di Antonio Bellucci
L’accordo commerciale recentemente siglato tra UE e i quattro Paesi che compongono il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) segna una tappa molto importante dopo 25 anni di negoziati. Un’intesa che interesserà due continenti e milioni di consumatori. L’accordo può anche essere visto come il compimento di relazioni che esistono da molti anni tra Europa e America Latina ma che oggi si svolgono tra sistemi democratici e in un quadro istituzionale trasparente.
Nei quattro Paesi che ora compongono il Mercosur, a cui si devono aggiungere il Cile e la Bolivia, gli anni Settanta e Ottanta furono infatti caratterizzati da regimi dittatoriali militari, spesso coordinati in una repressione transnazionale, che si macchiarono di delitti e nefandezze che ancora oggi, dopo più di quaranta anni provocano dolore per molti e non hanno risposte; basta ricordare i figli sottratti o meglio rubati ai desaparecidos (dispersi) e ancora non tutti rintracciati. Alcuni Paesi europei tra cui l’Italia, ebbero ruoli ambivalenti, da un lato ospitarono rifugiati politici e oppositori, dall’altro intrattenevano relazioni economiche e talvolta politiche con le dittature sudamericane.
In quegli anni, gli Stati Uniti d’America ebbero spesso un ruolo decisivo nel sostenere politicamente, economicamente o attraverso una cooperazione militare i regimi militari installatisi in America Latina. Gli USA non parteciparono direttamente ai colpi di stato in quei Paesi, ma appoggiarono i loro regimi contribuendo a favorirne l’ascesa. In pratica le dittature erano per gli USA un baluardo anticomunista ma, a che prezzo?
I regimi militari instaurarono sistemi di terrorismo di Stato che portarono alla morte e alla sparizione forzata di migliaia di persone. Sono circa 35.000 le vittime dei regimi militari sudamericani. Furono lunghi anni di terrore ma pochi furono coloro che pagarono per i crimini commessi.
Centinaia di desaparecidos erano di origine italiana e almeno 43, dato accertato dalla magistratura italiana, sono stati i cittadini italiani scomparsi tre Argentina, Uruguay, Cile e Paraguay.
In questo contesto emergono due figure emblematiche molto diverse ma legate, indirettamente, allo stesso scenario storico: Licio Gelli, potente e controverso capo della loggia massonica P2 in Italia, e Jorge Néstor Troccoli, ufficiale dei servizi segreti della marina uruguaiana. Furono coinvolti nella repressione sanguinosa operata delle dittature dei Paesi che avevano aderito al Piano Condor, una rete utilizzata dai servizi segreti e dalle polizie di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile creata per arrestare e anche, per molti, condannare a morte gli oppositori dei regimi militari. Politici, giornalisti, dissidenti ma anche studenti, gente comune, con la sola colpa di esprimere un dissenso più o meno celato nei confronti del regime caddero preda di quella rete sanguinaria,
In Argentina era emblematica in quegli anni un’auto, simbolo della repressione, il Ford Falcon verde, guidata da uomini in borghese, che girava per le strade di Buenos Aires alla ricerca di persone da arrestare.
Il Piano Condor operava su tre livelli di cooperazione. Scambio di informazioni tra i Paesi che ne facevano parte sugli oppositori del regime. In base alle informazioni condivise, scattavano gli arresti nei Paesi che facevano parte del Piano Condor, ma anche al di fuori di questi.
Soffermiamoci su queste due figure emblematiche di quegli anni. Iniziamo con Jorge Troccoli, sicuramente meno conosciuto ai più, ma artefice di molte nefandezze. Jorge Néstor Troccoli era un ufficiale del servizio di intelligence della marina uruguaiana (FUSNA). Secondo le accuse giudiziarie, partecipò a sequestri, torture e omicidi di oppositori durante gli anni delle dittature, soprattutto in Uruguay e in Argentina. Infatti, Jorge Troccoli era un esperto di torture utilizzate per “far parlare i dissidenti, soprattutto giovani”; sarebbe stato poi questo il motivo dei numerosi viaggi di Troccoli a Buenos Aires. Sembra infatti che i suoi pari argentini lo invitassero spesso per apprendere le sue tecniche di torturatore.
Dopo la fine dei regimi militari, molti responsabili delle repressioni furono indagati. Troccoli lasciò l’Uruguay nel 2007 e si rifugiò in Italia grazie alla cittadinanza italiana. Ma proprio in Italia venne poi processato per i crimini perpetrati nell’ambito del Piano Condor. Nel 2019 e nelle successive sentenze, la magistratura italiana lo ha condannato all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio di diversi oppositori tra il 1976 e il 1977, tutti cittadini italiani. Il processo è stato uno dei più importanti tentativi europei di giudicare i crimini delle dittature sudamericane. Jorge Troccoli è tuttora ricercato in Uruguay ma riuscì a fuggire prima che la giustizia uruguaiana potesse catturarlo: è l’unico “protagonista” arrestato in Italia per i crimini commessi dalla dittatura militare in Uruguay e ancora in vita.
Troccoli scelse di fuggire in Italia poiché aveva la cittadinanza italiana e perché la Costituzione italiana non consente l’estradizione dei cittadini verso Paesi extra-europei. È per questo motivo che l’Italia rifiuta di estradarlo.
Le origini della famiglia di Jorge Troccoli sono cilentane, nella provincia di Salerno. Infatti, pur essendo nato nel 1947 a Montevideo, Jorge Troccoli non appena fuggito dall’Uruguay si rifugiò a Marina di Camerota dove visse in modo discreto per un paio di anni per poi essere arrestato dalle autorità italiane nel quadro dell’inchiesta sul Piano Condor.
Ma i Troccoli e Marina di Camerota non sono da ricordare solo per Jorge Troccoli.
Nel 1852, nasce a Marina di Camerota Pietro Troccoli che emigrò da giovane in Uruguay e lavorò come carpentiere nei cantieri navali di Montevideo. Fu l’artefice di un’impresa eroica insieme ad altri due suoi amici, Vincenzo Fondacaro e Orlando Grassoni. I tre attraversarono l’oceano Atlantico partendo da Montevideo il 3 ottobre 1880 su una piccola imbarcazione, il Leone di Caprera, di soli 9 metri, costruita nel 1879 nei cantieri di Briasco di Montevideo. Il 9 giugno del 1881 arrivarono a Livorno dopo aver consegnato a Giuseppe Garibaldi che si trovava a Caprera, un album con le firme degli emigrati italiani in Uruguay e in Argentina. Questo era lo scopo della loro missione. La loro fu un’impresa epocale. Ora l’imbarcazione si trova a Milano nel Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”.
Il cognome Troccoli compare più volte nella storia dell’emigrazione italiana verso il Río de la Plata. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento molte famiglie italiane partirono verso Argentina, Uruguay e Venezuela, creando comunità italo-sudamericane molto radicate. Tra le figure note con questo cognome vi fu anche Antonio Américo Troccoli, importante politico argentino di origine italiana, dirigente dell’Unione Civica Radicale e ministro dell’Interno durante la presidenza di Raúl Alfonsín negli anni Ottanta. La sua carriera politica rappresentò uno dei simboli della rinascita democratica dell’Argentina dopo la dittatura militare.
Con i Troccoli si innesca un piccolo collegamento con la regione Umbria: a dare per primo la notizia dell’arresto di Jorge Troccoli che fece il giro del mondo, fu il giornalista e ora direttore di Umbria24, Maurizio Troccoli che allora come oggi lavora, insieme al fratello fotografo Fabrizio, in Umbria. Maurizio era da poco diventato corrispondente per l’agenzia internazionale Reuters quando si trovò a rientrare a Marina di Camerota, suo paese di residenza. Era il Natale del 2007 e Maurizio lanciò il flash d’agenzia dell’avvenuto arresto a Marina di Camerota del torturatore Jorge Troccoli; da quel momento le rotative dei quotidiani latino-americani diffusero la notizia che suscitò profondo scalpore in Sud America.
Ma torniamo alle trame oscure dei regimi militari sudamericani.
L’altra figura apparentemente lontana da Jorge Troccoli ma che si muoveva nello stesso contesto storico e con gli stessi obiettivi è stata quella di Licio Gelli. Se Jorge Troccoli rappresenta il livello operativo della repressione, Licio Gelli, originario di Arezzo, appartiene invece a un’altra dimensione: quella delle relazioni politiche e finanziarie internazionali. Gelli fu il capo della loggia massonica Propaganda Due (P2), una rete segreta di potere che coinvolgeva politici, militari, imprenditori e dirigenti dei servizi segreti italiani. Negli anni ’70 del secolo scorso, Gelli non si limitò a condizionare la vita politica italiana ma costruì anche stretti rapporti con le dittature in Argentina e in Uruguay. Fu addirittura consulente economico dell’ambasciata argentina a Roma e ricevette un passaporto diplomatico argentino.
Nel 1976 in Argentina la giunta militare composta dai tre capi supremi dell’esercito, della marina e dell’aviazione e guidata da Jorge Rafael Videla rovesciò il governo con a capo Isabel Perón. Emilio Eduardo Massera, comandante della marina faceva parte della giunta militare al potere. Massera fu responsabile della repressione e della gestione di centri clandestini di detenzione come l’ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada). Tra gli interlocutori previlegiati di Gelli figurava proprio Emilio Massera il quale, secondo la lista dei membri della P2 trovata nel 1981 dai magistrati italiani che indagavano su Gelli, risultò essere legato alla loggia P2 insieme ad altri esponenti della dittatura argentina. Massera era responsabile proprio dell’ESMA, scuola per ufficiali della marina di Buenos Aires, che durante il regime militare fu trasformata in un centro di detenzione. Nei suoi edifici furono portate almeno cinquemila persone e interrogate sotto tortura, detenute in condizioni disumane, senza nessun contatto con i familiari. La maggior parte di esse, furono uccise, alcune con i tristemente famosi voli della morte: venivano drogate, fatte salire su degli aerei militari e poi gettate in mare. Oggi l’ESMA è il museo della memoria visitato da migliaia di persone che non sono disposte a dimenticare ma che vogliono cercare di capire cosa accadde in quei terribili anni dove coloro che manifestavano la loro opposizione al regime militare anche solo a parole, rischiavano di essere fatti sparire per sempre.
Non vi sono prove documentate di rapporti tra Gelli e Jorge Troccoli ma è certo che i due oscuri personaggi, pur appartenendo a due mondi diversi, si muovessero nello stesso contesto di quegli anni bui.
Licio Gelli e Jorge Troccoli sono stati gli artefici di un momento storico dove le dittature latino-americane cercavano appoggi e relazioni nel mondo occidentale mentre conducevano una feroce repressione interna. Oggi, decenni dopo la fine delle dittature, la ricerca della verità continua. Le associazioni dei familiari delle vittime, come le “Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo” hanno trasformato la memoria dei desaparecidos in una battaglia internazionale per la giustizia. I processi celebrati in Argentina, in Uruguay e anche in Italia hanno dimostrato che quei crimini non appartengono solo alla storia di un continente, ma rappresentano una pagina globale della malvagità dell’essere umano, dove interessi, politica, intelligence e reti internazionali di potere si intrecciarono con tragiche conseguenze per migliaia di innocenti.



