di Porzia Corradi
Foto @Andrea Boni
Buona la prima per Daniele Cipriani. Il Festival dei Due Mondi è andato bene e non ha pagato pegno al passaggio dalle mani della Vaute a quelle del nuovo direttore. Anzi, in almeno due campi, è filato in modo decisamente positivo.
La London Simphony seduce Spoleto con un travolgente Rachmaninov
Su tutti emerge il settore musicale, guidato da Beatrice Rana: scelta felice quella di chiamare alla direzione una delle migliori pianiste europee, giovane e molto motivata. Ha portato a piazza Duomo la London Symphony Orchestra che non viene certo di frequente in Italia. Con la direzione del canadese Yannck Nezet-Seguin ha eseguito Rachmaninoff in modo magistrale: un concerto davvero indimenticabile nell’ambito del quale ha suonato anche Beatrice Rana con la consueta bravura.
Accanto a questo appuntamento particolarmente affascinante, ce n’è stato un altro di notevole interesse condito da un pizzico di nostalgia. Quest’anno il festival portava il titolo “Radici” e il programma in più punti evocava Menotti: la maratona musicale a lui dedicata comprendeva alcuni importanti compositori americani, vicini al fondatore del Due Mondi. Nell’insieme è stata una lunga esibizione di buona qualità. Ci sono poi stati Mika e Arisa – una puntata sulla musica leggera che ha avuto qualche critica da parte dei “puristi” del Festival, ma – come ricorda Sergio Macedone, un grande conoscitore della storia della rassegna spoletina – “questa via era già stata imboccata da Giorgio Ferrara con alcune manifestazioni di dissenso, alle quali aggiunsi anche la mia”.
Il Festival è stato poi inondato dalla danza: numerosi e molto interessanti gli spettacoli. Ma questo risultato soddisfacente poteva essere messo nel conto sin dall’inizio, visto la competenza del direttore del Due Mondi in questo campo.
La parte teatrale invece non è stata forse del tutto all’altezza. Se la prima dell’Opera lirica “Vanessa”, con libretto di Menotti, che ha aperto il Festival, non è stata per nulla male, più d’una critica l’ha invece ricevuta il Platonov di Cechov con regia di Peter Steiner, cinque ore di uno spettacolo monumentale che ha lasciato però insoddisfatti parecchi palati.
Per quanto riguarda i numeri, Spoleto 2026, sessantanovesima edizione – alla vigilia di uno di quegli anniversari che contano – è andato decisamente bene. Record di biglietti: 35mila venduti in 44 paesi, record di artisti stranieri, 28 in tutti e record di incassi, oltre il milione e centomila. La dimensione internazionale della grande rassegna spoletina ne esce rafforzata.



