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di Giacomo Porrazzini*

Terni ha avuto i suoi secondi natali, per essere stata scelta, come sito industriale nazionale, per le sue risorse energetiche e la sua morfologia, negli anni a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, quando, sotto la spinta dell’unità d’Italia, i Governi nazionali, di quel tempo, decisero di dare, alla nascente nazione, la nervatura industriale di base che non aveva; di essa, acciaio e chimica erano fra i caposaldi.

Ecco i 3 settori economici su cui Terni deve puntare per crescere

In pochi anni, una piccola città di 14.000 abitanti conobbe una espansione impetuosa, fino a 64.000 abitanti, prima della seconda guerra mondiale, e così profonda da mutarne, con la demografia, i connotati economici, la forma urbanistica e la composizione sociale; in sostanza la sua identità. “Manchester italiana, “Company Town”: erano le definizioni che provavano a raccontare tale metamorfosi. Dopo la seconda guerra mondiale, con la fine dell’acciaio di guerra, ed anche per il nuovo orientamento nazionale della siderurgia, verso gli impianti sul mare, quel modello entrò in crisi. Il segnale drammatico furono i licenziamenti di massa degli anni 1952-1953, 3.000 operai delle Acciaierie di Viale Brin. Dopo quel ridimensionamento occupazionale e produttivo, con la specializzazione di alcuni prodotti, come l’inox, ed un sistema produttivo ancora polisettoriale, si riuscì a reggere, per un altro ventennio, alle difficoltà di tale passaggio.

La siderurgia degli acciai speciali di Terni aveva trovato un suo spazio distintivo nelle produzioni commerciali, dell’acciaio di pace; sotto l’ombrello della proprietà pubblica, la Finsider. Ma, all’orizzonte, alla fine degli anni 70, si affacciava la colossale ristrutturazione della siderurgia europea, gravata da eccesso di capacità produttiva installata. Uno tsunami che investì anche Terni. All’inizio degli anni 80, così, la crisi esplose nuovamente, tanto da mettere in discussione la tenuta dello storico modello di specializzazione ternano. In tutto il corso degli anni 80, Terni provò, non solo ad utilizzare le misure di “reindustrializzazione” promosse da leggi nazionali, per assorbire l’impatto sociale dei nuovi tagli occupazionali e produttivi, ma anche ad adottare una visione fortemente innovativa per far evolvere e mutare il modello di specializzazione ternano, verso la diversificazione e l’innovazione. Si provò a portare a Terni i vettori della nuova rivoluzione industriale, non solo i “materiali speciali”, per andare oltre l’acciaio, ma soprattutto le tecnologie, le culture e le competenze distintive “dell’economia dei flussi” basata sulle ICT: le tecnologie dell’ informazione e comunicazione. Si trattò di uno sforzo d’innovazione, così profondo, da far pensare che Terni potesse darsi una nuova identità, costruita sulla innovazione di modello: un’ “identità di progetto”. Questo scritto prova a raccontarlo.

Il grande cambiamento degli anni Ottanta-Novanta

Mi trovai ad assumere l’incarico di Sindaco di Terni, proprio, in quel tornante della storia economica della nostra città. Mentre l’economia mondiale ed in parte quella italiana venivano sospinte in avanti dalla rivoluzione che ci faceva passare “dall’analogico al digitale”, dai luoghi ai flussi, come Amministrazione comunale, compimmo la scelta di puntare su tale vettore del nuovo sviluppo, per provare a dare nuove gambe al domani economico e sociale della Comunità ternana.

Si trattò di un tentativo ambizioso, ma necessario. Quale era stata la situazione di partenza? All’inizio degli anni 80 per la siderurgia ternana si cominciava a chiudere un altro ciclo storico breve: quello della ricostruzione e dello sviluppo post bellico, quello della siderurgia, pubblica, di pace. L’Acciaieria, con la ristrutturazione, perdeva la sua polisettorialità ed insieme la caratteristica d’essere un polo industriale, nazionale, pubblico, di produzioni “strategiche”, e dunque protette, per il paese, sotto il controllo e con il sostegno della Finsider , ovvero dello “ Stato imprenditore”. Diventava, dopo un secolo, una delle tante industrie, alle prese con le sfide del mercato globale. Con quella svolta decisiva, progressivamente, l’Acciaieria, con lo smantellamento dell’IRI, è stata assorbita negli anni 90 da una realtà,  industriale e  finanziaria, privata e straniera, come la Thyssen Krupp, in cui  le aspettative degli azionisti contavano assai più delle esigenze del paese e della comunità locale d’insediamento. Così, logiche interne al gruppo tedesco fecero perdere a Terni il lamierino magnetico, proprio nel momento in cui, con lo  sviluppo dei consumi elettrici, cresceva la sua  domanda. Sorte simile per il Titanio. Non eravamo usciti da una delle numerose crisi cicliche che l’Acciaieria aveva attraversato nei suoi 100 anni di vita, ma entrati, con la scelta della privatizzazione, in un altro paradigma, anche per la relazione tra fabbrica e città.

La siderurgia di Viale Brin, mi fu chiaro, non avrebbe più potuto, da sola, sostenere, con le precedenti certezze, il lavoro ed il benessere delle nuove generazioni. Siamo tuttora, per l’Ast, dentro questo quadro, pur se, ammainati i poco amati vessilli tedeschi, è tornato sul pennone delle Acciaierie di Viale Brin a sventolare il tricolore. Oggi, tuttavia, si apre una nuova fase che può rilanciare, su nuove basi, un rapporto d’integrazione fra fabbrica e città: la fase della transizione ecologica dell’economia, con una decarbonizzazione che investe la siderurgia in quanto settore “hard to abate”, per le sue emissioni climalteranti. Di questa sfida trasformatrice si sostanzia “l’accordo di programma” da un miliardo di euro d’investimenti per l’innovazione della  siderurgia da forno elettrico, con l’introduzione dell’idrogeno ed una maggiore “circolarità” nel ciclo produttivo. Una opportunità con cui fertilizzare nella stessa direzione l’economia cittadina. Fabbrica e città dovrebbero provare a ragionarne insieme, dentro una visione strategica che coinvolga entrambe le realtà, puntando sulle reciproche convenienze e non più sulla dipendenza.

Finchè la fabbrica restò pubblica era considerata, dai ternani, “un bene di tutti”, collettivo. Su questo dato, oggettivo poggiava il legame immateriale, “sentimentale”, tra fabbrica e città. Concezioni, suggestioni, valori che sono andati in gran parte perduti con il processo di privatizzazione. Con esso si determinò una rottura di quel legame storico che ebbe un effetto anche sulle difficoltà politiche che, negli anni successivi, furono incontrate dalla sinistra ternana e dal partito comunista ternano: la perdita di un terreno sul quale esprimere una funzione contrattuale e di rappresentanza  verso  il Governo centrale, nutrire un asse identitario della città operaia, forgiare classe dirigente cittadina.

Il tentativo di svincolare, in parte, la città dalle Acciaierie

La risposta della città alla sfida degli anni 80, fu, in primo luogo, la difesa della residua strategicità degli acciai speciali ternani, insieme alla realizzazione di strumenti per uno sviluppo di tipo nuovo. La principale azione di difesa fu l’ottenimento da parte della Finsider, che stava chiudendo i battenti, di un grande finanziamento di 400 miliardi di lire per il rinnovo impiantistico. Un vero e proprio salvataggio della grande fabbrica ternana, che ne consentì la vendita ai privati, sottraendola ad un grave rischio di dismissione o di svendita di uno “spezzatino” industriale.

Per una nuova visione del futuro della città si provò, invece, a ragionare su un “pacchetto strategico” di strumenti di supporto alle attività innovative capaci d’intercettare i vettori principali della nuova rivoluzione tecnologica. Con il sostegno agli spin-off accademici e d’impresa, per mezzo della realizzazione di un “incubatore” di nuove imprese tecnologiche, con l’Isrim, cioè l’Istituto superiore di ricerca e innovazione per i materiali speciali, col Parco Scientifico e Tecnologico, per la diffusione dei risultati della ricerca e sviluppo, con i nuovi corsi universitari d’Ingegneria dei materiali, con l’Icsim, ovvero l’Istituto per la cultura d’impresa, con la Bibliomediateca ed il Centro multimediale. Quest’ultimo, quale strumento per l’offerta di servizi avanzati per la comunicazione d’impresa.

Con questo tentativo d’innovazione economica e produttiva, provammo a svincolare, almeno in parte, la città dai destini della grande fabbrica centenaria, non per sostituirla, ma per affiancarla entro un disegno di diversificazione produttiva. Con questa nuova strumentazione si puntava anche a far crescere nuove competenze ed inedite risorse umane, per un arricchimento dello stesso tessuto socioculturale di Terni. Alle speranze ed aspettative riposte in tutto ciò non hanno fatto seguito risultati adeguati, pari alle attese ed al loro potenziale oggettivo, per una molteplicità di ragioni. Qui, basti ricordare che lo sforzo di riconversione innovativa dell’economia cittadina avvenne “controvento” rispetto al contesto esterno.

Dopo la grande stagione riformatrice degli anni 70 che aveva avuto al centro, con le nuove Regioni, l’intera rete degli Enti Locali, come “istituzioni per lo sviluppo”, subentrò una fase di riflusso, con le restrizioni governative alla finanza locale, anche per gli investimenti. Allo stesso tempo, declinava la politica industriale italiana, compresa l’attenzione alle nuove attività economiche legate alla digitalizzazione. L’ Olivetti veniva fatta fallire. Il disegno di nuovo sviluppo ternano, con i relativi strumenti pensati per essere, anche, al servizio dell’Umbria, si trovò così privo di un retroterra di riferimento nazionale e di conseguenza regionale.

La città, con la realizzazione degli strumenti di sostegno al nuovo sviluppo aveva intrapreso, in sostanza, una sorta di volo di Icaro. Un corpo troppo pesante, per i vincoli esterni, come per ali imprenditoriali ed istituzionali locali forse troppo deboli.  Non bastò puntare, per la gestione, su personalità autorevoli come Sergio Zavoli, Manager e Accademici per colmare una sorta di vuoto alle spalle che non consentiva di fare del polo di servizi avanzati di Terni il nodo di una rete nazionale della stessa natura e finalità. Il disimpegno di Telecom dal Centro multimediale ne fu la prova evidente.

Di quella stagione, tuttavia, va richiamata, non solo la capacità d’inseminazione culturale che comunque ha espresso, ma soprattutto, la volontà d’innovazione e sperimentazione. Il grembo in cui le idee innovative erano state concepite e poi realizzate, era stato l’insieme di tre grandi iniziative: la Conferenza sulla cultura, la Conferenza economica cittadina, le celebrazioni dei Centenario delle Acciaierie, con uno sguardo, per queste ultime, non solo sul secolo di storia industriale alle spalle, ma anche sul suo domani. Si trattò di grandi eventi culturali, volti al coinvolgimento delle forze vive della città, in uno spirito unitario di ascolto reciproco ed elaborazione collaborativa. La città aveva aperto il cantiere del suo futuro possibile. Un tema cruciale, rimasto di permanente attualità.

Oggi, per superare la crisi evidente ed assai grave della città, non si tratta di salire sul treno di una rivoluzione industriale che passa, come si tentò di fare negli anni 80, ma di scegliere, strutturalmente, lo sviluppo sostenibile, ovvero la transizione ecologica dell’economia, quale asse centrale di una lungimirante azione di crescita qualitativa di Terni. Un progetto per far crescere in competenze e responsabilità una nuova classe dirigente diffusa della città, capace di restituire ai ternani la spinta laboriosa e la fiducia verso la costruzione della polis delle nuove generazioni.

*già sindaco di Terni