di Giacomo Porrazzini
Le nuove esigenze di sviluppo dell’Umbria, nell’intreccio fra le sue storiche difficoltà strutturali, da superare, e le sfide sul futuro della transizione ecologica, da raccogliere, pone l’urgenza di un disegno integrato, su tutta la partita energetica regionale e locale, quale perno di una strategia di crescita economica e sociale. Nuova energia quale fattore trainante di una evoluzione del modello di specializzazione umbro. Un “patto” per una transizione energetica “sostenibile”, basato sulla storia e sulle specificità che caratterizzano il territorio e la popolazione che lo vive.
A tale scopo, si dovrebbe adottare una strategia multisettoriale, finalizzata all’attuazione di misure pervasive di mitigazione delle cause dell’emergenza climatica e di adattamento ai mutamenti che si sono ormai prodotti; sapendo che la indispensabile decarbonizzazione delle attività umane, passa per il campo prioritario dell’energia. Vediamone gli aspetti principali.
Anzitutto, l’uso razionale dell’energia, nella produzione manifatturiera e nelle attività civili, quale mix virtuoso di efficienza e risparmio, finalizzato alla riduzione della domanda di energia, con oneri di realizzazione che vantano il miglior rapporto costi/benefici. La Commissione Europea lo ha messo in testa alla sua politica energetica ed ha stabilito, con Direttiva 1791/2023, i risparmi energetici obbligatori, al 2030. l’Italia non ha raggiunto gli obiettivi specifici del Pniec, malgrado dal 2021 al 2023 vi sia stato il grande contributo di superbonus e PNRR. Fra i paesi dell’Unione, infatti, l’Italia si situa al quattordicesimo posto come livello e al ventunesimo per andamento; non siamo più il paese leader dell’efficienza energetica, come era stato in passato e abbiamo un ritardo da recuperare, a scala sia nazionale che regionale.
Attualmente, i tre settori principali: manifatturiero, trasporti e residenziale, mostrano andamenti diversificati nell’adozione di misure di efficientamento energetico. Il settore industriale mostra una riduzione più marcata dei consumi energetici finali, mentre, rispetto agli obiettivi al 2030, soprattutto per edifici e trasporti, si evidenziano le maggiori difficoltà e ritardi, rispetto agli obiettivi della transizione energetica, malgrado siano responsabili del 44% delle emissioni di gas serra.
Se sommiamo il contributo dell’efficientamento energetico, nel settore della generazione di elettricità, e quello delle fonti rinnovabili, scopriamo che i risparmi energetici conseguiti, dal 2000 al 2023, costituiscono la prima fonte di energia, in termini quantitativi (58 Mtep, contro i 51 Mtep del gas e i 49 dei derivati petroliferi). Per intervenire, in modo sistemico, sul risparmio sarebbe utile provare a dimensionare un mercato regionale dell’efficienza energetica, per valutarne le opportunità economiche e di lavoro che può aprire. Si potrebbero ricercare, con il sostegno delle banche dati e dell’A.I., i KPI (indici chiave di prestazione), come i “Kwh/unità di prodotto” per i settori produttivi e come indici di prestazione, ovvero ” l’EPI = Kwh/mq superfici riscaldate”, per i settori civili. Ricavati i KPI esistenti e confrontandoli con indici benchmark, nei tre settori presi in esame (manifatturiero, trasporti e residenziale), si può stimare il gap medio esistente e la quantità d’investimenti pubblici e privati necessari per colmarlo, con le ore lavoro che possono essere prodotte, nonchè le possibili misure incentivanti.
Con il risparmio, vanno prese in considerazione le Fonti rinnovabili di energia (FER) per la realtà locale umbra, in base alle sue caratteristiche distintive: da quelle ambientali e naturalistiche, oggetto di tutela, a quelle industriali e del settore energetico stesso. Con lo sviluppo delle Fer, si può perseguire, per l’Umbria, l’obiettivo di una maggiore autonomia energetica green. Nella gestione dello sviluppo delle Fer è essenziale adottare sistemi di valutazione costi/benefici, sia per la parte economica, sia per quella sociale ed ambientale; i criteri di valutazione da adottare dovrebbero utilizzare il confronto tra diverse soluzioni, ipotizzando diverse fonti, diverse tecnologie e diverse taglie impiantistiche. di confronto di merito, con la cultura conservativa del paesaggio che spesso va in contrasto con lo sviluppo delle FER.
In questa direzione, occorre inserire, nei criteri di valutazione, le indicazioni della scienza del paesaggio. Si tratta, nella programmazione di settore, articolata per singola fonte, di indicare, come obiettivo, la rispettiva percentuale di concorso ad una produzione di energia elettrica pulita, aggiuntiva, di almeno 800 Gigawh; quantità idonea a portare l’autonomia energetica regionale, con fonti green, dal 55% attuale ad almeno il 70%, nei prossimi 25 anni. Anche in tale caso, sono stimabili gli investimenti necessari e le ricadute positive su imprese, lavoro ed economia locale.
Lo sviluppo su larga scala delle Fer, per la sostenibilità e l’autonomia, è funzionale alla decarbonizzazione del settore industriale e civile ed alla copertura, climaticamente neutra, dei maggiori consumi elettrici previsti. Per la scelta della quota di ciascuna Fer, nella maggiore capacità di generazione green di energia elettrica, sono da considerare diversi fattori: dagli impatti ambientali e naturalistici, distintivi di ciascuna tipologia, ai costi finali per Kwh, nonché, le risorse imprenditoriali e professionali disponibili per la possibilità di dar vita a filiere locali, anche parziali, ma, capaci di alimentare una subfornitura di specialità. Tra le risorse professionali, gli Energy Manager, considerati sinora per lo più alla stregua di un adempimento normativo, sono invece da considerare piuttosto una leva strategica per la competitività, nell’innovazione energetica di aziende private e del settore pubblico.
Un fatto strategico per dare efficienza, rapidità e consenso allo sviluppo delle Fer è il rispetto dei diritti dei territori. Se si dovesse seguire lo schema del recente Decreto ministeriale “rinnovabili” che, su 37 Gw di nuova capacità da Fer, assegna il 61% all’eolico e il 37% al fotovoltaico ci troveremmo, in una regione come l’Umbria, ricca di ambienti naturalistici unici, valli strette e colline ricche di antichi borghi e priva dell’offshore marino, in un quadro impraticabile. Ogni Regione deve poter decidere, con propri atti di programmazione e tempi definiti, le quote assegnabili a ciascuna Fonte rinnovabile, senza lasciarla in balia di logiche burocratiche ministeriali o di mercato speculativo. La competenza regionale e locale consente, oltre alla scelta delle aree idonee, la tipizzazione locale di ciascuna Fer, per la dimensione, la tipologia (asse orizzontale, asse verticale, dimensione pale, ad esempio per l’eolico e numerosità degli aerogeneratori; agrivoltaico in base alle colture agricole). La vertenza umbra, contro le autorizzazioni ministeriali calate dall’alto, sull’eolico, ha un valore esemplare e dirimente sotto questo profilo.
Le Fer portano con sè anche nuovi soggetti protagonisti, sociali, imprenditoriali, professionali, nella generazione e nella gestione. Pensiamo alle CER; sono appena 10 operative in Umbria, incrementabili almeno fino a 150-200, per rendere i “prosumer” veri protagonisti della transizione. Gli incentivi nazionali, sinora, hanno riguardato Comuni di piccola dimensione. Anche per le città di media e grande dimensione, vanno predisposte misure incentivanti, comprensive di adeguamenti alla normativa di tutela dei centri storici, per aprire anche a queste grandi realtà insediative le opportunità dell’auto produzione di energia pulita; utilizzando anche recenti sviluppi tecnologici, nella forma e colore dei pannelli fotovoltaici, come, anche, la produzione virtuale a distanza.
Lo sviluppo delle Fer porta con se l’adeguamento delle reti e l’apprestamento di sistemi adeguati di stoccaggio; con le misure tecnologiche vanno approfondite, per l’importanza che hanno, anche le modalità di verifica del consenso da parte delle comunità locali interessate. L’obiettivo da perseguire è quello di rendere, i cittadini, soggetti attivi della nuova stagione dell’energia della transizione, con un consenso che integri valori e convenienze economiche. Sono loro il fattore di successo o meno di una strategia per la sostenibilità dello sviluppo. Non a caso l’Agenda 2030 dell’ONU, lo sottolinea con grande determinazione.
D’altra parte non può essere eluso il tema delle risorse necessarie. La transizione non si fa senza investimenti pubblici e privati, inediti per dimensione e continuità nel tempo. A livello europeo, a tal fine è stato proposto dai consulenti della Commissione europea, fra i quali Draghi, un piano pluriennale con dimensione finanziaria di 600 miliardi/anno, di cui almeno 150 pubblici, ad effetto leva. Le fonti di raccolta delle risorse, non possono essere solo nuovo debito e le ordinarie entrate di bilancio comunitario o nazionale, ci devono essere introiti aggiuntivi, di tipo fiscale o para fiscale, correlati alla “impronta ecologica” , di carbonio degli emettitori di gas serra; in tale quadro va aperta una discussione europea e nazionale su come vengono utilizzati e ripartiti, fra le regioni, i proventi della concessione dei certificati di emissione pagati dalle grandi industrie energivore, gli ETS.
Si tratta di una fonte d’entrata imponente che dal 2013 al 2024 ha cumulato entrate per 260 miliardi di euro, solo in minima parte (in Italia appena il 9%) reimpiegati per lo sviluppo delle tecnologie green e le azioni di decarbonizzazione. L’utilizzo dì tali disponibilità va liberato da destinazioni diverse, come accade attualmente e finalizzato, solo, alla transizione ecologica ed energetica, anche con una coerente ripartizione territoriale. Potrà, inoltre, essere utilizzato parte dell’extradebito per le tecnologie green, concesso all’Italia, per 14 miliardi in due anni, dalla Commissione Europea, a condizione che una sua quota venga ripartita su base regionale, per sostenere, al livello territoriale, la programmazione di settore. Anche una rinegoziazione, con i concessionari idroelettrici attuali, dei canoni idrici, con quote allineata a quelle ottenute, recentemente, da altre Regioni, può costituire una fonte aggiuntiva e finalizzata di entrate dedicate alla transizione, sia a livello regionale che comunale, per un ordine di grandezza in Umbria di 20 milioni/ anno. Poi, esistono fondi di coesione europei che possono essere meglio finalizzati per la transizione, se ne vogliamo fare l’asse distintivo del nuovo sviluppo, di qualità, della nostra regione. L’occasione del PNRR, non è stata colta. Non si può mancare una seconda possibilità.



