Il 23 di maggio si terrà a Perugia il convegno sulla tutela del paesaggio umbro che ha fra gli organizzatori anche questa rivista. L’appuntamento è fissato per le 9,30 a Palazzo Donini. Sull’argomento abbiamo intervistato l’architetto Gennaro Matacena, artefice del “modello Postignano”, un metodo di recupero attraverso il quale uno splendido borgo medievale della Valnerina è tornato a rivivere e non solo grazie al turismo ma anche grazie ai nuovi abitanti del luogo, molti dei quali stranieri. Un piccolo miracolo creato grazie a un mix di consolidamenti ben fatti, restauri di gran gusto, iniezioni di cultura e di memoria.
di Gabriella Mecucci
Foto © gratetmaglione
Era l’ormai lontano 1992 quando l’architetto Gennaro Matacena s’innamorò del Castello di Postignano. Turista in Valnerina, venne affascinato da quel luogo medievale semidistrutto ma ancora bellissimo, immerso nel verde e nel silenzio, a appena 4 chilometri da Sellano. Il suo è stato un intervento di gran qualità tantochè oggi si parla di “modello Postignano” per indicare il modo migliore di restaurare e di dare nuova vita a un borgo storico. L’esatto contrario di quanto accaduto nei pressi di Perugia, dove il magnifico Castello di Antognolla è stato sepolto da una colata di cemento. Ci sono parecchie buone ragioni dunque per parlare con Matacena del recupero di Postignano, a ridosso di un convegno sul paesaggio che si terrà a Perugia il 23 giugno (ore 9,30, Palazzo Donini) e che ha fra gli organizzatori anche questa rivista.
Architetto che cosa è dunque il “modello Postignano” e perché se ne parla tanto positivamente?
Mi viene da risponderle purtroppo. Perché questo mi ricorda che sono ancora troppo pochi i borghi recuperati, mentre settemila sono ancora abbandonati. Per quanto mi riguarda mi occupo di restauro da sempre. Quando ho pensato all’intervento a Postignano l’ho fatto con lo stato d’animo di chi pianta una vigna e aspetta con pazienza che arrivino i frutti sapendo che ci vuole tempo e tenacia. Lungi da me l’idea di una qualche speculazione.
E i frutti sono arrivati?
Sì. Abbiamo venduto una parte degli appartamenti, ne vorremmo mettere sul mercato al massimo altri 4 o 5. Gli acquirenti sono al 99% stranieri: olandesi, inglesi, filippini. E stranieri sono al 50 per cento anche gli ospiti del relais. La componente turistica funziona bene. Il nostro è un turismo molto qualificato che ama i silenzi, i paesaggi intatti, la cultura. Tanto per farle un esempio è la settima o l’ottava volta che l’Università della West Virgina organizza qui da noi un corso di scrittura creativa. Non si tratta di riportare nel borgo i vecchi abitanti, ma di inventarsene dei nuovi. Ridare vita a questi luoghi è un’operazione artificiale.
Quali sono le scelte più importanti su cui si basa il “modello Postignano”?
Direi che sono tre. Innanzitutto, c’è stato il problema del consolidamento del borgo. Bisogna abbandonare l’ideologismo di rifare tutto come era perché non è possibile. Questo è vero un po’ dappertutto e più che mai in zone sismiche come la Valnerina. Il consolidamento è stato fatto in modo molto accurato tanto è vero che il terremoto del 2016, che altrove ha provocato crolli e vittime, a Postignano non ha causato nemmeno una lesione. Il secondo intervento da realizzare ad opera d’arte è il restauro tenendo insieme l’antico con elementi di modernità. Il terzo è un’abbondante iniezione di cultura.
Che cosa organizzate?
Da maggio a novembre abbiamo un fitto calendario di eventi culturali (presentazioni di libri, dibattiti, concerti di musica classica e Jazz, mostre): quest’anno siamo alla tredicesima edizione di “Un Castello all’Orizzonte” che contiene tutte queste iniziative. Un secondo impegno culturale è stato quello di raccogliere un centinaio di attrezzi agricoli con i quali allestire un museo-laboratorio che racconti il passato del territorio circostante: cosa e come si coltivava la terra, le condizioni di lavoro dei contadini. Vorremmo che al suo interno si verificasse un incontro fra i vecchi e i nuovi abitanti di Postignano. La ricostruzione della memoria è l’atto culturale che conclude il recupero.
Quanto è importante il ritorno della vita in questi borghi per la difesa dell’intero paesaggio, di un territorio che comprende Marche Umbria e Toscana e che è “il luogo dove l’Italia è più Italia”, per usare la definizione di Putnam?
Qui c’è stato l’inizio dell’Italia moderna, una storia che è impressa nel paesaggio. Senza la presenza umana il territorio va in malora. Riportarvi la gente è fondamentale. E noi ci siamo riusciti anche se l’impegno per completare l’opera non è ancora terminato. Pensi che alcuni persone ormai vivono a Postignano anche l’inverno e di recente sono nati nel borgo due bambini. Un segno meraviglioso della vita che ritorna.
Cosa pensa della Valnerina?
E’ un territorio isolato e che ha conservato molte delle antiche caratteristiche anche se ci sono meno terreni coltivati rispetto al passato e più boschi. Questi si sono ripopolati di animali un tempo scomparsi: l’istrice imperiale, i lupi, i daini. Chi viene a Postignano adora fare passeggiate sia a piedi che in bicicletta. Individuare questi cammini e manutenerli è molto utile. La tutela del paesaggio si fa oggi anche così



