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di Giampaolo Bucaneve* 

C’è un momento preciso in cui la medicina smette di essere scienza e diventa politica nel senso più nobile del termine. Non accade nelle aule universitarie, ma nella strada. Accade quando, nello stato del Minnesota (USA), un medico, di fronte a una donna morente, Renee Nicole Good, implora un agente federale armato di poterle controllare il polso. E la risposta che riceve, gelida sono tre parole: “I don’t care” (“Non mi importa”). 

In quel vuoto morale, in quella negazione di umanità, si cristallizza la crisi sanitaria e civile che sta attraversando gli Stati Uniti. Una crisi che ha trasformato gli ospedali da santuari di cura a zone di caccia, e i medici da tecnici neutrali a partigiani di una resistenza disarmata.
Tutto era stato previsto. Nel maggio del 2025, Alice T. Chen e Vivek H. Murthy lanciavano un allarme dalle pagine della prestigiosa rivista di medicina The New England Journal of Medicine (NEJM) con un editoriale dal titolo : “The Power of Physicians in Dangerous Times” (il potere dei medici in tempi pericolosi). Gli autori sottolineavano come, negli Stati Uniti, i recenti e massicci tagli ai finanziamenti dedicati alla sanità attuati dal governo federale ed i cambiamenti ostili dell’orientamento politico verso determinati gruppi etnici rappresentavano una minaccia concreta per la vita e la salute di molte persone. La conclusione era che in “tempi di crisi”, il silenzio dei medici rappresenta un potenziale ulteriore pericolo per il cittadino/paziente. 

Se i contenuti dell’editoriale pubblicato nel 2025 restavano pur sempre una teoria, la lettera/appello pubblicata nel gennaio 2026 dal gruppo Minnesota Physician Voices nello stesso giornale evidenzia quale sia stata la ricaduta pratica e brutale di quanto era stato solo ipotizzato.
In questo accorato appello i medici firmatari illustrano come la presenza dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) negli ospedali ha creato un clima di terrore che ha svuotato le sale d’attesa e i pronto soccorso. Questo , non perché la gente non stia male, ma perché evita di rivolgersi ai servizi sanitari per paura di essere arrestata. Le testimonianze raccolte sono bollettini di guerra: donne in travaglio che arrivano in ospedale senza aver mai fatto una visita prenatale per terrore di essere fermate dalla polizia; pazienti con gravi infezioni che restano a casa pur di non incrociare una pattuglia; reparti di terapia intensiva neonatale in cui le culle non vedono la presenza dei genitori che non osano varcare la soglia dell’ospedale per paura. 

Questa situazione è diventata un esempio emblematico di quello che la bioetica definisce “crisi della doppia lealtà”. E cioè il conflitto che esiste per il medico tra l’obbedienza alle leggi dello Stato e l’obbligo etico nei confronti del cittadino/paziente. E la scelta dei medici è stata netta , in uno scenario, in cui le scelte politiche e la discriminazione sono diventate uno strumento di sofferenza, i medici del Minnesota non si sono limitati ad osservare in silenzio ma hanno organizzato una vera e propria resistenza a favore dei pazienti. 

Hanno trasformato la solidarietà in logistica clandestina. Come riportato nelle cronache i sanitari hanno iniziato a effettuare visite domiciliari di nascosto per evitare che i pazienti dovessero uscire allo scoperto. Hanno creato reti di supporto per consegnare cibo, farmaci ed altri generi sanitari alle famiglie isolate in casa dalla paura. Addirittura, la solidarietà è diventata anche fisica: i medici hanno iniziato a organizzare scorte per accompagnare i colleghi più vulnerabili – magari discriminati per il colore della pelle – alle proprie auto a fine turno, proteggendoli. 

Questi atteggiamenti non devono essere interpretati unicamente come un atto di solidarietà ma rappresentano l’applicazione pratica del concetto di Health as a Bridge for Peace (La difesa della salute come ponte per la pace) un modello adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) 

nel 1997 per supportare gli operatori sanitari nell’erogazione di programmi di salute in situazioni di conflitto e post-conflitto, contribuendo al contempo alla costruzione della pace.
Il presupposto alla base di questo modello è che , mantenendo un canale di umanità aperto (curando “l’altro”, il “nemico”, l'”illegale”), l’azione del medico serve a preservare il tessuto morale della società che permetterà alla società stessa di ricostruirsi una volta superato il periodo di crisi. 

Questa è anche la ragione per cui la risposta dei medici del Minnesota a quel raggelante “I don’t care” dell’agente federale è stata una dichiarazione collettiva, “We Do Care” (“A noi importa”), firmata da decine di professionisti e società scientifiche.
In un mondo che frammenta, che divide tra cittadini ed illegali, tra aventi diritto ed invisibili, l’atto medico di curare “l’altro”, il nemico, il perseguitato, diventa la più alta forma di resistenza pacifica e di solidarietà. La lezione che arriva dai medici del Minnesota a noi, cittadini europei, è chiara: quando le istituzioni gridano indifferenza, la cura degli altri rappresenta la principale risposta ed il più forte atto di resistenza. Perché in un mondo che grida “non mi importa”, il semplice, ostinato e rivoluzionario atto di aver cura rimane l’arma di pace e di solidarietà più potente a nostra disposizione. 

*medico, centro di farmacovigilanza della Regione Umbria

Riferimenti Bibliografici citati 

  1. Chen AT, Murthy VH. “The Power of Physicians in Dangerous Times.” N Engl J Med. 2025; 392:1873-1875.
  2. Trappey BE, et al. “We Do Care.” N Engl J Med. Jan 29 2026; Correspondence.
  3. World Health Organization. “Health as a Bridge for Peace (HBP) policy framework.”
    https://www.who.int/initiatives/who-health-and-peace-initiative