di Francesco Scotti
Il consiglio regionale dell’Umbria ha deliberato il 24 marzo u.s. la costituzione dell’“Osservatorio regionale sulla salute mentale e il benessere psicologico dei giovani”. Si tratta di una prima attuazione nell’ambito del progetto di Piano regionale salute mentale che sarà parte del PSSR. L’Osservatorio è destinato ai ragazzi e ai giovani adulti tra gli 11 e i 25 anni, con l’obiettivo di affrontare in modo integrato disturbi psichici, disagi emotivi, dipendenze e problematiche collegate alle disabilità e a misure di sicurezza.
Del Piano regionale salute mentale si conoscono solo alcune anticipazioni comunicate, nel dicembre u.s., nelle due giornate di partecipazione convocate dalla Regione. Su quanto emerso in quella sede l’Associazione Umbria per la sanità pubblica ha redatto un documento, con la segnalazione delle carenze che imponevano con urgenza una strategia necessaria per impedire un ulteriore degrado dei servizi, accompagnato da alcune proposte da realizzare subito. Il documento è leggibile in coda all’articolo.
Già la messa in atto di un’attività partecipativa, prima della formulazione di un testo sull’organizzazione della salute mentale nel PSSR 2026, rappresenta un segnale di cambiamento dopo decenni di incuria. Si riconosce il principio secondo cui è necessario partire dalla conoscenza dei bisogni per mettere a punto qualsiasi progetto. È anche l’introduzione di un metodo che mira a rendere la salute mentale non solo un ambito specialistico, ma una responsabilità condivisa, un bene comune di cui tutti si sentano responsabili.
Gli interventi introduttivi del Rettore dell’Università, della Presidente della Regione e della Direttrice generale della sanità sono apparsi rassicuranti perché hanno riconosciuto le criticità e annunciato interventi. Il coinvolgimento del Rettore potrebbe favorire un maggiore impegno degli istituti universitari nella formazione e nella ricerca sulla salute mentale, ambiti che finora hanno mostrato carenze rilevanti. Questo impegno dovrebbe riguardare tutti i profili professionali coinvolti.
Nelle relazioni introduttive si è detto poco su come passare dalla situazione attuale, segnata da molte criticità, a quella prospettata nei programmi regionali. Tuttavia gli incontri hanno risposto alla richiesta degli operatori di essere ascoltati e hanno mostrato l’esistenza di un potenziale evolutivo forse finora sottovalutato.
Questo documento analizza gli elementi critici emersi dalle relazioni tecniche e dalle sintesi dei nove tavoli di discussione promossi dalla Regione e pubblicati su Quotidiano Sanità Umbria.
Un primo elemento, rimasto sullo sfondo ma decisivo, riguarda la riunificazione in un unico Dipartimento dei servizi di salute mentale per adulti, della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e dei Servizi per le Dipendenze. Realizzare tale integrazione non sarà semplice e richiederà una metodologia condivisa. Una possibile base comune potrebbe essere quella di una “psichiatria di comunità”, all’interno di una più ampia politica di salute mentale.
Tra le criticità emerse, la prima riguarda la carenza di personale, sia numerica sia di competenze. L’obiettivo dovrebbe essere l’adeguamento agli standard Agenas approvati dalla Conferenza Stato-Regioni nel 2022. Nelle condizioni attuali una presa in carico adeguata e interventi precoci – indicati dalla ricerca clinica come fondamentali – risultano difficili da realizzare e molti servizi rischiano di praticare una psichiatria prevalentemente farmacologica.
Una seconda criticità riguarda la carenza di attività formative specifiche, necessarie per evitare il degrado professionale dei servizi e valorizzare al meglio le risorse disponibili. Sarebbe utile anche una formazione trasversale tra servizi e diverse figure professionali, coinvolgendo gli stakeholder della comunità per favorire un approccio realmente integrato alla salute mentale.
Si segnala inoltre una forte disomogeneità operativa tra i servizi regionali, con differenze nelle modalità di accesso e nelle risposte offerte.
Un ulteriore problema riguarda l’elevato numero di posti nelle residenze terapeutico-riabilitative, superiore alla media nazionale e interpretato come possibile segnale di nuove forme di istituzionalizzazione. In passato le cooperative sociali rappresentavano una risorsa perché mantenevano un collegamento con la società civile e contrastavano la medicalizzazione delle strutture. In concomitanza all’impoverimento dei collegamenti con i servizi territoriali le caratteristiche più innovative delle Residenze sono andate in parte perdute e queste rischiano di trasformarsi in luoghi di lunga permanenza.
Due segnali di allarme riguardano gli SPDC (Servizi Psichiatrici Diagnosi e Cura): l’alto numero di trattamenti sanitari obbligatori e l’uso della contenzione meccanica, indicatori di uno scivolamento verso pratiche coercitive e di un insufficiente rispetto dei diritti delle persone con sofferenza psichica. La contenzione è inoltre diffusa anche in RSA e case di riposo.
È stata avanzata la richiesta di nuovi posti letto ospedalieri, sia per un ulteriore SPDC sia per la Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Questo comporta anche l’analisi del rapporto tra ospedale e territorio.
In Umbria i posti letto psichiatrici sono sempre stati pochi per scelta programmatoria, privilegiando la cura nel contesto di vita delle persone. Occorre quindi capire quanto la domanda di ricovero dipenda da cambiamenti della patologia e quanto dall’indebolimento dei servizi territoriali, spesso in difficoltà nella gestione dei casi complessi.
Analoghe considerazioni valgono per l’età evolutiva: i disturbi mentali tra i giovani sono più numerosi e più gravi, ma non è scontato che la risposta migliore sia sempre quella ospedaliera. Partendo dalla constatazione che posti letto. per l’età evolutiva non ci sono mai stati si potrebbero progettare soluzioni residenziali o semiresidenziali extra-ospedaliere.
Si discute infine di strumenti innovativi per migliorare l’uso delle risorse e favorire la partecipazione di utenti e familiari: budget di salute, coprogettazione, collaborazione volontaria, esperti per esperienza. Resta però aperta la questione se queste pratiche debbano rappresentare il punto di partenza del rinnovamento o il suo traguardo.
La principale contraddizione è che si conosce abbastanza bene ciò che si dovrebbe fare, ma non sono ancora chiare le condizioni per realizzarlo. Diventa quindi necessario definire un metodo che stabilisca priorità e obiettivi progressivi e utilizzare in modo sistematico i dati disponibili nei sistemi informativi sanitari per descrivere utenza, attività dei servizi ed esiti degli interventi, evitando che il dibattito si basi più su impressioni che su dati solidi.
Urgenze, emergenze, priorità.
1. Dare impulso alla centralità della tutela della salute mentale in Età evolutiva, a partire dall’analisi dei dati disponibili al fine di definire i Percorsi Preventivi, Diagnostici, Terapeutici e Assistenziali, per i principali problemi di salute dell’infanzia e dell’adolescenza, le conseguenti reti cliniche da attivare, nonché l’utilizzo delle diverse forme di residenzialità.
2. Messa in atto di un programma per annullare la contenzione meccanica nei reparti psichiatrici (Commissione ad hoc nominata dalla Regione).
3. Riattivazione di comitati di partecipazione, annessi ai DSM (Dipartimenti Salute Mentale) , con la funzione di facilitare l’accoglienza degli utenti nei servizi di salute mentale, ai fini di una presa in carico stabile ed efficace, in una coprogrammazione e coprogettazione, tra servizi e utenti, familiari e associazioni per migliorare la qualità delle cure e dell’assistenza.
4. Realizzazione di una ricerca-azione riguardante le Residenze terapeutico-riabilitative, da affidare alla Fondazione Seppilli, in collaborazione con l’Università e con il privato sociale che in esse opera o le gestisce, con l’obiettivo della valutazione dei programmi messi in atto.
5. Attivazione di un tavolo di confronto con la magistratura sui diversi temi che la chiamano in causa il TSO (Trattamento Sanitario ), la realizzazione di una REMS (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) in Umbria, la tutela della salute mentale negli istituti di pena).
6. Conferenza dei servizi (da convocare almeno due volte l’anno) per dare continuità a un confronto regolare tra tutti i soggetti coinvolti nelle questioni rilevanti per la salute mentale sul modello delle giornate del 15 e 16 dicembre 2025, sui temi e obiettivi di cui monitorare il cambiamento.
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Associazione per la Sanità Pubblica (Perugia 24 febbraio 2026)
Riflessioni e contributi sulle giornate di partecipazione dedicate dalla Regione alla salute mentale.
Nei giorni 15-16 dicembre 2025 la Regione Umbria ha realizzato un incontro su La salute mentale globale nella costruzione del piano socio sanitario regionale. Già la messa in atto di un’attività partecipativa, prima della formulazione di un testo che riguarda l’organizzazione della salute mentale nel PSSR del 2026, sembra il segno del cambiamento di rotta dopo decenni di incuria: vi si riconosce il principio che è necessario partire dalla conoscenza dei bisogni per cercare rimedi alle carenze riscontrate. Ma è anche l’invenzione di un metodo, teso a rendere la salute mentale non un ambito specialistico di intervento, ma una materia di cui tutti si sentano i difensori perché si tratta di un bene comune. Gli interventi introduttivi del Rettore dell’Università, della Presidente della Regione, della Direttrice generale della sanità, sono stati a questo proposito rassicuranti perché hanno segnalato le carenze e promesso che saranno affrontate. Il coinvolgimento del Rettore può costituire l’occasione per chiedere un impegno operativo maggiore degli istituti di formazione e ricerca che rientrano dell’ambito di competenza dell’Università; formazione e ricerca in cui si sono riscontrate, fino ad ora, gravi carenze, per quanto riguarda la salute mentale. Tale rinnovato impegno dovrà riguardare tutti i profili professionali operanti in salute mentale. Nelle relazioni introduttive poco si è detto su come si possa passare da una situazione come quella attuale, che suscita tante lamentele, e allarmi che non possono più essere trascurati, a una situazione quasi ideale quale era annunziata ad esempio nel programma per le elezioni regionali. Questi incontri hanno risposto anche alle richieste degli operatori ed essi si sono finalmente sentiti ascoltati e hanno vissuto positivamente il confronto, dimostrando così l’esistenza di un potenziale evolutivo che forse era stato fin ora ignorato. Questo documento, destinato innanzitutto ad attivare una riflessione nella nostra Associazione che porti a proposte concrete, è un’analisi degli elementi critici segnalati dalle relazioni tecniche del primo giorno e dalle sintesi del lavoro dei nove tavoli di discussione attivati dalla Regione e pubblicati su Quotidiano Sanita.it Umbria. I commenti introdotti sono in continuità con i documenti prodotti sul tema della salute mentale negli ultimi due anni. Come premessa ci corre l’obbligo di commentare un primo elemento che è sullo sfondo delle elaborazioni settoriali, anche se non è stato trattato esplicitamente, ed è la riunificazione in un unico Dipartimento, quello che attualmente è il DSM, dei Servizi di salute mentale per adulti, della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’Adolescenza, dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, dei SerD servizi per le dipendenze). Non sarà facile realizzare tale unità ma il punto di partenza per questa operazione dovrà essere la costruzione di una metodologia di approccio al compito che sia condivisa. Il che fino ad ora non è avvenuto. Si potrà convenire che questa base comune dovrà essere la metodologia di una psichiatria di comunità in una politica di salute mentale. Ci sono numerosi elementi critici che sono denunciati praticamente da tutti i relatori e compaiono nella sintesi dei tavoli. ● Carenza di personale sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista delle competenze professionali. A questo proposito ricorderemo che una sollecitazione ad adeguare le risorse professionali agli standard Agenas accolti dalla Conferenza Stato Regioni nel 2022, fu liquidata in Umbria dicendo che si trattava di un libro dei sogni. Come conseguenza una presa in carico adeguata, un intervento precoce quale auspicato dalle ricerche cliniche quale garanzia di efficacia, sono diventate, in queste condizioni, veramente sogni. ● Mancanza di attività formative specifiche, quelle che sarebbero necessarie per impedire il possibile degrado professionale dei servizi. Ma anche, aggiungiamo noi, per ottimizzare l’uso delle poche risorse disponibili. Ma anche una formazione trasversale tra i diversi servizi e operatori, compresi quelli del privato sociale, assieme con gli stakeholders della comunità per favorire il necessario approccio integrato della salute mentale globale. ● Disomogeneità operativa dei diversi servizi della Regione, disomogeneità delle risposte, disomogeneità delle modalità di accesso. Andrebbe commentato che ci avviamo, del tutto spontaneamente, verso una omogeneizzazione, almeno delle risposte, fondata però su una riduzione delle potenzialità operative, orientata verso il loro massimo comune divisore, costituito da una psichiatria unicamente farmacologica e anche di bassa qualità scientifica. Con termine elegante è stato denominato prevalenza del modello bio-medico. ● C’è un numero di posti letto nelle Residenze terapeutico-riabilitative che va ben al di là della media italiana e questo viene considerato segno di una tendenza a nuove forme di istituzionalizzazione. Commenteremmo che valutare la riabilitazione in posti letto piuttosto che in attività è già un grave peccato, che si accorda però bene con l’affermazione che sia sufficiente separare i malati dai contesti di vita per favorire automaticamente un loro possibile recupero. È inevitabile, su questo tema, far riferimento alle Cooperative sociali che, direttamente o indirettamente, gestiscono queste Residenze. Le Cooperative sociali sono state considerate un tempo una risorsa, in quanto contrastavano la medicalizzazione delle strutture e garantivano un contatto con la società civile che veniva considerato un elemento significativo nei programmi terapeutico-riabilitativi. In parte, e gradualmente, si sono perse queste qualità, in concomitanza dell’impoverimento dei collegamenti con i servizi di territorio, cui spetta di garantire una integrazione delle cure, un’attivazione dei circuiti terapeutici. Senza questa dinamica le Residenze diventano contenitori di lunga degenza. In presenza di programmi attivi questi pazienti potrebbero essere curabili in contesti diversi, non nelle Residenze. Ma anche qui, prima di discutere della capacità degli operatori e della loro disponibilità a portare avanti questi progetti, della necessità di una formazione perché vengano riacquistate competenze terapeutiche, bisognerebbe far notare la carenza di risorse dei servizi di salute mentale, per cui si giunge al paradosso che ci siano più operatori nelle Residenze che nei CSM. ● Vengono segnalate due situazioni di allarme che caratterizzano i SPDC: un numero alto di Trattamenti sanitari obbligatori, numerosi casi di contenzione meccanica. Questi sono da considerarsi segnali di uno scivolamento verso una psichiatria violenta, e testimoniano uno scarso rispetto dei diritti delle persone con bisogni psichiatrici. A proposito della contenzione dovremmo citare non solo gli SPDC ma anche RSA e Case di riposo in cui la pratica è diffusa. ● Richiesta di nuovi posti letto ospedalieri: un nuovo SPDC e PL per Neuro-psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Come premessa alle richieste va detto che esiste il problema più generale dei rapporti tra Ospedale e territorio. Ci sono pochi posti letto negli SPDC: la richiesta di ricovero ospedaliero è superiore all’offerta. Va notato che ci sono stati da sempre pochi posti letto per la psichiatria in Umbria, per una precisa scelta dei PSR; ma mentre prima era considerato un merito, significava che i pazienti potevano essere curati a casa, ora è diventato un difetto. Noi pensiamo che il problema vada analizzato a fondo, prima di qualunque soluzione. Occorre chiedersi, ad esempio, quanto il maggior bisogno di posti letto dipenda da un aumento e mutamento della patologia, e quanto invece dal fatto che i SPDC hanno scarsi rapporti con i servizi di territorio. Ma comunque l’aumento del ricorso al ricovero è anche legato all’impossibilità attuale dei servizi di territorio di affrontare i casi complessi. Pertanto vi è l’esigenza di garantire una vera collaborazione tra Ospedale e territorio; in particolare il SPDC di Perugia, benché formalmente sia parte del Dipartimento di salute mentale, non è con questo strettamente integrato. Non dovrà quindi tornare centrale, a questo proposito, un modello organizzativo che torni a garantire una reale integrazione dei SPDC nel contesto dei servizi del DSM? Se non si modificano tutte queste condizioni non basterà aumentare adesso i posti letto. Accadrà che di qui a poco toccherà aumentarli ulteriormente. Riteniamo che anche con Servizi impoveriti di personale questa del ricovero ospedaliero sia una priorità da affrontare, anche perché si tratta di una modalità di intervento che, benché riguardi una minoranza dei pazienti assistiti, ha un alto valore simbolico, ciò che vi accade è facilmente conoscibile e lo stile del suo funzionamento contribuisce a rafforzare lo stigma nei confronti dei malati e a scoraggiare l’accesso ai servizi da parte di chi ne ha bisogno. Questione altrettanto seria è quella che riguarda una richiesta per l’età evolutiva. La gravità, oltre che la numerosità, dei disturbi mentali in questa fascia di età è aumentata, ed è a partire dalla gravità che viene la proposta di Reparti ospedalieri con posti letto. Ma siamo sicuri che la soluzione ospedaliera sia la migliore? È sicuramente, ancora di questi tempi, la più prestigiosa. Ma non si potrebbe pensare a soluzioni residenziali e semiresidenziali extra-ospedaliere? ● Impellente richiesta di costruire una REMS (si tratta delle “residenze per l’esecuzione di misure di sicurezza”, che ha permesso la chiusura degli scandalosi Ospedali psichiatrici giudiziari). Vi è bisogno di fondarne una per impedire che un certo numero di pazienti psichiatrici autori di reato venga esportato in altre regioni italiane. Nel costituirla si dovranno fare i conti con tutte le difficoltà che in una pratica oramai decennale sono state denunciate da chi ne ha fatto esperienza e prevedere il modo di impedirle. Per non parlare poi della psichiatria penitenziaria che è un altro baratro, come hanno mostrato i magistrati coinvolti dalla Fondazione Seppilli in un incontro, in coda alla partecipazione regionale, sulla difesa dei diritti dei pazienti. ● Comparsa di nuove patologie dal punto di vista nosografico; trasferimento ai servizi di salute mentale di casi la cui competenza era precedentemente attribuita ad altri (ad es. Autismo di tipo 3). In particolare la relazione sui DNA ha messo in evidenza un fenomeno molto interessante: detto in un modo scherzoso: non ci sono più le belle anoressie e bulimie di una volta! Oramai tutti i soggetti che richiedono interventi presentano anche sintomi diagnosticabili come nevrosi, psicosi, borderline. Questo comporta un allargamento del programma terapeutico e quindi una convergenza di altre competenze professionali. Va notato che di questa mutazione nosografica ci siamo accorti già, molti anni fa, a proposito delle patologie da dipendenza, tanto da aver inventato in quel caso il termine doppia diagnosi. In molti luoghi, per fortuna non in Umbria, si erano costruiti anche Servizi specializzati in doppia diagnosi. Il combinarsi di più patologie psichiatriche in un unico paziente riguarda tutta la sofferenza mentale. Per usare lo stesso tono di prima: non ci sono neppure i begli schizofrenici di una volta. Il mondo cambia e cambia anche la patologia psichiatrica, a volte in modo drammatico; anche nei casi gravi cambiano le manifestazioni patologiche. Ci sono nuove forme di sofferenza psichica soprattutto nei giovani, disturbi sempre più precoci e sempre più alienanti che esigono interventi cui non siamo abituati. I cambiamenti sociali ed economici cambiano anche il contesto in cui si sviluppa la cura con la necessità che i servizi sviluppino nuove forme di presenza nella comunità, capaci di riconoscere il disagio prima che si strutturi uno stato di malessere stabile, capaci di dare risposte tempestive e di elevata qualità. ● È possibile oggi pensare a modalità innovative che possono migliorare l’uso delle risorse, favorire la partecipazione di utenti, di familiari in forma collaborativa e di coprogettazione, a partire dal budget di salute, la collaborazione volontaria, la presenza di esperti tra pari. La questione delicata che si pone a questo proposito è se tutto ciò possa essere un punto di partenza nel rinnovamento o debba essere un punto di arrivo. Sembra che il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e della soggettività della persona con esperienza di disagio mentale sia l’obiettivo più difficile da raggiungere nel lungo percorso che la comunità umbra sta facendo dal 1965 ad oggi. In altre aree della sanità la partecipazione attiva ai percorsi di cura e ai processi organizzativi è prevista ed in alcuni casi è anche una pratica stabilizzata. E la salute mentale? Da una posizione di avanguardia a quella tristissima di fanalino di coda? Conclusioni Quale è la contraddizione maggiore in cui ci imbattiamo? Si sa quasi tutto su ciò che si potrebbe e dovrebbe fare ma non si sa ancora come garantire le condizioni per farlo. Ci vorrà un metodo per stabilire priorità e progettare il progressivo raggiungimento degli obiettivi. I dati disponibili dal Sistema Informativo Nazionale Salute Mentale e da altre banche dati sanitarie non sono al momento utilizzati in modo sistematico per rappresentare l’utenza e la operatività dei servizi regionali e, laddove possibile, gli esiti dei loro interventi (vedi a questo proposito, ad esempio, Fabrizio Starace, Rapporto SIEP 2024 La Salute Mentale nell’Italia del regionalismo, Quaderni di Epidemiologia Psichiatrica n.11). Come conseguenza ne deriva che in questa traversata siamo spesso in balia dei nostri desideri o delle impressioni degli operatori, e quindi con difficoltà di formulare proposte per sbloccare la situazione attuale. Abbiamo bisogno di soluzioni operative, che riguardino innanzi tutto il buon uso delle risorse che ci sono. Per parte nostra abbiamo l’obbligo di essere presenti in una situazione in cui le iniziative di partecipazione e di approfondimento sulla salute mentale si stanno insperabilmente moltiplicando; è un dovere a cui non possiamo sottrarci, costruendo possibilmente una prospettiva che vada al di là del PSSR, che costituisca un elemento di confronto permanente, uno strumento di valutazione e stimolo ad andare oltre, ma anche un impegno a coinvolgere quanti sono potenzialmente interessati allo sviluppo di una politica di salute mentale. Documenti di riferimento 1. 2. 3. 4. Piano di azione nazionale per la salute mentale (PANSM) 2025-2030. Linee programmatiche 2024-2027 del Collegio Nazionale DSM: 10 tesi per il futuro dei DSM. Documenti della Conferenza Stato-Regioni, recepiti dalla Regione, su TSO e su contenzione meccanica e protocolli applicativi. Standard di personale Agenas per i servizi di salute mentale, approvati dalla Conferenza Stato-Regioni (21.12.2022). Urgenze, emergenze, priorità. 1. Dare impulso alla centralità della tutela della salute mentale in Età evolutiva, a partire dall’analisi dei dati disponibili (epidemiologici, sulle risorse ad oggi investite, sui programmi offerti, sulle liste di attesa), al fine di definire PPDTA (Percorsi Preventivi, Diagnostici, Terapeutici e Assistenziali) per i principali problemi di salute dell’infanzia e dell’adolescenza, le conseguenti reti cliniche da attivare, nonché l’utilizzo delle diverse forme di residenzialità. 2. 3. 4. 5. 6. Nota Messa in atto di un programma di “de-escalation” per la violenza nei reparti psichiatrici e in tutte le strutture residenziali con l’obiettivo di annullare la contenzione meccanica (Commissione ad hoc nominata dalla Regione). Riattivazione di comitati di partecipazione, annessi ai DSM, con la funzione di facilitare l’accoglienza degli utenti nei servizi di salute mentale, il loro ascolto e l’alleanza con essi ai fini di una presa in carico stabile ed efficace, in una coprogrammazione e coprogettazione, tra servizi, utenti e familiari, privato sociale e associazioni al fine di migliorare la qualità delle cure e dell’assistenza, favorendo il protagonismo e la partecipazione dei diretti interessati. Realizzazione di una ricerca-azione riguardante le Residenze terapeutico-riabilitative, da affidare alla Fondazione Seppilli, in collaborazione con l’Università (psichiatria e psicologia) e con il privato sociale che in esse opera o le gestisce, con l’obiettivo della valutazione dei programmi messi in atto. Attivazione di un tavolo di confronto con la magistratura sui diversi temi che chiamano in causa il rapporto con i servizi di salute mentale (TSO, la realizzazione di una REMS in Umbria, tutela della salute mentale negli istituti di pena). Conferenza dei servizi (da convocare almeno due volte l’anno) per dare continuità a un confronto regolare tra tutti i soggetti coinvolti nelle questioni rilevanti per la salute mentale (professionisti di ciascun profilo, terzo settore, associazioni, ecc.) sul modello delle giornate del 15 e 16 dicembre 2025, sui temi e obiettivi di cui monitorare il cambiamento. Le proposte dell’Associazione sono aperte al cofronto con – le forze politiche e sociali; – – – operatori dei DSM; associazioni di familiari e utenti; gruppi di interesse. Perugia, 24/02/2026



