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di Giampiero Rasimelli

Si è tenuto lunedì 2 gennaio, presso l’aula 1 della Facoltà di Scienze Politiche a Perugia un affollato incontro promosso da ADI, Associazione Dottorandi Italiani. Il titolo del panel cui hanno partecipato i Rettori dell’Università per Stranieri di Siena Montanari, dell’Università degli Studi di Perugia Marianelli e dell’Università per Stranieri di Perugia De Cesaris, era “Università Libera”. Libera nella sua autonomia e nel suo autogoverno, libera nella ricerca, libera dall’aziendalismo imperante, libera dal precariato docente. Questa può essere una estrema sintesi della scaletta degli interventi che si sono susseguiti in 4 cicli di risposte dei Rettori alle domande dei coordinatori del dibattito e a quelle del pubblico.

Sono state sollevate questioni rilevanti della vita universitaria e del nostro Paese. Tanto che l’Assessore Barcaioli, portando il saluto della Regione Umbria, ha lanciato un grave allarme sul fatto che sia necessario ed urgente prendere coscienza che ormai ben oltre 50.000 persone l’anno se ne vanno dall’Italia e di queste oltre il 50% sono giovani, con una grande percentuale anche dal nord Italia, perché qui non trovano adeguata formazione abilitante al lavoro e soprattutto non trovano lavori con buona retribuzione, almeno pari agli altri livelli europei più avanzati. Di seguito l’Assessore del Comune Stafisso ha detto che per l’Italia tecnologia e demografia sono diventate oggi due tra le sfide decisive per il nostro futuro.

Di fronte a questo scenario Marco Pizzi, che insieme a Federica Bruschi per l’ADI ha coordinato il dibattito, ha esordito dicendo che il precariato universitario, che pure è circa il 45% della forza lavoro universitaria in Italia, è l’unico soggetto non rappresentato negli organi di governo degli atenei ed è sottoposto ad una miriade di forme contrattuali che costringono a redditi del tutto insufficienti e determinano di fatto un ricatto sul loro futuro professionale. Il precariato, in tutte le sue categorie, rappresenta una forza insostituibile per il sostegno della didattica e della ricerca e anche il canale per il quale passa il rinnovamento generazionale dell’Università. La situazione è ormai intollerabile ed è emblematica delle difficoltà in cui vive tutta l’Accademia. Nei prossimi mesi scadranno quasi tutti i contratti e questa rischia di essere una bomba per l’università italiana. Solo il Governo Draghi cerco’ di ridare un volto unitario, riconosciuto e positivo al precariato, ma non se ne fece nulla perché quel governo cadde. Oggi gli interventi con i quali si pensa di affrontare questa scottante emergenza sembrano restare nella continuità della frammentazione endemica dalla quale proveniamo. Una difficoltà enorme che ci parla del disagio profondo della vita universitaria oggi.

Il Rettore Montanari dice che siamo di fronte a un forte attacco all’autonomia universitaria, come a quella della magistratura. Università e magistratura sono due presidi di libertà e spesso esprimono una realtà divergente da quella dell’Esecutivo. Questo pluralismo è il fondamento della democrazia, come scriveva Hannah Arendt “il governo istituzionale non deve esercitare il potere su tutto !”, al contrario si avverte da tempo la tentazione di mettere le mani sull’autonomia universitaria. A questo, dice De Cesaris, fa riscontro la debolezza e la crisi della Conferenza dei Rettori che da tempo ha assunto un ruolo troppo tecnico e burocratico, rinunciando a dare un indirizzo politico alle scelte da fare e da proporre alle comunità accademiche e al Governo. Dovrebbe avere un ruolo più politico perché l’Università mantiene la sua autorevolezza intrinseca, ma se non la usa nell’interesse generale e nel rispetto dei ruoli, finisce per indebolirla. Marianelli aggiunge che dal confronto nasce la comunità e si può fare comunità anche tra Rettori, anticipando scelte e soluzioni – qui già siamo in 3, sottolinea – ridando forza alla discussione accademica, perché anche così si deve e si può esercitare il pluralismo vitale nell’accademia. Si parla di riforma della 240 (riforma Gelmini), ma qui non si vede un disegno di Università, ed è l’Università innanzitutto che deve assumersi la responsabilità di indicare la direzione del cambiamento realmente necessario.

De Cesaris entra più nel merito e ricorda che l’Università in teoria è degli studenti, ma la coesione delle comunità accademiche non è scontata. Innanzitutto per le diverse condizioni ed esigenze tra docenti e personale amministrativo, un tema che pesa molto nella vita universitaria. La questione del precariato è legata a quella del sottofinanziamento delle Università (rispetto ad ogni parametro dei paesi europei e dei paesi più avanzati)  cosa che si ripercuote su assunzioni e stabilizzazioni. E’ il teorema della “coperta corta”, ma nessun ateneo potrà affrontare da solo questo problema strutturale. La questione precari è la più urgente. La scelta la deve fare il Governo, non tanto e certamente non solo il Ministro. E’il Governo che deve dire quanto vuole investire sull’Università. Ma queste cose sono marginali nel dibattito pubblico e ciò rende tutto più difficile.

Nell’Università come in altre istituzioni del paese è penetrata una cultura aziendalistica cieca di fronte ai problemi. Dopo la vecchia Università feudale – dice Montanari – oggi è arrivata l’Università neoliberista. E oggi dobbiamo ammettere che ci sono problemi nelle nostre comunità, perché la lotta per la sopravvivenza spesso unisce gli estremi opposti e blocca la vita universitaria. Non si devono restringere gli organi di governo, va fatto ogni sforzo perché tutti possano partecipare alle discussioni e possano in qualche modo condividere le decisioni. A Siena, ad esempio, nel mio ateneo abbiamo costruito un osservatorio sulla precarietà perché quando si tratterà di definire priorità e prendere decisioni di merito questo possa avvenire con l’apporto e la consapevolezza di tutti. E’ difficile pensare a cosa potrà essere il Rettore del futuro perché le relazioni cambieranno e ci cambieranno, non possiamo prevedere cosa accadrà, ma di sicuro oggi dobbiamo uscire dalla routine e cercare di anticipare il futuro, interpretando le esigenze che maturano. L’Università Pubblica è la vera Università delle origini, la ricerca libera e non commissionata è la chiave del suo essere pubblica.

De Cesaris argomenta che il tema della professionalizzazione attraverso gli ITS o il tema della ricerca di risorse e contributi privati alla ricerca sono temi forti e non necessariamente aziendalistici. Ma bisogna difendere l’Università come spazio di formazione di una cultura universalistica critica, l’Università non può essere un’azienda deve garantire insieme professionalità e i valori che fanno della vita universitaria un fondamento della democrazia. La “coperta corta” per l’Università diventa allora un tema politico di prima grandezza per il Governo e per il sistema paese. Marianelli aggiunge, citando Platone, che bisogna riequilibrare il bene rispetto alla necessità che rischia di essere preponderante. Bisogna fare scelte per il bene comune, definire priorità di azione che vadano in questa direzione.

Da qui parte l’affondo di Montanari che citando Bobbio e Don Milani dice che dobbiamo guardare alla Università come strumento di costruzione di una “massa pensante”, non solo di una “classe dirigente”. Dobbiamo dirci che l’Università è già presidenzialista e la vera sfida è come smontare le incrostazioni che si sono create, ridimensionarne la verticalità, correggerne i disvalori che sono maturati. L’Università deve insegnare a pensare, come era nel sogno di Olivetti, dobbiamo difenderla dall’eccesso di professionalizzazione. Pensare di mettere le mani sull’Università “affamando la bestia” è un abominio irrazionale e richiama una domanda “Siamo una Repubblica fondata sul dissenso o sul consenso costruito dall’alto ?

Alla fine il senso dell’incontro può essere riassunto, a mio parere, in due punti emersi dagli interventi dei relatori e dalle domande del pubblico. In primo luogo la questione dei precari è per l’Università italiana fondamentale, strategica, di quelle che decideranno il futuro degli atenei e del paese. In secondo luogo di fronte a tutte le difficoltà gravi che vive oggi la vita universitaria c’è necessità e urgenza che gli atenei e i Rettori uniscano le forze, sia per aumentare le risorse che per attivare una discussione politica vera, un’azione comune, una lotta a difesa di una università libera, motore del futuro del paese e della democrazia repubblicana.