di Sud
Questa non è una rubrica per addetti ai lavori, cuochi o letterati che siano. Quindi i nostri lettori ci perdoneranno se facciamo un po’ di etimologia sulle frappe, il dolce più tipico di Carnevale. Chi ha girato un po’ l’Italia sa bene che ci sono una decine di nomi diversi per definirle; ma di questi, i più diffusi (frappe, chiacchiere, bugie) hanno un significato comune, legato all’atto di parlare a vanvera.
“Frappare”, in questa accezione, risale almeno a Lorenzo il Magnifico («Convien far fatti, e non che ciarli e frappi». Si tratta però di un’accezione figurata, perché il più antico significato di “frappa” è quello di lembo o striscia di stoffa; e in Toscana infatti le frittelle di Carnevale si chiamano “cenci”. Pare logico quindi pensare che sia la forma del dolce ad averne ispirato il nome e che la denominazione di “chiacchiere” o “bugie” nasca da un equivoco linguistico.
La ricetta classica delle frappe (farina, zucchero, uova, un po’ di burro e di liquore secco) vuole che si tiri una sfoglia sottile e si frigga in abbondante olio di semi; due passaggi necessari per ottenere una frappa croccante. Ed è questo fondamentale requisito a fornire a Giuseppe Gioachino Belli, poeta straordinario, non inferiore ai grandi classici dell’Ottocento, lo spunto per una similitudine tanto ardita e sconcia quanto efficace.
In un sonetto del 1830 intitolato Capa, Belli dà voce a un personaggio che denigra la prostituta scelta da un amico, decantando le qualità di quella scelta da lui. Che cosa contrapporre al «pellame mosscio» della prima? Ed ecco una di quelle immagini iperboliche che il popolo di Roma sapeva inventare e che Belli era capace di trasformare in meravigliosi endecasillabi. Alla mia, dice il personaggio, «je scrocchieno le zinne com’e frappe».



