Salta al contenuto principale

di Ida Meneghello

Lo confesso, anch’io ho avuto un bisogno disperato di Chanel. Quando facevo il mestiere a Milano (“Prostituta? No, mi dispiace”, come rispose Kristina Sevieri a Carlo Delle Piane in “Regalo di Natale” di Pupi Avati), cioè quando facevo la giornalista economica, mi occupai anche di moda. E frequentare il backstage delle passerelle scatena disperati bisogni di questo tipo. Ma erano i ruggenti Ottanta e Novanta dello scorso millennio e il mondo nel frattempo ha fatto parecchi giri.

Anche per questo ricordo autobiografico ho visto “Il diavolo veste Prada 2” con uno sguardo tra il tenero e il malinconico, aspettando per due ore (troppe) il colpo di scena che lo avrebbe giustificato e che purtroppo non succede.

Conclusione: far passare vent’anni per inventare il seguito piuttosto faticoso di una pellicola tanto “iconica” significa arrivare fuori tempo massimo.

Ma considerando gli incassi stratosferici del capitolo 1 era impossibile non tentare un capitolo 2. E com’era prevedibile in tempi così bui da indurre in tutti noi un bisogno disperato di favole, il ritorno in Italia di Miranda Priestly si può già definire clamoroso dopo appena qualche giorno nelle sale: il personaggio interpretato da Meryl Streep ha frantumato la soglia degli 11 milioni di euro. E questo record destinato a crescere nei prossimi giorni – entrerà senza dubbio nel gotha dei film più visti di sempre – si verifica a dispetto di tutto, nonostante l’evidente fragilità della sceneggiatura che si arrampica sugli specchi pur di rianimare l’eterna favola di Cenerentola alle prese col tracollo del giornalismo e delle riviste, e nonostante l’inevitabile invecchiamento dei personaggi e degli attori che li interpretano e che (per fortuna) sono sempre i quattro del primo capitolo: accanto a Miranda c’è ancora l’ineffabile e paziente arbiter elegantiarum Nigel Kipling ovvero Stanley Tucci, certo un po’ stropicciato dagli anni, ma come lui nessuno altrettanto consapevole di come vanno davvero le cose in quel mondo. E c’è la coppia delle “Emily’s”, ovvero delle ragazze “che ucciderebbero pur di avere quel posto” di assistente della crudele direttrice di “Runway”: Emily Charlton cioè Emily Blunt quanto mai assetata di rivalsa contro il mondo intero e Andrea “Andy” Sachs interpretata dalla sempre affannata (e dopo vent’anni piuttosto appannata) Anne Hathaway.

La trama del sequel è contorta quanto basta a evidenziare lo sforzo del regista David Frankel e della sceneggiatrice Aline Brosh McKenna di fare i conti con uno scenario di crisi ben diverso dal glamour sfavillante raccontato vent’anni prima. Andy (come migliaia di giornalisti nel mondo) viene licenziata dal magazine “Vanguard” nel momento stesso in cui viene premiata per le sue inchieste. Contemporaneamente Miranda e la sua prestigiosa rivista (ormai non più cartacea ma digitale) vacillano per lo scandalo provocato da un servizio promozionale su un marchio rivelatosi “sweatshop”. Per bloccare la fuga degli inserzionisti e salvare la testata l’editore Irv Ravitz richiama Andy coi galloni di caporedattore all’insaputa della direttrice, che fingerà di non riconoscerla quando lei si presenta nel suo vecchio ufficio. Ovviamente la ex ragazza riuscirà nell’impresa di sottrarre il gruppo editoriale alle grinfie di un miliardario schizzato che vorrebbe regalarlo alle sua amante Emily. Tra gli alti e i bassi della realtà – fine delle auto blu e dei voli in business class e fine anche del lancio di cappotti e borse contro le assistenti come usava fare la direttrice – la sceneggiatura tenta di imbastire una storia credibile tra New York e la fashion week di Milano, scomodando i frati domenicani di Santa Maria delle Grazie per ambientare un banchetto di vip nientemeno che nel refettorio dove Leonardo dipinse l’Ultima Cena.

Se un messaggio pur vago è presente nel film, questo viene detto da Miranda proprio mentre osserva il capolavoro leonardesco:“Questo soggetto non è originale, è stato dipinto centinaia di volte. E sempre il protagonista della cena ha l’aureola in testa. Ma qui non ce l’ha e forse Leonardo ha voluto rappresentare così la sua umanità, la sua imperfezione che lo rende tanto simile a noi”. Come a dire che è finita l’epoca in cui la divinità Moda rappresentava la versione iconica di un mondo perfetto.

Molti i cammei di stilisti e celebrità che hanno accettato di interpretare se stessi in questa occasione: Lady Gaga, Donatella Versace, Domenico Dolce, Tina Brown, Marc Jacobs, Brunello Cucinelli, Jon Batiste, Ashley Graham, la fotografa Brigitte Lacombe e le top-model Heidi Klum, Naomi Campbell e la modella famosa per la vitiligine Winnie Harlow.

Come ho scritto questo sequel arriva fuori tempo massimo. In fondo neanche il romanzo “Vent’anni dopo” è paragonabile a “I tre moschettieri” e l’autore era Alexandre Dumas, mica David Frankel. Ma il grande pubblico avrà sempre un bisogno disperato di Chanel, per uscire dalla quotidianità, per continuare a sognare. Vedere questo sogno nella versione originale è meglio.