra rievocare nella postura della donna con la bandiera in spalla il dipinto risorgimentale di Francesco Saverio Altamura La prima bandiera italiana portata a Firenze del 1859 (Torino, Museo del Risorgimento). Non si tratta di una citazione diretta, ma la riproduzione del quadro di Altamura era circolata in tutta Italia nella seconda metà dell’Ottocento attraverso giornali e riviste, faceva parte di un immaginario visivo nazionale di lotta per la libertà.
Straordinaria nella mostra è la sezione dedicata ai ritratti (attività che Tina e Weston esercitavano anche a pagamento come fonte di mantenimento), che ci fa capire la mole dei contatti intellettuali della Modotti da San Francisco, a Città del Messico, basti citare quelli di Vittorio Vidali, di John Dos Passos, di Vladimir Majakovskij (Messico, 1925-1927).
Nonostante Costantini, nell’introduzione al catalogo, ci metta in guardia rispetto a quello che definisce l’«eccesso di biografismo» che ha caratterizzato finora gli studi sulla Modotti, e nonostante condivida con lui il giudizio sull’importanza e autonomia artistica di Tina fotografa, pure mi sembra che sia impossibile coglierne appieno la qualità e le connessioni culturali senza conoscerne anche la biografia. È difficile, altrimenti, capire quale sia stata l’evoluzione di una ragazza friulana, nata in un ambiente operaio, emigrata nel 1913 a San Francisco per raggiungere il padre dove inizia a lavorare come operaia tessile. Poi da lì il decollo, conosce Weston, si sposa con Roubaix de l’Abrie Richey, discendente di una famiglia creola della Louisiana e residente a Los Angeles, entra in contatto col mondo del teatro. E poi il Messico, l’impegno politico sempre più sentito, l’espulsione dal Messico, Berlino, l’U.R.S.S., la Spagna.
A me è servito molto, per apprezzare ognuna delle immagini fotografiche esposte a Palazzo Penna, aver letto il libro di Alba Scaramucci, Mi chiamo Tina Modotti. Sulle ali della libertà (Perugia, Futura Libri, 2024), una biografia poetica (non romanzata) della Modotti, con la quale l’autrice sente un’affinità di spirito e di intenti che traspare in ogni riga. Suggerisco a tutti questa lettura come un viatico ulteriore per la visita alla mostra, in aggiunta all’ottimo catalogo ricco di contributi edito da Dario Cimorelli Editore.



