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di Fausto Cardella
Foto ©Fabrizio Troccoli

Pace no, dopo il Referendum, ma un armistizio tra il Governo e la Magistratura, questo sì. Il nuovo clima è certamente propiziato da nuovi interlocutori: il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, che padroneggia il lessico giuridico così come quello della diplomazia; il nuovo capo di gabinetto, Antonello Mura, uno dei magistrati più stimati per competenza professionale ed equilibrio; il nuovo presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, giovane giudice del lavoro, fermo sui principi quanto moderato nei toni. Sintomi di ragionevolezza si intravedono nel probabile rinvio dell’entrata in vigore della riforma del gip collegiale per decidere sulle misure cautelari, prendendo atto – giusta o sbagliata che si ritenga quella riforma – che pochi, pochissimi tribunali dispongono di un numero di giudici sufficienti per attuarla. Contemporaneamente, si pensa di aumentare l’età pensionabile dei magistrati, che fu irresponsabilmente decurtata di ben cinque anni dall’oggi al domani, aprendo una voragine nell’organico, per niente colmata dalle nuove assunzioni. Rallegriamoci, dunque, del clima più disteso tra le istituzioni, ma l’unico ottimismo che possiamo concederci è quello della volontà, perché la giustizia italiana, senza riforme profonde quanto impopolari, è destinata a restare indegna di un Paese civile e a pesare sulle vite dei cittadini che vi incappano: colpevoli, innocenti, creditori o debitori, tutti travolti da un sistema inefficiente.

Le cause del disastro giudiziario sono molteplici e riguardano tutti gli ambiti, le carceri, la giustizia penale come quella civile.

La durata dei processi, di quello penale, in particolare, è intollerabile. Basti pensare che il processo “Tortora” -un caso di malagiustizia assai noto- è durato, dall’arresto del popolare presentatore alla sentenza della Cassazione, circa quattro anni, ma già con la sentenza d’appello l’imputato, già scarcerato da tempo, era stato assolto. Oggi, un processo del genere o anche più semplice difficilmente durerebbe meno di 8-10 anni. Qualunque giustizia dopo tanto tempo è un’ingiustizia. Le cause? Principalmente organici e luoghi.

Organici. Quelli della magistratura sono insufficienti, basta fare un raffronto con gli altri paesi d’Europa: 11-12 giudici per 100 mila abitanti in Italia, a fronte di una media europea di 17-22 giudici per 100 mila abitanti. Va peggio per i pubblici ministeri 3,8 per 100 mila abitanti, in Italia, a fronte di 11,2-11,6 nel resto d’Europa (fonte: Anm)

Un concorso in magistratura, ammesso che se ne riesca a fare uno ogni anno, dà un massimo di 400 o 500 magistrati, che a mala pena colmano i vuoti che si creano fisiologicamente; magistrati che però poi vanno formati con un adeguato e lungo tirocinio. Ridurre il tirocinio, già all’osso, o addirittura sopprimerlo, come qualche voce s’è sentita, avrebbe conseguenze gravissime perché l’indipendenza si impara giorno per giorno, l’equilibrio si affina, la preparazione teorica si testa nell’applicazione pratica: il buon giudice, o pubblico ministero, insomma, si costruisce e, mentre lo si costruisce, va affiancato da un collega più anziano. Così funziona.

Per non parlare degli organici del personale amministrativo, quello che precede, accompagna e segue la decisione giudiziale; il deficit raggiunge punte del 30/40 per cento. Qualcosa si potrebbe fare subito, con una revisione delle circoscrizioni giudiziarie, già parzialmente realizzata dalla ministra Severino anni fa, ma via via vanificata su spinte locali, fino al punto di riaprire tribunali chiusi, come Bassano del Grappa.

L’Italia è cambiata, e ancor più cambierà nei prossimi anni, per il prevedibile aumento dell’immigrazione, mentre diminuisce la popolazione autoctona. La dislocazione delle circoscrizioni giudiziarie, sostanzialmente, è ancora quella dell’Italia risorgimentale che, in gran parte, conservava quella preunitaria. Sarebbe ora di vedere se sono necessari e ben distribuiti ventisei distretti, oltre a tre sezioni distaccate, di corte d’appello e 165 tribunali, come ha saggiamente fatto notare il prof. Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm, a Perugia, in occasione di una sua visita agli uffici giudiziari. Per tacere del fatto che una revisione e concentrazione degli uffici giudiziari gioverebbe a recuperare e meglio distribuire magistrati e personale amministrativo, a favorire la specializzazione professionale e anche ad attuare la riforma del Gip collegiale di cui si diceva. Chiedersi se un sistema giudiziario sia al passo con le mutate esigenze sembrerebbe doveroso. Ma già sento levarsi il grido: piccolo è bello!

E poi le aule. Sembra un’ovvietà, ma per fare i processi occorrono le aule (possibilmente decorose); per fare due processi in contemporanea occorrono due giudici, due cancellieri ma anche due aule.

Per limitarci a Perugia, esclusi gli uffici giudiziari allocati nel palazzo del Capitano del popolo, l’unico edificio nato con destinazione a palazzo di giustizia, gli altri uffici giudiziari sono sparpagliati in edifici qualsiasi, rimediati alla meno peggio, insufficienti e, in qualche caso persino indecorosi. Mentre il progetto di adibire ad uffici giudiziari il carcere di piazza Partigiani langue da anni e anni.

Sorprende che una città, che con i suoi giuristi ha contribuito come nessun’altra all’elaborazione del diritto moderno, non sia riuscita a dotarsi di un palazzo di giustizia, degno di questo nome, dopo il 1400.