di Giampiero Rasimelli
Foto ©F. Troccoli
E’ calato il sipario sull’edizione 2026 di Umbria Jazz Festival. Un’edizione memorabile per cast artistico e qualità musicale, per intensità degli eventi e partecipazione di pubblico pagante e non agli spettacoli dell’Arena e nei teatri, come agli eventi gratuiti proposti in tutto il centro storico perugino. Ieri alla Conferenza Stampa di chiusura del Festival il Presidente e il Direttore artistico di Umbria Jazz hanno dichiarato i record raggiunti da questa edizione: oltre 46.000 spettatori paganti e oltre 3 milioni di incasso al botteghino. Record significativi che la dicono lunga sulla salute della manifestazione e sul suo valore per Perugia e per l’Umbria.
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Il Presidente Mazzoni ha però sottolineato, oltre ai record quantitativi, la forza del valore culturale di Umbria Jazz, qualcosa che ne segna l’identità e l’attrattività, qualcosa che lo ha reso e lo rende immune, nella sua ormai lunga storia di più di mezzo secolo, da crisi d’epoca, da crisi organizzative e in qualche caso finanziarie, da mutamenti politico-istituzionali, da emergenze improvvise, vedi il Covid, da trasformazioni sociali e di mercato. Umbria Jazz ha una matrice culturale nel contempo definita e aperta. E’ un Festival Jazz che esprime il meglio di questo genere musicale e che dialoga dall’inizio con tutta la musica “colta” e con la musica popolare d’eccellenza (pop, rock, blues, soul, samba, bossa nova ecc…). E’ appunto un Festival Colto e insieme una grande festa popolare. E’ Umbria Jazz, con un carattere preciso, distinguibile, lavorato dal tempo con un clima suo, che si respira solo nei suoi teatri, nei suoi spazi, nella città che lo interpreta, ha una sua storia e una sua memoria, che si ricollegano nel passare degli anni e si proiettano costantemente al futuro, al di là dei successi e delle avversità.
Tutto questo ha un riscontro concreto. Non solo la “gente” del Jazz che ritorna ogni anno, il nocciolo duro della manifestazione. Non solo il turismo o la gente umbra che vengono a respirare il clima della manifestazione inebriandosi di festa e di musica. Ma negli anni si è cementato un rapporto particolare tra Umbria Jazz e gli artisti che è un tesoro e una proiezione al futuro della manifestazione. Vedete, quando si compone il cartellone artistico del Festival, non è che ci si mette a tavolino e si telefona a questo o a quello. Ogni anno il mercato propone dei tour mondiali o europei o nazionali di artisti importanti, i manager degli artisti compongono i loro calendari che misurano le offerte e le richieste delle varie manifestazioni. Quest’anno c’era una particolare ricchezza di questi tour (speriamo possa essere sempre così, perché è un segno positivo in un mondo costantemente minacciato dalla instabilità). Poi sta certamente al Festival decidere di aderire sia sul piano artistico che dei costi alle diverse offerte (e qui c’è l’abilità consolidata dello staff artistico di Umbria Jazz). Ma ciò che impressiona da sempre è la volonta’, il piacere degli artisti di venire a Perugia e all’edizione invernale di Orvieto. Il riconoscere la presenza ad Umbria Jazz come un upgrading, un salto professionale e artistico e un piacere personale nel respirare il clima culturale e di festa che si percepisce in questa manifestazione. Così si spiegano i ritorni di Sting, di Batiste, di Laurie Anderson, di Loyd, di Blanchard e di Bollani, la scelta di Zucchero e di Costello, carriere luminose e di lunga data, la di venire per la prima volta a Perugia, di Snarki Puppy e della Metropole Orkest di proporre in esclusiva ad Umbria Jazz la loro opera stellare, il loro sogno musicale, oppure l’emozione di Judith Owen, dopo essere stata presente in diverse occasioni ad Orvieto, di esibirsi sul palco dell’arena Santa Giuliana. E si è perso ormai il conto dei giovani artisti di ieri e di oggi che hanno trovato una prima o definitiva consacrazione nei giardini, nelle piazze nei teatri di Umbria Jazz. Tutto questo fa memoria, costruisce una comunità di artisti, dà un senso alla manifestazione, alle performances musicali, da un carattere al festival di ieri di oggi e di domani. Anche quest’anno hanno suonato al Festival 500 artisti nel cartellone stratosferico che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare.
Questo vale certamente quanto e più dei numeri (pur fondamentali, sempre). Costruisce e produce storie belle da vivere, da raccontare e conoscere. Veniamo all’ultima serata, sorprendente come tutte le altre, con le piazze stracolme di pubblico e di artisti scatenati. Poi all’21 comincia il programma dell’Arena Santagiuliana. Sale sul palco una signora gallese di 57 anni Judith Owen, acclamata artista che canta blues, soul e jazz con un’energia straripante e con una band classica che è un’energica macchina del ritmo. Ho già detto della sua emozione nell’esibirsi a Perugia, ma una volta sul palco non si può dire che non abbia lasciato il segno, a me ha ricordato spesso lo stile di Amy Winehouse o la Donna Summer cui ha dedicato il bis finale apprezzatissimo dal pubblico.
In questa serata tutta British alla fine arriva Elvis Costello con The Imposters e la partecipazione di Charlie Sexton. Una ventata di anni 70 e 80, forte e genuina. Il rock britannico ha una sua vena riconoscibilissima e Costello ne è grande autore ed interprete, uno dei migliori 100 musicisti di tutti i tempi (secondo la rivista specializzata Rolling Stone). Una band anziana che si presenta dimessa nel look e nell’età, ma che appena accende il volume espande energia e fa muovere le seggiole del pubblico. Curioso personaggio Costello, ha detto ad inizio concerto “Sono per la prima volta ad Umbria Jazz, io ho un rapporto particolare col Jazz, mio padre suonava con orchestre Jazz, ha suonato anche con il grande Dizzy Gillespie, io ho sempre voluto fare un’altra cosa. Quando hanno telefonato da Umbria Jazz pensavo che volessero mia moglie (Diana Krall, grande jazzista cresciuta ed acclamata tante volte ad Umbria Jazz) che è spesso a Perugia e mi ha tanto parlato del Festival … ho deciso di venire ed eccomi qui!”. Fantastico! … è quanto si diceva prima degli artisti ed Umbria Jazz … Costello ha continuato il concerto Britisch nel quale si riconoscevano chiaramente le radici del pub rock, quello londinese e dell’Inghilterra profonda e di cui si percepivano perfettamente l’identità e le venature profonde, suoni dei Beatles, dei Rolling Stones, di Lou Reed, del punk inglese … e un ricordo americano della collaborazione con Bacharach.
Ora la festa è finita e come ha fatto la Sindaca Ferdinandi bisogna ringraziare, oltre che lo staff solido e competente della Fondazione Umbria Jazz, oltre che Carlo Pagnotta che è l’anima di questa comunità, la città di Perugia che ha saputo ospitare con entusiasmo ed operosità il Festival, una città sempre aperta all’accoglienza, all’incontro di culture ed esperienze musicali diverse e che per questo da sempre è un simbolo di dialogo e di pace conosciuto in tutto il mondo. E c’è sicuramente da ringraziare la squadra istituzionale, come l’ha chiamata la Presidente della Regione Proietti, che sostiene la manifestazione. Per fare una grande manifestazione ci vuole una grande identità, una grande organizzazione, e grandi numeri, in risorse e pubblico. Quest’anno abbiamo due grandi novità e una importante conferma. Per far fronte ad un bilancio complessivo di circa 7 milioni di euro. Alla crescita dei costi artistici, della sicurezza e delle forniture, c’è un aumento delle entrate da sponsor privati che raggiunge quota 900.000, un aumento veniente dalle biglietterie sopra i 3 milioni e la conferma, assolutamente non scontata in questi tempi di crisi e tensioni di circa 2,3 milioni di finanziamento pubblico, tra enti locali e Stato. Il resto viene dalla vendita dei servizi commerciali. Per fare un grande festival ci vogliono grandi idee, grande appeal e molti soldi e l’aumento degli incassi deriva sempre dalla qualità e quantità degli investimenti. Non sempre nella storia di Umbria Jazz si è avuta questa consapevolezza, da qualche tempo la squadra “sembra” funzionare ed è solo così che si deve guardare al futuro, nell’interesse di tutti.
Giampiero Rasimelli



