Di recente è tornato più che mai alla ribalta il dibattito sul funzionamento della giustizia italiana: lo ha riacceso la consultazione referendaria de 22-23 marzo. Pubblichiamo di seguito il racconto di una storia drammatica che è accaduta a Perugia. Riguarda un giovane imprenditore eugubino: Valentino Pierotti. Si è conclusa per lui con l’’assoluzione, ma dopo venti anni di difficoltà e sofferenze di tutti i tipi. La vicenda può offrire diversi spunti di riflessione per tutti.
di Gabriella Mecucci
“Il processo è già di per sé una pena”, diceva il grande giurista Francesco Carnelutti. Figuriamoci quando una vicenda giudiziaria dura poco meno di una ventina d’anni e termina, dopo quattro lustri di passione, con una sentenza di assoluzione.
La storia di Valentino Pierotti, imprenditore eugubino di 67 anni, vale la pena di essere raccontata perché è esemplare di lungaggini, errori, omissioni, che sono stati commessi dagli inquirenti e dalla Magistratura. Di questo “calvario giudiziario”, molte tappe sono state narrate con toni enfatici e scandalistici dagli organi d’informazione, divenuti invece del tutto silenti quando non c’era più materia per sbattere il “mostro in prima pagina” e era arrivata l’assoluzione dagli iniziali dieci capi d’imputazione. Nessuno si è sentito in dovere di restituire l’onore a chi aveva subito un simile trattamento.
Ma c’è una seconda ragione per cui questa storia va raccontata ed è che ciò che è accaduto, potrebbe accadere ancora. Che fare per evitarlo? Un interrogativo al quale in tanti dovrebbero cercare di dare risposte e, fra questi, anche i giornalisti.
Tutto è iniziato a gennaio del 2011 con l’accusa di bancarotta fraudolenta. La stampa ne scrisse a lungo: parlò di riciclaggio e evocò addirittura il fantasma della camorra. Le due aziende in questione erano la Sirio Ecologica e la Cpa (Compagnia per l’Ambiente), fallite nel 2009, quando già Pierotti era uscito da quasi due anni dal capitale sociale di entrambe e da tutti gli incarichi. All’epoca era un imprenditore appena cinquantenne e in piena ascesa: aveva numerosi incarichi fra cui la partecipazione al Consiglio di Amministrazione della Banca di Credito Cooperativo. E’ inutile dire che nella piccola Umbria la notizia ebbe un forte impatto mediatico.
Dopo quest’esordio spettacolare la vicenda giudiziaria restò a lungo in uno stato semi vegetativo. Solo nell’aprile del 2015, ben cinque anni dopo l’iscrizione del procedimento penale, il Giudice per l’Udienza Preliminare disponeva il rinvio a giudizio. Un lungo periodo era trascorso durante il quale non mancarono le pesanti incursioni dell’informazione: titoli “sparati”, locandine, trasmissioni televisive, più di recente i social. E poi c’erano le chiacchiere da bar e da “struscio”. Figuriamoci che cosa tutto ciò possa provocare in una piccola città di provincia come Gubbio, dove tutti conoscono tutti. Si creò un clima in grado di fare letteralmente a pezzi una persona e l’intera sua famiglia: Pierotti perse ruoli e collaborazioni, saltarono le sue intraprese, si accumularono ansie e dispiaceri di tutti i tipi. Si fece largo sempre più la sensazione di non riuscire a farcela. Avvolto da questa cappa di feroce negatività, la vita diventò una dolorosa attesa.
Poi, nel 2015, il rinvio a giudizio. Ma solo nel 2019, a dieci anni dal fallimento delle due aziende, si arrivava all’istruttoria dibattimentale. Nel 2020 il processo entrava nel vivo. Impossibile ricostruirne tutte le parti, ma non si può non segnalare che l’avvocato della Difesa, Manlio Morcella riusciva a mettere a fuoco, fra mille difficoltà e grazie a un lavoro alla Perry Mason, alcune delle irregolarità più serie dell’inchiesta. Prima di tutto non era stata versata e non era quindi consultabile una parte decisiva della documentazione su cui si fondava l’accusa, ma la cosa più importante era forse rappresentata da almeno tre errori emersi nel tempo.
Il primo riguardava una fattura di 420mila euro, fondante l’accusa di “bancarotta distrattiva”, che ad un’attenta analisi si dimostrava falsa. Poi veniva appurato che la firma di Valentino Pierotti, che appariva sulla quietanza di una seconda fattura di oltre quattro milioni, era – come certificato dalla perizia del grafologo – falsificata. Mentre dalle carte e dalle indagini della Difesa arrivava la denuncia di queste irregolarità, eravamo arrivati ormai a una quindicina d’anni di vere e proprie torture psicologiche e di difficoltà economiche crescenti per l’accusato. Ma non basta. Bisogna aggiungere altre importanti inesattezze nella valutazione di una terza fattura di leasing, decisiva per la condanna a quattro anni in primo grado. Di recente, infine la sentenza di Appello che decreta la caduta anche di questa accusa, l’ultima, e assolve.
Nel corso del processo svoltosi a Firenze, la Difesa ha tentato anche di mettere in evidenza i contatti fra il processo a Pierotti e le vicende interne alla famiglia Colaiacovo, nonché il ruolo giocato da alcuni dipendenti Colacem, uno dei quali si è persino improvvisato non occasionale detective-aiutante degli inquirenti.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma un pezzo di vita distrutta – fra i 50 e i 67 anni – chi glielo restituisce a Valentino Pierotti? L’avvocato Manlio Morcella sta verificando la possibilità di avviare delle azioni finalizzate al recupero dei gravissimi danni – economici e d’immagine – subiti dal suo assistito, ma comunque niente riuscirà a risarcire il dolore e le difficoltà da lui vissute.
Una vicenda questa che non finisce sotto i riflettori della grande cronaca come il caso Tortora o quello di Garlasco, ma anche questo è un dramma causato dal cattivo funzionamento della giustizia e dal cortocircuito mediatico. Tutto ciò è accaduto non lontano da noi: negli ultimi vent’anni, a Perugia. C’è materia su cui meditare per tutti.



