Una riforma è indispensabile in più direzioni: la carenza di organici, la formazione e la professionalità. E l’inciviltà del sistema carcerario. Le proposte di Fausto Cardella
La nostra rivista ha sin dall’inizio pensato che fossero necessari profondi cambiamenti nel funzionamento della giustizia e non ha lesinato critiche alla conduzione di alcune indagini. Dopo il No alla legge Nordio, non va abbandonato il tema delle riforme da introdurre. Per questo abbiamo chiesto a Fausto Cardella, già Procuratore generale della Repubblica dell’Umbria, di mettere nero su bianco le sue riflessioni e le sue proposte. E per questo saremo sempre sensibili alla discussione su un tema cruciale come la giustizia
di Fausto Cardella
Un merito va riconosciuto: quello di aver dimostrato che il corpo elettorale non è apatico e astensionista. Quando i cittadini hanno percepito l’importanza della posta in gioco, nonostante il tecnicismo dei quesiti, sono andati a votare. Concordiamo con il professor Sabino Cassese, secondo cui dietro il NO – come ha affermato nell’intervista a “Il Foglio” – non c’è un invito a fermarsi ma ad affrontare i veri problemi della giustizia. Adesso, rinfoderati gli insulti -speriamo- è il momento di affrontare i gravi problemi della giustizia, che chiamano tutti, maggioranza e opposizione.
Eccoli:
Carceri, perché 15000 detenuti in più della massima capienza, con punte fino a 17000, sono una vergogna. L’unica pena che uno Stato civile può infliggere a chi ne viola i precetti penali è la restrizione della libertà, anche a tutela della sicurezza collettiva. Ma la pena deve essere scontata in condizioni di rispetto della persona. Invece, possiamo immaginare il degrado dell’essere umano in condizioni di affollamento, di igiene precaria, senza alcuna riservatezza. Condizioni che colpiscono i detenuti ma anche coloro che sono tenuti a sorvegliarli, la Polizia Penitenziaria, peraltro sempre in sofferenza di personale.
La lentezza dei processi, civili e penali, da cui derivano gli effetti dannosi che ci sono stati confusamente ricordati in questi giorni ma solo con riferimento a quelli penali. Si pensi che il processo “Tortora”, esempio di mala-giustizia, è durato circa 4 anni, dall’arresto alla sentenza della Cassazione, che peraltro confermava l’assoluzione già pronunciata dalla Corte d’Appello un anno prima. Oggi, non credo che un processo del genere durerebbe meno di dieci anni. Perché?
Perché per celebrare i processi occorrono magistrati e personale amministrativo in numero adeguato al contenzioso, supporti tecnologici e anche aule, luoghi dove celebrarli. Gli uffici giudiziari, tranne rarissime eccezioni, sono insufficienti e, talvolta, in condizioni davvero indecorose a causa della ristrettezza degli spazi. In altre parole, occorrono investimenti, mentre il bilancio della Giustizia quest’anno è stato tagliato.
Compete al Ministro della Giustizia, ricordiamolo, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia (art. 107 c.2 Cost). Qualcosa si potrebbe fare, a costo zero anzi risparmiando, accorpando i piccoli uffici giudiziari a quelli più grandi, invece di riaprire quelli già faticosamente chiusi.
Ma, si dice, se i pubblici ministeri non promuovessero inchieste che devastano persone innocenti anche quando si concludono con assoluzioni, tanti danni sarebbero evitati.
C’è del vero. Premesso che il processo è fatto proprio per verificare se l’indagine ha fondamento e che, al di sotto di un certo lasso di tempo, non è possibile andare, la questione chiama in causa anche due fattori: la formazione dei magistrati e l’autocontrollo della magistratura.
Il tirocinio dei magistrati si è progressivamente accorciato, sino al punto di ventilarne la soppressione per l’urgenza di immettere “braccia da lavoro” negli uffici giudiziari; si invitano i giovani magistrati ad andare a scrivere sentenze d’appello per “smaltire” gli arretrati, quasi fossero rifiuti, o i giudici in pensione ad accettare di tornare a scriverne “a cottimo”.
La preparazione, l’indipendenza, l’equilibrio del magistrato sono doti che si acquistano e si affinano, con gli esempi e con l’umiltà, ma occorre tempo.
In questo clima di separazione di carriere mi guardo bene dal ricordare quando i giovani che entravano in magistratura, gli uditori giudiziari, dopo un lungo tirocinio, dovevano cominciare svolgendo le loro funzioni giudiziarie per qualche anno in organi collegiali. Chiaro no?
La magistratura -con il consenso della Politica, non dimentichiamo che certi peccati si commettono necessariamente in due- ha spinto l’interpretazione del secondo comma dell’art. 101 della Costituzione, secondo cui “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”, fino al punto di estenderla al singolo magistrato e non solo alla Magistratura nel suo complesso, come Ordine. In tal modo si è finito col condizionare, se non ostacolare, qualsiasi disposizione organizzativa degli uffici, limitandone e rallentandone l’azione del dirigente, nel timore che, pure attraverso disposizioni organizzative, per esempio l’assegnazione di un fascicolo all’uno o all’altro magistrato dell’ufficio, si potesse in qualche modo indirizzare la decisione in un senso o nell’altro.
L’uniformità della giurisdizione e la prevedibilità della decisione, valori la cui importanza non richiede di essere dimostrata, ne hanno risentito. Un potere come quello delle Procure -se ne deve convenire- non può essere senza controllo; escluso il controllo “esterno”, che sarebbe stato surrettiziamente realizzato attraverso la polverizzazione e l’indebolimento dell’organo di autogoverno, il CSM, ora va potenziato l’autocontrollo, ripartendo magari dalla legge 30/07/2007 n° 111, la riforma Mastella, sotto la vigilanza di un CSM, autonomo, indipendente, forte, ma sfrondato da una serie di compiti che non gli competono.
Senza stravolgere i sacri Principi, senza colpi di mano o prove muscolari, parliamone.



