In vista della presentazione del piano regionale la nostra rivista sta pubblicando un dibattito sull’argomento. Ne ha già scritto Lucio Caporizzi e oggi tocca a Claudio Ricciarelli, già dirigente Cisl
di Claudio Ricciarelli
La scelta di “mettere mano” ad un nuovo P.S.R. (Piano Sanitario Regionale) è giusta e quanto mai urgente considerando il vuoto di programmazione che si è determinato dall’ultimo P.S.R. risalente al 2011.
Anche la scelta della sua integrazione con politiche sociali ci appare opportuna a condizione di evitare il rischio di sanitarizzare tutto il complesso delle politiche socio – assistenziali perché, almeno parte di esse, per la loro natura, andrebbero più connesse con altre sfere della programmazione regionale a partire dalle politiche attive del lavoro e di formazione professionale.
In questi ultimi 15 anni si è evidenziata la necessità di un profondo processo di riorganizzazione, qualificazione e specializzazione del S.S.R. anche attraverso l’avvio di un processo di innovazione e modernizzazione verso una “medicina di iniziativa” capace di coinvolgere più attivamente operatori sanitari, cittadini e pazienti nei processi di prevenzione, cura, assistenza e riabilitazione con un approccio più integrato, proattivo e partecipativo.
Non si tratta di richiedere sempre e solo maggiori risorse, che pure sono necessarie, ma anche di imparare a spendere bene quelle che si hanno, evitando sprechi e inefficienze.
Per questo è auspicabile anche un riequilibrio di attenzioni, azioni, investimenti e risorse fra ospedale e territorio a vantaggio di quest’ultimo.
Piano sanitario regionale, ecco anticipazioni e contraddizioni
Il riordino e la specializzazione della rete ospedaliera, dei 24 ospedali umbri (di cui 5 privati in convenzione con il S,S,R., sistema sanitario regionale), dovrà prevedere anche la sua razionalizzazione e qualificazione complessiva, da condividere con i Comuni e le forze sociali, da attuare contestualmente anche alla realizzazione degli ospedali di Comunità previsti dal Piano regionale del PNRR a suo tempo previsto e per il quale si chiede una verifica e monitoraggio di quanto si sta realizzando.
Per i due ospedali regionali a partire da quello perugino (il più grande del Centro Italia dopo Roma e Firenze) va sostenuto un ruolo più avanzato nelle eccellenze anche attraverso un processo di maggiore integrazione con l’Università (Facoltà di Medicina). Con il nuovo piano sanitario ci si dovrà porre l’obiettivo di far evolvere il rapporto fra l’azienda ospedaliera e la facoltà di Medicina in particolare nel campo della ricerca, formazione, innovazione e integrazione per fare un salto di qualità nell’attività di eccellenza a tutto il sistema. Il nuovo Rettore ha deciso di gestire in prima persona e delicato processo. C’è da sperare che sia in grado di imprimere un’accelerazione per renderlo davvero virtuoso. Ci sono da affrontare i temi delle attività di cura, innovazione, ricerca, sperimentazione e didattica garantendone le ricadute sull’intera rete ospedaliera regionale e, con essa, la riduzione anche della mobilità passiva (degli umbri che si curano fuori regione) anche per dare maggiore sostenibilità finanziaria al sistema.
Per l’ospedale di Terni, inoltre, va verificato definitivamente se ci sono o no le condizioni finanziarie per la realizzazione di un nuovo ospedale regionale oppure, in alternativa, procedere all’ammodernamento complessivo di quello esistente.
Si propone una riflessione sull’assetto istituzionale del S.S.R. anche alla luce delle proposte avanzate nel Piano circa l’organizzazione dei seguenti servizi:
- informatici
- logistici
- formazione del personale
- acquisti
- CUP
- Punto Zero Scarl
- Centrali operative
- Gestione e reclutamento del personale.
A partire da questi servizi si dovrebbe affermare un principio secondo il quale tutto ciò che a che fare con la gestione dei sistemi organizzativi e amministrativi andrebbe dimensionato a livello regionale mentre tutto ciò che ha che fare con i servizi di cura e assistenza alle persone andrebbe dimensionato a livello territoriale eccezione fatta per i due ospedali regionali.
Quindi bene il potenziamento della tecnostruttura di direzione regionale del S.S.R. proposta, convince di meno la conferma dell’attuale assetto istituzionale incentrato su due ASL, due Aziende Ospedaliere, i Dipartimenti connessi e 12 Distretti sanitari.
Questi ultimi andrebbero qualificati e rafforzati nel ruolo e funzioni come primo livello di organizzazione e gestione dei servizi di medicina nel territorio con una direzione di coordinamento regionale che ne uniformi l’attività al fine di garantire livelli essenziali di prestazioni sanitarie distrettuali omogenee a livello regionale e un raccordo con le Case e Ospedali di comunità, i Poliambulatori, l’A.D.I., i Centri Salute e l’integrazione con i servizi sociali dei Comuni e/o di Ambito di Zona.
A livello distrettuale andrebbero previste sedi nelle quali promuovere la partecipazione dei Comuni, dei Sindacati e dell’Associazionismo dei cittadini, alle scelte di programmazione dei servizi socio–sanitari nel Territorio.
Relativamente alle “Case di Comunità” si chiede di diffondere e generalizzare questa esperienza avviata in Umbria in alcuni Comuni e sostenuta e proposta dallo stesso PNRR per il comparto sanità per il quale si richiede una verifica e un monitoraggio del programma di attuazione previsto a suo tempo per la realizzazione delle 12 “Case di Comunità”.
Affinché questa scelta abbia davvero successo e possa raggiungere le finalità previste di qualificare, irrobustire e decentrare i servizi sanitari nel Territorio a partire dalla assistenza integrata, anche domiciliare, delle persone più fragili, delle patologie croniche e della non autosufficienza.
Per quest’ultima si richiede una verifica circa l’attuazione del P.R.I.N.A..
È importante e decisivo un nuovo ruolo dei M.M.G. (Medici di Medicina Generale e di Famiglia), P.L.S. (Pediatri di Libera Scelta), dei Medici Specialisti Ambulatoriali.
In attesa di un quadro nazionale normativo nuovo che regoli al meglio queste attività professionali si potrebbe ricercare un accordo specifico fra Regione e OO.SS. dei Medici di Famiglia per facilitare la loro collaborazione a livello distrettuale con le attuali e future 12 “Case di Comunità” prevedendo, magari, anche sistemi premiali che incoraggino e facilitino tali collaborazioni.
Importante sarà l’obiettivo di garantire un’assistenza e un servizio attivo H 24 per 7 giorni settimanali in una collaborazione virtuosa nel territorio fra M.M.G., P.L.S. Specialisti Ambulatoriali, Medici e infermieri di continuità assistenziale, Assistenti sociali, “Infermiere di Famiglie” e psicologi operanti nelle case di Comunità.
Un aspetto sottovalutato del Piano sanitario regionale mi pare quello della prevenzione che va ripreso anche alla luce delle problematiche aperte.
Si tratta di organizzare in maniera più efficace le attività ed i servizi dedicati alla prevenzione a partire da quella primaria (ambiente, qualità dell’aria, educazione, informazione, stili di vita e alimentari, attività fisica, screening, contrasto alle dipendenze) compresa l’attività dedicata alla prevenzione e tutela degli infortuni e della salute nei luoghi di lavoro dove purtroppo l’Umbria detiene, ormai danni, un triste primato negli indici infortunistici.
Relativamente ai tempi lunghi delle liste di attesa delle prestazioni (circa 80.000), in particolare quelle diagnostiche, accanto ad un problema serio di appropriatezza delle prescrizioni da parte anche dei M.M.G., che va affrontato con una maggiore responsabilizzazione degli stessi, andrebbe anche costruito un sistema premiale nei confronti delle aziende sanitarie e ospedaliere che valorizzi performance più efficienti dei servizi di prestazioni sia nella qualità che nei tempi di attesa magari prevedendo anche la ripartizione di risorse con criteri premiali sulla base, non solo della spesa storica, ma anche di indicatori di risultato correttamente monitorati.
La stessa spesa farmaceutica andrebbe monitorata più efficacemente.
Inoltre si potrebbe favorire, per le prestazioni di diagnostica, un processo di utilizzo più funzionale delle tecnologie sanitarie anche con sistemi di turnazione e di orari del personale interessato.
Con la compartecipazione alla spesa già in atto, da parte dei cittadini, si potrebbero autofinanziare i costi aggiunti e si potrebbero ottenere, insieme, quattro risultati:
- ridurre i tempi di attesa delle prestazioni
- prevenire meglio i rischi e/o insorgenza di patologie e/o malattie
- aumentare l’occupazione di medici, tecnici e infermieri
- ammortizzare al meglio gli elevati costi delle moderne tecnologie sanitarie ad elevato rischio di obsolescenza.
Si tratta, inoltre, di innovare la regolamentazione dell’attività in intramoenia per incrementare l’offerta specialistica senza però trasformarla in una sorta di indiretto incoraggiamento dell’attività privata.
Relativamente alle politiche per il personale del S.S.R., oltre al modello innovativo di formazione proposto nel Piano, andrebbe sviluppata una riflessione più impegnativa che affronti non solo le evidenti e diffuse carenze di organico e le sacche di precarietà che ancora rimangono favorendo ricambio generazionale, stabilizzando le/i giovani specializzande/i e aprendo le porte alle specializzazioni dei nuovi laureati.
Un’attenzione particolare va posta alla promozione di un sistema di relazioni sindacali di stampo partecipativo capace di motivare e coinvolgere al meglio il personale al conseguimento dei programmi e obiettivi delineati e condivisi di qualità, efficienza, efficacia dei servizi e delle prestazioni premiando impegno, merito, responsabilità e abilità di ciascuno anche con dinamiche retributive connesse ad indicatori di risultato ed obiettivi di standard di salute conseguiti con una rinnovata contrattazione di secondo livello capace di innovare, applicare e implementare le norme previste dai C.C.N.L. nella specificità aziendale.
Infine si riconferma la necessità di arginare l’invadenza della politica partitica nella gestione del S.S.R. in tutte quelle circostanze, modalità e livelli in cui essa si manifesta e si esercita in modo improprio (appalti, acquisti, spesa farmaceutica, esternalizzazioni di servizi, assunzioni e selezione di personale, progressioni e carriere professionali e/o selezione di figure dirigenziali apicali, primariati fino ai criteri di nomina dei Direttori dei Dipartimenti e delle Aziende Sanitarie e ospedaliere).
Il rischio, da evitare, è che, non di rado, le logiche deteriori dell’appartenenza politica/partitica prendano il sopravvento su quelle più virtuose della professionalità, dell’impegno/dedizione e capacità dell’operatore, del professionista o del dirigente che sia.



