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di Gabriella Mecucci
Foto ©Emanuele A. Minerva e Agnese Sbaffi

Ci sono luoghi e momenti storici in cui si mettono le fondamenta di un nuovo modo di guardare e di rappresentare la realtà, l’umanità, la natura. In cui nasce e si consolida una vera e propria rivoluzione. E’ successo in tempi a noi vicini nella Parigi dei primi anni del Novecento così come nella Manhattan della seconda metà dello stesso secolo. E accadde, ottocento anni fa ad Assisi: Francesco era già morto ma veniva riconosciuto come l’alter Christus, come il salvatore della Chiesa.  Fu allora che papa Nicolò IV – primo pontefice dell’ordine – dispose che le elemosine servissero per decorare la Basilica. E per lavorarci venne scelto Giotto che ne fece il luogo di una rivoluzione artistica profondamente connessa al carisma di  San Francesco.

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I frati nel commissionare l’opera e nello scegliere chi l’avrebbe realizzata, furono lungimiranti talent scout. Lanciarono nell’olimpo dell’arte Giotto, già conosciuto ma non pienamente affermato. E intorno a lui si formò un’ eccellente “scuola” di pittori, molti dei quali umbri. Basti fare il nome di Puccio Capanna, a lungo sconosciuto e oggi rimesso fra i grandi, e del Maestro di Figline – il primo era nato in Assisi, il secondo in un luogo mai appurato

E così dal “cantiere più importante d’Europa” si irradiò una rivoluzione a cui partecipò l’Umbria tutta intera e che si diffuse in Italia e nel Continente. La fede e l’arte furono alla base  di questo miracolo.

San Francesco aveva messo al centro del suo messaggio la povertà, l’obbedienza, l’amore per il creato attraverso il quale adorare il Creatore, e quindi un nuovo rapporto fra uomo e natura. Fu un cambiamento radicale e per essere rappresentato occorreva inventare un nuovo modo di dipingere, e Giotto lo inventò. Fu lui che superò  definitivamente l’arte  alla “maniera greca”, in debito con la tradizione bizantina, per sostituirla con uomini e donne in carne e ossa, figure dotate di volume e di plasticità, volti pieni di espressione. Il tutto immerso in uno spazio profondo e misurabile, mai piatto ma prospettico. La  natura era amica, serena, in un a parola “sorella”, e gli animali da non temere ma coi quali dialogare.

Dopo la “rivoluzione cristiana” di Francesco non si poteva più dipingere come prima. E Assisi trovò la squadra di artisti, guidata da Giotto, che comprese in profondità il suo messaggio, e lo rappresentò prima nella Basilica Superiore e poi in quella Inferiore. Per questo è lì, nel cuore dell’Umbria, che nacque la modernità e che si sviluppò una temperie culturale che porterà al Rinascimento.

Modernità significò anche l’uscita nel tredicesimo secolo dai monasteri isolati per percorrere le strade del mondo, per entrare nelle città, proprio nel momento in cui si sviluppava il fenomeno dell’urbanesimo. Questo fecero i francescani e nel quindicesimo secolo arrivarono persino a fondare i Monti di Pietà.

Giotto tradusse in immagini la vita e la fede di San Francesco, mediate dall’interpretazione che ne dette San Bonaventura. Questi faceva parte dell’ordine francescano al cui interno si era sviluppata, dopo la morte del santo e in parte sin da prima, una diatriba fra gli spirituali e i conventuali: Un confronto acuto caratterizzato da differenze radicali. I primi volevano un’applicazione letterale e rigorosissima della regola mentre i secondi erano più moderati. San Bonaventura interpretò nel modo più “morbido” il messaggio e lo rese in una certa misura più vivibile. Continuò a rivendicare la povertà, ma non negò del tutto il possesso. Quanto allo studio, verso il quale Francesco nutriva diffidenza preferendo l’esperienza diretta, ne recuperò tutta l’utilità, a patto che non servisse a prevalere sugli altri, del resto San Bonaventura insegnava alla Sorbona. La sua “lettura” del pensiero di Francesco  inspirò tutti gli affreschi di Giotto e soprattutto quelli che raccontavano la vita del santo.

Da questa ricostruzione storica della “rivoluzione” nell’Umbria  ha preso le mosse un appuntamento culturale di straordinaria importanza che riguarda due fondatori dell’identità nazionale: Francesco e Giotto, e che  è parallelo al momento più alto dal punto di vista religioso, rappresentato dall’esposizione delle spoglie del santo ( 22 febbraio – 22 marzo): le prenotazioni stanno sfiorando quota 400mila e non sarà possibile andare oltre per ovvie ragioni di gestione dell’enorme folla che sta per riversarsi su Assisi.

La presentazione della mostra (14 marzo – 14 giugno) è avvenuta nel corso di una conferenza stampa al Ministero dei Beni Culturali. Sarà divisa in sette sezioni e conterrà 60 opere: di Giotto, di Simone Martini, di Pietro Lorenzetti e della scuola umbra, capolavori provenienti da tutta Italia e da alcuni fra i più importanti musei del mondo, a partire dalla National Gallery. Alla conferenza stampa hanno parlato: oltre ai due curatori – Veruska Picchiarelli e Emanuele Zappasodi – anche il  direttore generale dei musei, Massimo Osanna che ne ha esaltato la grande qualità culturale. Ha aperto l’incontro il direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, Costantino D’Orazio che ha messo in evidenza come sia un’ operazione tutt’altro che  “perugiacentrica”, ma abbracci l’intera regione: ci saranno infatti anche iniziative sul territorio. Importante la pubblicazione di una guida sull’ arte in Umbria al tempo di Giotto.

Hanno poi preso la parola il Vicepresidente della Regione Tommaso Bori, la sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi e il Presidente del Comitato per le Celebrazioni dell’Ottavo Centenario, Davide Rondoni. Tutti hanno riconosciuto che la mostra rappresenta “un’operazione coraggiosa” per la complessa rilettura della rivoluzionaria modernità di Francesco, di Giotto e degli altri maestri. Nonché  dell’intero “cantiere” di Assisi e dell’Umbria.