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di Sud

Esiste ancora la vera cucina napoletana? Si stenta a crederlo, oggi che certe vie del centro antico sono diventate una disneyland del cibo. Eppure basta uscire dai circuiti preconfezionati per accorgersi che qualcosa ancora resiste. Provate a girare un po’ nei quartieri ai margini del centro, o spingetevi addirittura in qualche periferia o nei paesi dell’enorme hinterland; provate a farlo il giovedì santo e annusate l’aria (alla lettera).

Il giovedì santo il profumo è ovunque, perché è il giorno deputato alla cottura delle pastiere, che dovranno poi riposare e amalgamarsi a dovere per essere consumate a Pasqua e Pasquetta. Il plurale è d’obbligo, perché ogni casa produce le sue, da offrire a chi viene in visita, da regalare o da scambiare. E ogni casa segue la sua ricetta, asseconda certe preferenze o idiosincrasie.

C’è una pagina del romanzo di Peppe Lanzetta, Sognando l’Avana, pubblicato nel 2013, in cui i riti antichi della Pasqua e della Pasquetta si fondono con i tristi riti della postmodernità. Così, accanto alle «pastiere con la crema pasticciera», al posto della tradizionale ricotta, all’alternativa tra «pastiere con grano passato e grano intero», troviamo l’alternativa tra la visita alla Madonna dell’Arco e quella ai nuovi centri commerciali.

Quello di Peppe Lanzetta è un mondo disperato, dove anche (e, forse soprattutto) a Pasqua «scappa sempre la lite tra suocera e nuora, tra suocera e genero, tra cugini, tra nipoti, tra consuoceri, per questo o per quello, per banalità, per vuoto, per senso di malessere, per vino bevuto, per chiacchiere su chiacchiere, sulla pastiera mia che è più buona della vostra e una cosa porta a un’altra e volano mazzate».

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sulla pastiera mia che è più buona della vostra e una cosa porta a un’altra e volano mazzate. Eppure è Pasqua. Giorno di pace, di resurrezione, di speranza, di perdono.