di Andrea Terenzi
In una regione piccola non si vince cercando di presidiare tutto. Si vince scegliendo poche filiere, concentrando risorse, competenze e visione politica. Per l’Umbria la vera sfida non è “fare sviluppo” in astratto, ma decidere dove investire per costruire direttrici che possano crescere ed avere massa critica. In tal senso alcune parole chiave, considerando l’attuale contesto regionale ed europeo, il quadro normativo comunitario e le potenzialità/vocazioni della regione, sono: materiali, recupero di materia, energia, digitalizzazione. In questo quadro il contesto territoriale ternano può essere il fulcro da cui partire. Ma solo se il progetto di sviluppo resta regionale.
L’Umbria si muove dentro un quadro economico che non consente dispersioni. La crescita resta contenuta e più lenta rispetto ad altre regioni italiane e alla media UE, il vantaggio competitivo della regione non può nascere da leve legate all’estensione territoriale né da alcuni strumenti agevolativi della zona ZES. Occorre puntare su alcuni temi di sviluppo chiave e investire in modo concentrato le risorse regionali disponibili, anche sviluppando progetti pilota. La provincia di Terni, con l’asse Terni-Narni-Nera Montoro, rappresenta oggi il punto più denso in cui si incontrano importanti realtà industriali su alcune filiere rilevanti quali materiali, siderurgia, energia, chimica verde e manifattura avanzata che insieme ad altri contesti territoriali sulle direttrici di Foligno-Perugia-Nord dell’Umbria costituiscono una solida base industriale su cui poggiare i futuri piani di sviluppo. Parlando di sviluppo non si può fare a meno di considerare il ruolo della ricerca universitaria e degli organismi di formazione. Si tratta di integrare tutto questo in una idea progettuale che sappia anche sfruttare le potenzialità degli strumenti per la trasformazione digitale dei processi produttivi.
Se si considera il contesto normativo europeo sull’economia circolare e lo sviluppo sostenibile insieme alle direttrici fondamentali su cui ha deciso di orientare diverse risorse (anche in questa inevitabile fase di assestamento); la traiettoria più credibile su cui far passare un progetto di sviluppo regionale, passa da tre assi: recupero di materia, energia e digitalizzazione come infrastruttura trasversale.
L’Umbria ha davanti una questione che non è più rinviabile: capire che cosa vuole essere industrialmente almeno nel prossimo decennio. I dati più recenti mostrano una regione “più lenta” delle altre regioni a forte vocazione industriale del centro e nord Italia e d’Europa. L’Umbria ha il profilo di una regione che galleggia, senza tenere il passo dei migliori e avvicinandosi pericolosamente a contesti territoriali in crisi. E in un contesto di questo tipo una politica industriale che disperde risorse in troppi settori sarebbe un errore: una regione di dimensioni contenute deve scegliere pochi assi, costruirvi sopra continuità amministrativa, politiche coerenti e strumenti di accompagnamento, fino anche a sviluppare dei progetti pilota.
Se si guarda con questo criterio alla geografia produttiva umbra, la provincia di Terni emerge come il baricentro più naturale di una strategia regionale. Non perché debba assorbire tutto, ma perché lì si concentra una combinazione rara di siderurgia, materiali, energia, chimica e manifattura avanzata. Il caso simbolo è Acciai Speciali Terni: l’Accordo di Programma firmato nel 2025 prevede investimenti complessivi per oltre un miliardo di euro in due fasi. Nel piano rientrano temi chiave quali energia (efficientamento energetico, produzione e utilizzo del vettore idrogeno verde, innovazioni nel comparto a caldo, ecc.) e recupero di materia (progetto di trattamento e recupero scorie con nuova “Rampa Scorie” per contenere le emissioni diffuse e migliorare la gestione ambientale del sito) in una ottica complessiva di migliorare il processo produttivo da diversi punti di vista compreso quello ambientale. Questo dimostra che Terni non è soltanto una città industriale, ma è uno dei luoghi italiani in cui la transizione ecologica si sta misurando con la manifattura pesante. Terni e l’Umbria devono lavorare per dimostrare che è possibile puntare alla sostenibilità senza rinunciare all’industria.
Attorno a questo fulcro esistono già diverse altre realtà industriali che, insieme, meritano di essere considerate come sistema e non come somma di imprese. A Terni, Novamont ospita impianti dedicati alla produzione di polimeri compostabili e altri materiali largamente basati su risorse rinnovabili come il Mater-Bi, lOrigo-Bi e Matrol-Bi, utilizzati peraltro da aziende che li trasformano in imballaggi compostabili per la GDO e in sacchetti per la raccolta della componente umida dei rifiuti solidi urbani. A Narni, Tarkett produce linoleum riciclabile utilizzando ingredienti per larga parte naturali e rinnovabili. A Nera Montoro, Alcantara collega da anni attività produttiva e centro di ricerca che ha portato alla produzione di prodotti a base acqua e alla neutralità climatica come dichiarano nel loro rapporto di sostenibilità; sempre a Nera Montoro, Exolon sviluppa la linea ECORANGE, basata su materie prime riciclate o rinnovabili. Questi solo per citare alcuni esempi che potrebbero arricchirsi ulteriormente con altre imprese del territorio. L’insieme di queste realtà racconta un dato politico prima ancora che economico: in Umbria esiste già una base concreta per una filiera dei materiali sostenibili, del recupero di materia e dell’innovazione di processo.
Ma sarebbe sbagliato trasformare tutto questo in una narrazione solo ternana. L’Umbria non coincide con Terni; semmai Terni può diventare il punto di gravità di una rete più ampia. Foligno e il suo intorno ospitano una filiera aerospaziale strutturata: Umbria Aerospace Cluster si presenta come l’associazione che rappresenta l’industria regionale operante nei settori dell’aeronautica, dello spazio e della difesa. Nel resto della regione, inoltre, la meccanica, l’industria legata al comparto agro-alimentare e l’industria legata al tessile e alla moda continuano a essere riconosciute come specializzazioni strategiche. A tal proposito, nel febbraio 2026 la Regione ha avviato ufficialmente il percorso per costituire il cluster della meccanica agricola umbra, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare un comparto definito identitario e strategico per il sistema produttivo regionale. La lettura corretta, allora, non è “puntare tutto su Terni”, ma costruire una regia che usi Terni come fulcro e metta in relazione Terni, Narni, Nera Montoro, e il resto della regione dentro una stessa idea di sviluppo.
Come detto inizialmente, un progetto di sviluppo economico mirato potrebbe puntare su tre assi principali.
Il primo asse di questa strategia potrebbe essere il recupero di materia. Ed è probabilmente il più coerente con il nuovo quadro europeo. La Commissione sta concludendo il percorso che porterà all’applicazione del Regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggi, sottolineando che l’attuale processo industriale degli imballaggi continua a usare grandi quantità di materie prime vergini e che i livelli di riuso e riciclo restano troppo bassi, rappresentando un ostacolo a un’economia più circolare e resiliente. Per l’Umbria questo ha un significato molto concreto: chi saprà sviluppare competenze su design for recycling, selezione, rigenerazione, qualità dei flussi e impiego di materia seconda entrerà in una domanda non più solo “ambientale”, ma sempre più regolata e strutturale.
C’è però una ragione ancora più forte per cui il recupero di materia dovrebbe diventare una scelta industriale centrale: la resilienza. Gli ultimi anni hanno mostrato quanto l’Europa sia esposta agli shock esterni. Pandemia, guerra, tensioni geopolitiche, crisi energetiche e interruzioni delle catene di fornitura hanno reso evidente che il continente resta fortemente dipendente dall’esterno sia per le risorse energetiche sia per molte materie prime critiche. La Commissione, con il Critical Raw Materials Act, ha tradotto questa vulnerabilità in obiettivi industriali: fissando dei livelli percentuali chiari a partire dal 2030 per la copertura del fabbisogno annuo europeo di materie prime strategiche che devono provenire dal riciclo. Per una regione manifatturiera come l’Umbria, puntare su recupero di materia e rinnovabili non significa inseguire una moda; significa ridurre esposizione a volatilità dei prezzi, scarsità di approvvigionamento e tensioni internazionali che si scaricano subito sui costi industriali.
Il margine di crescita, del resto, è ancora grande. Nel 2023 solo l’11,8% dei materiali utilizzati nell’economia europea proveniva da materiali riciclati; per i materiali fossili, categoria nella quale rientrano anche le plastiche, il tasso di circolarità era ancora peggiore. Questo non dice soltanto che l’Europa è ancora “poco circolare”; dice anche che esiste un enorme spazio industriale per chi saprà costruire filiere efficienti di materia prima seconda (MPS). Per l’Umbria, dunque, recupero di materia e sviluppo delle rinnovabili dovrebbero essere letti come una stessa strategia di autonomia competitiva: non autosufficienza, che sarebbe irrealistica, ma minore vulnerabilità strutturale.
Dentro questo asse si colloca un tema decisivo e spesso trattato in modo superficiale: il riciclo degli imballaggi alimentari per nuove applicazioni alimentari. Qui il problema non è soltanto tecnico; è soprattutto regolatorio e sanitario. La Commissione europea ricorda che per i materiali plastici destinati al contatto con alimenti per poter considerare le tecnologie “suitable” occorre lavorare su riciclo da catene chiuse e controllate. Allo stato attuale il riciclo meccanico del PET ha una filiera approvata ed è ampiamente usato nel packaging alimentare. Tuttavia, per le poliolefine (HDPE, PP in particolare) raccolte dal rifiuto urbano EFSA non ha ancora potuto concludere che i processi siano idonei, e quindi non ci si può ancora attendere una presenza consolidata di poliolefine riciclate food contact sul mercato. Questo non riduce l’interesse del riciclo; lo rende più serio. L’Umbria potrebbe puntare su un progetto pilota del riciclo delle poliolefine food-contact, che mette insieme le ricerche portate avanti da diversi gruppi dell’ateneo regionale, le imprese operative nel riciclo e nella produzione di packaging alimentare e gli organismi di governance regionali, con lo scopo di creare dei proof-of-concept che costituiscano una base solida per la futura approvazione di queste tecnologie che potrebbe portare alla nascita di nuove filiere di sviluppo basate sul recupero di materia. Questo sviluppo non andrebbe in competizione con l’importante filiera presente in regione sugli imballaggi compostabili, poiché questi materiali sono già allo stato attuale destinati a funzioni diverse. Quindi questo sviluppo andrebbe ad affiancare e completare la filiera del packaging compostabile con una ulteriore linea sempre orientata verso l’economia circolare.
Le prospettive economiche di questo primo asse sono buone, ma a una condizione: specializzarsi. Secondo Plastics Recyclers Europe, nel 2024 il settore europeo disponeva di 13,5 milioni di tonnellate di capacità installata ma attraversava una crisi competitiva, con chiusure di capacità, margini compressi e difficoltà a crescere al ritmo necessario per i target europei. Per l’Umbria questo non significa che non ci sia spazio. Significa il contrario: lo spazio c’è, ma non per un riciclo generico. C’è per filiere mirate e collegate a qualità certificata anche da un punto di vista di performance di sostenibilità (uso di energia rinnovabile, riduzione dell’impronta GHG, ecc.).
Il secondo asse è quello dell’energia, con particolare riferimento all’idrogeno e alle rinnovabili. Anche qui serve sobrietà. L’idrogeno non sarà, da solo, la nuova industria diffusa dell’Umbria. Ma può diventare una leva decisiva nei siti hard-to-abate e nelle produzioni energivore dove la competitività dipende sempre più da costo e intensità carbonica dell’energia. L’Accordo di Programma su AST parla esplicitamente di nuova combustione predisposta per idrogeno, di introduzione di idrogeno verde come combustibile e vettore energetico. A livello internazionale, l’IEA segnala che la domanda mondiale di idrogeno è salita a quasi 100 milioni di tonnellate nel 2024, ma che le nuove applicazioni pesano ancora meno dell’1% della domanda totale. La traiettoria giusta, dunque, non è inseguire l’idrogeno come parola d’ordine, ma ancorarlo a una domanda industriale reale. Un aspetto chiave sia per la produzione di idrogeno verde che per la strategia energetica regionale è la disponibilità di energia rinnovabile. Occorre dunque elaborare un piano di crescita della produzione rinnovabile, integrato con i contesti territoriali umbri. Con molta probabilità, in questo quadro sono favoriti un numero maggiore di impianti di produzione di dimensioni più contenute rispetto a pochi impianti di grandi dimensioni che difficilmente si integrano con il contesto territoriale umbro. Ma questo apre ad ulteriori sviluppi legati a strumenti che sappiano integrare queste modalità produttive nella gestione della rete elettrica senza peggiorarne la stabilità. Tutto questo va nella direzione di ridurre la povertà energetica che rappresenta da sempre un elemento che ostacola lo sviluppo industriale sul territorio.
Il terzo asse è la digitalizzazione, e forse è quello con il moltiplicatore più alto nel breve periodo. Non perché sostituisca la manifattura, ma perché ne migliora tutti i fondamentali. Ad esempio, prendendo in esame alcuni degli elementi di sviluppo sopra citati, la digitalizzazione può contribuire a migliorare la qualità del riciclato, la tracciabilità delle filiere di recupero di materia, il controllo di processo, la simulazione usata nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali, la manutenzione predittiva, l’efficienza energetica, la cybersecurity, la capacità di analisi dei dati, ecc. Eurostat indica che nel 2025 il 20% delle imprese europee con almeno 10 addetti usava tecnologie di intelligenza artificiale, in crescita rispetto al 13,5% del 2024. In una regione come la nostra, il digitale non è un capitolo da aggiungere agli altri, ma è l’infrastruttura che può rendere più solidi i diversi ambiti industriali su cui si poggia la strategia di sviluppo.
Naturalmente nessuno di questi assi regge senza due leve abilitanti: formazione e strumenti di sviluppo. La formazione deve essere strettamente connessa alla strategia industriale regionale (questo non significa che gli organi di formazione debbano lavorare solo ed esclusivamente su temi connessi allo sviluppo industriale, ma significa che una connessione tra formazione e industria è un mattone fondamentale di sviluppo). Il punto non è moltiplicare corsi e iniziative, ma allineare istruzione tecnica, università, ITS e formazione continua alle filiere effettivamente operative in regione.
La conclusione, allora, è netta. L’Umbria non ha bisogno di una politica industriale in grado di coprire ogni settore. Ha bisogno di una politica industriale selettiva. Terni può esserne il fulcro perché lì si intrecciano acciaio e altri materiali, energia e processi; ma la massa critica regionale nasce soltanto se questo fulcro si connette al resto della regione. I tre assi su cui si potrebbe lavorare anche in considerazione delle attuali direttrici comunitarie sono: recupero di materia ed economia circolare, energia e idrogeno dove esiste domanda industriale vera, digitalizzazione come tecnologia abilitante trasversale. La vera ambizione, per l’Umbria, non è fare tutto. È scegliere bene, concentrare risorse e trasformare poche traiettorie in filiere riconoscibili. È così che una regione piccola smette di inseguire il futuro e comincia a costruirlo.
Bibliografia
o Banca d’Italia, L’economia dell’Umbria. Aggiornamento congiunturale, novembre 2025.
o Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Accordo di Programma per l’attuazione del progetto integrato di messa in sicurezza e di riconversione industriale del sito di Acciai Speciali Terni, 2025.
o Commissione europea, DG Environment, Packaging waste e quadro attuativo del PPWR.
o Commissione europea, DG SANTE, Plastic Recycling – Food Safety.
o EFSA, Plastic recycling process application procedure, 2026.
o Commissione europea, European Critical Raw Materials Act.
o Eurostat, Energy in Europe – 2026 edition; Almost 12% of materials in the EU came from recycling; 20% of EU enterprises use AI technologies.
o IEA, Global Hydrogen Review 2025.
o Università degli Studi di Perugia, materiali su Laboratorio di Scienza e Tecnologia dei Materiali, corso di laurea in Ingegneria dei Materiali e dei Processi Sostenibili e progetto HydrEn.
o Regione Umbria, notizia sull’avvio del cluster della meccanica agricola umbra; Umbria Aerospace Cluster, sito istituzionale.
o Novamont, Tarkett, Alcantara, Exolon Group, pagine istituzionali sui siti umbri e sulle linee di sostenibilità e innovazione.
o Umbria Digital Innovation Hub; Sviluppumbria, Umbria Digital Data.



