di Lucio Caporizzi
Periodicamente torna in auge il tema dell’Italia mediana o Italia di mezzo, area geografica che coinciderebbe con l’Italia centrale come ci hanno insegnato a scuola (Lazio, Abruzzo, Toscana, Umbria e Marche) ma che, a seconda del criterio seguito, si presenta a geometria variabile, assumendo quindi confini che si allargano e si restringono.
Tale tema, ben presente nel dibattito politico-istituzionale regionale, muove dalla consapevolezza che è importante porsi la questione della dimensione regionale all’interno dei processi di globalizzazione in atto e nel percorso di integrazione dell’Europa.
Storicamente, ormai da circa 150 anni, abbiamo in Italia la Questione meridionale, per via del cronico ritardo di sviluppo economico che caratterizza quest’area, tema sollevato ed analizzato da tanti politici e studiosi, da Sonnino a Villari a Fortunato. Più recentemente è venuta alla ribalta la Questione settentrionale, dove i problemi non sarebbero di attività economiche che ristagnano ma, al contrario, di uno slancio produttivo che non trova spazi adeguati per dispiegarsi in pieno.
Le due aree, pur comprendendo realtà territoriali variegate e molto differenti tra loro, avrebbero però un minimo di identità comune rappresentata, appunto, dal ritardo di sviluppo in un caso e dall’essere il motore produttivo del Paese nell’altro. Vi sono anche matrici storiche che contribuiscono a definire le rispettive identità, la eredità sabauda ed austro-ungarica in un caso e quella borbonica nell’altro.
L’eterno ritorno dell’Italia di mezzo, ma ora necessario realizzarla
Quali sarebbero le caratteristiche e problematiche comuni che possono contribuire a definire l’identità dell’Italia mediana, oltre al fatto – ovvio – di trovarsi in mezzo alle altre due?
Un tema che ricorre quasi sempre è quello dei collegamenti stradali e ferroviari e, quindi delle infrastrutture di trasporto, tema, questo, non a caso al centro dell’attento ed interessante intervento svolto recentemente su queste stesse pagine da Diego Zurli.
L’Italia, si sa, è un Paese che si estende prevalentemente in senso verticale (un Paese troppo lungo, dicevano anticamente gli arabi) e quindi, di conseguenza, le infrastrutture di trasporto si sono sviluppate lungo gli assi Nord-Sud, con la rilevante eccezione della Padania, che estendendosi significativamente in senso longitudinale, presenta assi prevalentemente in senso Est-Ovest.
L’Italia mediana ha quindi sofferto la carenza di collegamenti orizzontali e la nostra regione più di tutte, essendo situata al centro di tale area, appena lambita dai grandi assi stradali e ferroviari che corrono, appunto, in senso Nord-Sud.
Regione “interna” per eccellenza, l’Umbria, l’unica in Italia a non avere né sbocchi sul mare né confini con Paesi esteri. Inoltre, la progettazione e realizzazione di un’infrastruttura di trasporto di valenza interregionale richiede necessariamente un dialogo ed una collaborazione tra le diverse regioni interessate, fattori questi che, quando non si realizzano, determinano un forte rallentamento nell’esecuzione di un’opera, come nel caso della E78, giustamente richiamato da Zurli.
I temi di possibili collaborazioni vanno anche oltre. Circa 10 anni fa, venne sottoscritto un Protocollo d’Intesa tra le Regioni Umbria, Toscana e Marche. In tale Protocollo, oltre alle infrastrutture, si individuavano: Sanità e welfare; la tutela del paesaggio, dell’agricoltura non estensiva e di qualità, del contrasto ai cambiamenti climatici; lo sviluppo economico – ivi incluse iniziative per lo sviluppo locale – ed il sostegno alle imprese dinamiche; formazione e lavoro (genericamente citati); cultura e turismo; gestione dei fondi europei e partecipazione a progetti europei di comune di interesse, ivi inclusa l’ipotesi di costituire un Ufficio di rappresentanza unico a Bruxelles; riforma e riqualificazione della pubblica amministrazione.
In particolare, con riferimento alla Sanità, si prefiguravano progetti di collaborazione nell’ambito dei trapianti, con l’avvio, tra l’altro, di una collaborazione tra le Regioni al fine di arrivare a delle regole uniformi di trattamento e di assistenza alle persone trapiantate presso centri trapianto al di fuori della propria regione, nonché di un Centro regionale sangue, includendo attività di lavorazione del plasma. Sempre in sanità, oggetto di collaborazione interregionale erano anche le importanti attività di Health Technology Assessment (HTA), mettendo in comune in modo coordinato tutte le conoscenze e le competenze sui dispositivi medici che i rispettivi sistemi sanitari regionali hanno sviluppato al proprio interno.
Alcune di tali tematiche, con in più il tema dell’utilizzo delle acque della diga di Montedoglio, si ritrovano anche nel recente Patto tra i Presidenti di Umbria e Toscana, Patto esplicitamente inserito in una cornice programmatica tesa a rivitalizzare l’idea dell’Italia mediana.
E qui torniamo all’incipit di questo articolo ed alla domanda che era sottesa nelle considerazioni iniziali…ma, esiste poi davvero l’Italia mediana?
Si è prima, non a caso, parlato di geometria variabile a proposito della delimitazione di tale ipotetica area sovraregionale. Si, perché se si vanno, nel tempo, ad esaminare i vari tentativi di collaborazione sistematica tra Regioni, si vedrà che il più delle volte le intese sono tra Regioni accomunate dall’avere maggioranze di governo politicamente simili. Le Regioni dell’Italia mediana hanno avuto per molti anni maggioranze di governo di centrosinistra, quando poi questa omogeneità politica si è interrotta, sono anche mutate le combinazioni. Abbiamo visto dieci anni fa il trio Toscana-Umbria-Marche, vediamo ora il duo Toscana-Umbria, dato che le Marche ormai da diversi anni sono governate da maggioranze di centrodestra. In altri tempi abbiamo avuto anche il Lazio più o meno coinvolto, a seconda del colore politico della Giunta.
Ma, a parte le eventuali sintonie politiche, ha senso considerare questa parte del paese come un’area in qualche modo omogenea e, quindi, che presenta una sua identità storica, culturale, sociale ed economica?
Si ritiene che l’Italia centrale, in particolare le tre regioni di cui al protocollo sopra citato, rappresentino un’area che presenta comuni vicende storiche espresse nel valore delle arti, del paesaggio antropizzato, dell’artigianato, dell’organizzazione agraria e delle organizzazioni sociali. Un robusto capitale sociale che si esprime nello sviluppo di forme di associazionismo, volontariato e cooperazione, elemento, quest’ultimo, che si ritrova anche nella struttura del tessuto produttivo, con una prevalenza di piccole e medie imprese sovente organizzate in distretti industriali. Insomma, quello che viene definito “capitalismo dolce”, dove non si esasperano le ragioni della produttività e della competizione, preservando livelli adeguati di qualità della vita.
Intendiamoci, tali elementi si ritrovano anche in altre aree del paese, in particolare nel Centro-Nord. Ma l’Italia mediana potrebbe ambire a proporre un modello di regionalismo che possa al contempo rafforzare la coesione nazionale, evitando il rischio di frammentazioni localistiche che indebolirebbero il paese nel contesto europeo e globale. Un modello teso a creare una coesione locale, territoriale che riduca la competizione per le risorse e, al contrario, intensifichi la cooperazione per migliorare l’efficacia dell’azione di governo e la qualità della vita dei cittadini.



