di Gabriella Mecucci
Foto ©Fabrizio Troccoli
I commenti sui risultati referendari si sono sprecati, ma nessuno ha ricordato che questo tipo di consultazioni popolari hanno segnato spesso e profondamente la storia d’Italia..
E’ ovvio che i voti del No al referendum del 22 marzo non andranno sic et simpliciter ai partiti che lo hanno sostenuto e che questi non hanno la vittoria assicurata alle prossime elezioni politiche. Basti considerare che da qui ad allora passeranno dai 15 ai 18 mesi. E con la rapidità con cui oggi cambiano situazioni e opinioni brandire certezze sarebbe velleitario. Ma la recente consultazione ha segnato un cambiamento netto del vento. E questo influenzerà non poco il prossimo periodo di vita del governo Meloni, l’atteggiamento futuro dell’opposizione e l’orientamento dell’elettorato.
Tutti i referendum più importanti hanno provocato nel nostro paese una svolta negli equilibri politici. Accadde col divorzio nel 1974 che aprì la strada ai grandi successi elettorali del Pci berlingueriano. Accadde con l’aborto nel 1981 che provocò per la prima volta la fine della lunga teoria dei premier democristiani, portando a Palazzo Chigi prima Spadolini e poi Craxi. Poi ci fu la consultazione del 1991 sulle preferenze con l’improvvido “andate al mare” di Bettino Craxi. Finì col trionfo di Mario Segni che anticipo’ di un anno la grande crisi di Mani Pulite con la fine di quasi tutti i partiti. Ci vollero ben 17 anni perché rispuntasse un referendum a alto tassi di politicizzazione: nel 2016 fu sconfitta la riforma costituzionale voluta da Renzi con un seguito catastrofico per quello che era stato giudicato il leader più brillante della scena politica italiana.
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Ora è toccato a Giorgia Meloni, silurata anche lei da un referendum. E’ piuttosto improbabile che non paghi un prezzo alto così come accadde a Fanfani, a Forlani, a Craxi e a Renzi. Qui si parrà della sua abilità. Se, unica premier, riuscirà ad evitare una seconda sconfitta dopo l’esito referendario. Nulla va dato per scontato, ma è sicuro che l’aria è cambiata su tutta la penisola fatta eccezione per tre regioni. E’ molto significativo il successo del Sì in Lombardia e in Veneto, ma è bene non dimenticare la sua sconfitta a Milano (58% di No), la città italiana più europea, a Brescia e a Bergamo. E poi la perdita secca a Venezia, Padova e in altri tre capoluoghi di provincia con una vittoria non oceanica solo a Verona e a Rovigo. Quasi tutte le maggiori città hanno negato il loro consenso a Meloni che vince bene solo nei piccoli e medi centri, e soprattutto nelle campagne.
In Umbria l’andamento è analogo. Vittoria del No nelle tre città più popolose: Perugia, Terni e Foligno, e anche a Gubbio e a Orvieto, amministrate oggi dal centrodestra. Ma sarà bene per il centrosinistra guardare meglio dentro le urne. Vi scorgerà, a due anni dei trionfi elettorali di Ferdinandi e Proietti, parecchi motivi di preoccupazione. Il fronte del No a livello regionale prende il 51,6, più o meno il risultato con cui il centrosinistra vinse le regionali del 2024, ma due punti in meno rispetto al dato nazionale del No. La partecipazione al voto però passa dal 52 per cento di allora all’attuale 65, uno dei più alti d’Italia. E’ chiaro quindi che il centrosinistra ha avuto una fedeltà sul No nettamente superiore a quella del centrodestra sul Sì. Una parte significativa degli elettori del governo Meloni hanno preferito dunque non schierarsi in questa partita. Effetto Vannacci sommato ad una indifferenza verso il quesito referendario? E’così. E, incredibile a dirsi, è stato proprio l’elettorato di Forza Italia a non andare alle urne: la metà è rimasto a casa con buona pace del suo fondatore, primo sostenitore della separazione delle carriere dei magistrati. Ma, in eventuali elezioni politiche o amministrative, questo comportamento potrebbe mutare: basterebbe trovare un buon candidato e fare un’ alleanza non impossibile col generale neofita della politica, e le chance di una vittoria umbra del centrodestra crescerebbero di molto. Ci sono poi tre importanti Comuni di centrosinistra – Città di Castello, Spoleto e Assisi – dove ha vinto il Sì che potrebbero passare di mano. Sono in pericolo dunque i tre sindaci di queste: Secondi, Sisti e Stoppini. Un’ analoga situazione, a parti invertite, potrebbe verificarsi a Orvieto e a Gubbio, nonché a Foligno. Infine c’è il rebus Terni con il super rebus Bandecchi. E, si parva licet, c’è la vicenda del segretario regionale del Pd, Damiano Bernardini che è anche sindaco di Baschi. Qui il No ce l’ha fatta per una manciata di voti. Ironia della sorte: ha difficoltà a convincere persino i suoi concittadini.
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In Umbria dunque il No l’ha spuntata, ma in modo risicato anche se ci sono importanti eccezioni, su tutte Perugia. E’ un voto interlocutorio, perché? Le due più straordinarie vittorie del recente passato sono arrivate al centrosinistra grazie a due candidate civiche: Ferdinandi e Proietti, ma i civici non sono riusciti a organizzare una presenza politica successiva. La loro voce è afona. Ma il vero “buco politico” è legato all’assenza totale del Pd, il partito con un consenso superiore al 30 per cento. Da quella parte c’è un vuoto totale, solo qualche sgrammaticata polemica. Tommaso Bori, poi, è stato il primo artefice della manovra fiscale della Regione, sbagliata nel metodo e eccessiva nel merito. Per non dire del Pd che non esprime nulla se non risse interne che hanno creato sconcerto anche al Nazzareno. Per eleggere il proprio gruppo dirigente ha impiegato più di un anno e lo ha fatto in spregio agli accordi con la minoranza, approfondendo lo scontro fra la parte perugina e quella ternana. E poi c’è la situazione molto difficile in cui naviga la giunta spoletina, un’Assisi privata del traino Proietti, e una Città di Castello sin dall’inizio in bilico.
Il centrodestra potrebbe approfittare di questa situazione, ma fa un’opposizione rissosa e poco propositiva, soprattutto a Perugia. Ciò detto la “luna di miele” col centrosinistra è durata poco un po’ in tutta l’Umbria, e i meloniani non hanno perso molti colpi. Il testa a testa in Umbria continuerà. Resta il fatto però che il risultato del recente referendum registra e rafforza un vento fortemente critico verso il governo nazionale e anche verso alcuni governi locali. Gli elettori hanno dato un avviso del loro scontento. Regna l’incertezza e dentro alle urne ci sono tanti risultati contradittori da analizzare. C’è tempo per entrambi gli schieramenti per correggere i loro errori. Quando i cittadini parlano, il Palazzo -. tutto, maggioranza e opposizione – deve non essere sordo. Chi capirà meglio i segnali se ne avvantaggerà politicamente e elettoralmente.



