L’autore di questo articolo è uno studioso di Perugia che conosceva il filosofo tedesco. Racconta di una visita speciale con l’occhio rivolto all’Europa
di Fabrizio Fornari*
Ricordare Jürgen Habermas significa inevitabilmente confrontarsi con una delle ultime grandi figure della filosofia e della sociologia europee, capace di tenere insieme rigore teorico e responsabilità pubblica. E tuttavia, nel momento in cui la sua scomparsa impone un bilancio, ciò che affiora non è soltanto la vastità della sua opera, ma anche la traccia viva di incontri che, pur nella loro ricchissima articolazione, sembrano restituire qualcosa della sua figura. Habermas, infatti, è stato non solo uno dei più grandi intellettuali europei – forse tra gli ultimi dopo Edmund Husserl e Antonio Gramsci –, ma anche un maestro nel senso più autentico e raro della parola, una presenza capace di generare legami, di formare allievi e di lasciare tracce durature, particolarmente vive anche nel contesto culturale e accademico italiano: una costellazione di studiosi, solo per citarne alcuni, che va da Giacomo Marramao a Sebastiano Maffettone, da Gian Enrico Rusconi a Stefano Petrucciani, da Alessandro Ferrara a Marina Calloni, da Walter Privitera a Luca Corchia, sullo sfondo delle intersezioni tra filosofia politica, teoria sociale e sociologia.
Ebbi occasione di incontrarlo nel 2019, a Cortona, durante il Seminario annuale della “Società Italiana di Teoria Critica”. In realtà, non si trattò solo di un seminario; piuttosto, fu il coagulo di uno straordinario insieme di circostanze convergenti: i festeggiamenti per il suo novantesimo compleanno, l’uscita dell’opera Auch eine Geschichte der Philosophie, la ricorrenza del trentennale del Seminario stesso, nonché la pubblicazione di Habermas global. Wirkungsgeschichte eines Werk per i tipi della casa editrice Suhrkamp, dedicata alla ricostruzione della ricezione internazionale del pensiero di Habermas. Mi piace altresì pensare che fosse venuto in Italia anche per salutare, forse per l’ultima volta, i suoi più vicini interlocutori.
Quello con Habermas fu un incontro quasi sorprendentemente informale. Al termine dei lavori, approfittando della conoscenza di quei luoghi, d’accordo con alcuni colleghi, gli proposi, per la bellezza incantevole del posto, una breve deviazione: una visita all’Eremo francescano chiamato “Le Celle”, sorto nel 1211 e immerso nella natura toscana (tra l’altro, ma il collegamento lo notai solo in un secondo tempo, il Seminario si era svolto nella “Residenza Oasi Neumann”, già monastero medievale di Santa Maria alle Contesse e sede di una delle prime comunità femminili francescane). La meta sembrò suscitargli qualche piccola esitazione; mi venne in mente il Viaggio in Italia di Goethe, nato in ambiente luterano nella Francoforte del XVIII secolo: giunto nella pianura sottostante ad Assisi, Goethe evitò deliberatamente di volgere lo sguardo in direzione della struttura conventuale francescana, puntando direttamente verso l’architettura classicista del Tempio di Minerva. Temetti che anche Habermas, uomo della ragione rigorosamente laico, ma proveniente da una famiglia di tradizione pure luterana (avversa al culto dei santi), potesse restare indifferente a quel luogo o addirittura esserne infastidito. Ma alla fine si convinse e una volta lì, accadde qualcosa di inatteso. Già novantenne, Habermas si mosse lungo le ripide viuzze dell’Eremo con una grande energia e silenziosa determinazione, lasciandoci alle spalle. Lo ritrovammo nei pressi della Cella di Francesco, dove sostò brevemente. Chissà quali pensieri si siano mossi nella sua mente davanti a quella cella spoglia, di nuda roccia. Ne Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, nato a Düsseldorf proprio come Habermas, conferisce ai due angeli protagonisti della sceneggiatura il potere di ascoltare il pensiero silenzioso dei vivi, dei sopravvissuti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Noi, invece, possiamo solo affidarci all’immaginazione: forse, in quel momento, il suo punto di appoggio prese la forma di una sorta di coscienza del vuoto – di quella gratuità da cui nasce ogni cosa, ogni discorso, ogni ragione – di quel vortice senza fondo dal quale emergono universalità ed etica.
In effetti, in ogni caso, è difficile non domandarsi, a distanza di tempo, se le sue riflessioni successive – in particolare quelle dedicate al rapporto tra fede e ragione, di cui tratta ampiamente anche il monumentale lavoro sopra richiamato – abbiano trovato anche in quell’esperienza, in quel contatto con lo spirito ispiratore di figure “moderne” e decisive come Raimondo Lullo (1235-1315) e Guglielmo di Occam (1280-1340), una qualche risonanza, un punto di insorgenza discreto, ma significativo. Di certo, quell’incontro contribuì a consolidare il mio rapporto con i suoi allievi italiani e, più in generale, a rinforzare, loro tramite, la sua presenza nei miei programmi di ricerca.
Nato nel 1929, formatosi dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, Habermas è stato, prima di tutto, il pensatore che più di ogni altro ha cercato di salvare la razionalità dalle sue derive novecentesche, senza rinunciare all’eredità dell’Illuminismo. Formatosi nell’ambito della Scuola di Francoforte, egli se ne distaccò progressivamente, opponendo al pessimismo della prima generazione una prospettiva ricostruttiva: non limitarsi a denunciare la razionalità strumentale, ma individuare le condizioni di una razionalità altra, capace di fondare intesa e riconoscimento.
Questa svolta prese forma nella teoria dell’agire comunicativo, dove il linguaggio diventa il luogo originario della razionalità. Qui Habermas distingue tra agire strategico e agire comunicativo, mostrando come solo quest’ultimo – orientato all’intesa – renda possibile una concezione non riduttiva della verità e della convivenza. È su tale base, del resto, che si sviluppa la sua idea di democrazia deliberativa: uno spazio pubblico in cui le decisioni non derivano semplicemente dal calcolo degli interessi, ma da processi discorsivi inclusivi e non distorti.
Nella sua ottica, pertanto, la democrazia deliberativa va intesa non alla stregua di un semplice meccanismo decisionale, bensì come processo discorsivo attraverso cui una società giustifica a se stessa le proprie scelte e le proprie norme. Sotto questo profilo, la sfera pubblica assume un ruolo decisivo. Essa si fa spazio in cui opinioni e argomentazioni circolano, si confrontano e si trasformano, rendendo possibile una formazione della volontà politica non riducibile alla mera somma degli interessi. Ne segue che la legittimità democratica, per Habermas, non deriva soltanto dal voto, ma dalla qualità inclusiva e non distorta dei processi comunicativi che precedono la decisione politica.
In questo senso, la sua difesa della modernità – un “progetto incompiuto” nella prospettiva habermasiana – si configura come una presa di posizione netta contro le derive relativistiche del pensiero postmoderno. Opponendosi ad ogni scetticismo radicale – anche quando assuma la forma apparentemente innocua di “pensiero debole” –, Habermas continua a scommettere sulla possibilità di una ragione condivisa, radicata nelle pratiche comunicative e nelle istituzioni democratiche.
A questo livello, celebri i suoi dibattiti, anche molto accesi, con Hans-Georg Gadamer, Michel Foucault e Niklas Luhmann, contro il quale, in particolare, ha difeso il ruolo del soggetto e del “mondo della vita” contro una visione sistemica della società, volta a disperdere la dimensione critica dell’agire comunicativo. A questi si affiancano dialoghi altrettanto rilevanti, come quello con John Rawls sul fondamento della democrazia e con Jacques Derrida sul destino dell’Europa, a testimonianza di un pensiero costantemente esposto al dialogo e all’impegno civile.
È soprattutto alla luce della prospettiva sorta nel confronto con quest’ultimo, e arricchita dalle tesi di un vasto movimento condiviso tra intellettuali, che vanno tra l’altro lette le sue riflessioni sull’Europa e sulla sfera pubblica europea. Per Habermas, l’Europa esisterà davvero solo se i suoi cittadini inizieranno a discutere oltre i confini nazionali, risultando insufficiente la mera cooperazione tra Governi. Lungo il solco habermasiano dell’esigenza di formare un’opinione pubblica transnazionale, lo stesso Derrida ha proposto il concetto di “nucleo europeo”, un “nucleo” di più paesi integrati che faccia da motore alla messa in opera di questo “spazio delle ragioni” (in sintonia con gli ultimi sviluppi dell’impostazione neohegeliana).
Non meno rilevanti e attualissime le riflessioni sull’Europa nelle sue perenni tensioni con gli Stati Uniti. Sia per Habermas, sia per Derrida, tali riflessioni non tratteggiano forme di “antiamericanismo”, ma di differenza tra modelli: al paradigma statunitense, basato sull’unilateralismo e sulla forza come fonte di legittimazione, bisogna continuare a contrapporre il modello europeo, basato invece sulla difesa del diritto internazionale, sulla primazia dei processi di negoziazione, sul multilateralismo. In altri termini: contro il prepotente ritorno dei nazionalismi, l’Europa dovrebbe rappresentare un’alternativa normativa nel mondo. Impressionante davvero la natura profetica di queste indicazioni – risalenti al 2003, ma confermate nella sua ultima pubblicazione, Per un mondo migliore. Colloqui con Stefan Müller-Doohm e Romans Yos, in uscita ad aprile per Feltrinelli nella collana “Scintille”.
Forse è proprio qui che il pensiero di Habermas mostra oggi la sua più stringente attualità. In un tempo segnato dalla frammentazione e dalla crisi delle istituzioni rappresentative, Habermas ci lascia in eredità non una teoria consolatoria, ma una esigenza, quella di continuare a pensare la democrazia come esigenza strutturale e pratica discorsiva, come esercizio sì fragile, ma necessario di una ragione che, per esistere, deve sempre tenere vivo il suo carattere dialogico.
* ordinario di Sociologia generale, Università Gabriele d’Annunzio di Chieti Pescara



