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Questa volta la catastrofe è vicina. Non è vero che è un lago senza immissari, solo che l’acqua è bloccata da erbacce e rifiuti. Le tante responsabilità

Passaggi Magazine, grazie all’impegno di Fabio Ciuffini, all’aiuto di Calzini e al coordinamento  di Giampiero Rasimelli e Gabriella Mecucci ha raccolto molto materiale per raccontare la storia del Trasimeno, le ragione per cui oggi si rischia un disastro senza precedenti, e come uscirne. Quella che pubblichiamo è la prima puntata della nostra inchiesta

di Fabio Maria Ciuffini

Foto scattate il 26 agosto 2026 lungo le sponde meridionali del Trasimeno lungo i litorali di Monte del lago

Negli stessi giorni di quegli scatti l’idrometro ha segnato –191 sotto il livello zero, il livello convenzionale del lago. Le foto visualizzano in modo spietato il significato di quella cifra, che supera di molto il livello 2003 – che fu considerato allora il picco negativo per la siccità moderna.

In primo piano non c’è una spiaggia naturale ma il fondale del lago che affiora: una distesa disordinata di ciottoli, pietre, residui di antichi pontili, frammenti di laterizi.

E in questi caldi giorni di settembre i livelli del Trasimeno sono scesi ulteriormente: sui –194, -195.

Se pensiamo che due metri sotto il livello zero è considerato il minimo sopportabile dall’ecosistema lacuale, siamo alla vigilia di un disastro.

Tornare allo zero idrometrico non è un obbligo burocratico: significa recuperare la reale dimensione paesaggistica del lago, garantire l’accesso alle isole e alle darsene oggi a rischio d’incaglio e offrire ai turisti spiagge sane anziché maleodoranti distese fangose invase da alghe e insetti. Significa, soprattutto, restituire al Trasimeno la bellezza celebrata da Goethe, Stendhal, Byron e Aganoor, vitale per la sua economia turistica.

Dunque, ripristinare lo zero idrometrico deve diventare una priorità assoluta, superando burocrazia e rimpalli di responsabilità, con la crisi climatica che aggrava ogni giorno condizioni non più tollerabili.

Per farlo è urgente aprire un dibattito ampio, serio, libero da veti incrociati, al quale Passaggi Magazine vuole portare un contributo.

Ma prima di riportare o avanzare soluzioni, è indispensabile chiarire alcuni concetti basilari tentando di capire le complesse dinamiche fisiche che entrano in gioco e riportando anche qualche briciola di storia del “Lago di Perugia” (così fu chiamato sino alla metà dell’Ottocento), tanto per capire meglio il presente.

Intanto alcuni numeri. La superficie del lago è di 128 kmq, comparabile con quella del Comune di Torino — 130 kmq — ma con una profondità media di appena quattro metri e un’estensione di 12 m: tremila volte la sua profondità.

Per questa enorme sproporzione il Trasimeno è un lago laminare.

Per capirlo, facciamo un esperimento. Rovesciamo un bicchier d’acqua su una superficie liscia, per esempio, un tavolo. Si formerà una chiazza spessa un paio di millimetri, per effetto della tensione superficiale.

Bene, quella chiazza è un buon modello di lago laminare. E, se la lasciamo lì, dopo un po’ scomparirà per evaporazione.

Il lago si «asciuga» secondo lo stesso principio. Esposto al sole estivo, nelle giornate più torride il Trasimeno si abbassa di un centimetro al giorno. Ogni ventiquattro ore di canicola, quel velo laminare perde oltre un milione di metri cubi d’acqua, svaniti invisibilmente nel cielo.

Anche per via dell’evapotraspirazione: la somma dell’evaporazione fisica e della traspirazione biologica delle piante.

I milioni di fusti del canneto agiscono come pompe naturali: assorbono l’acqua con le radici e la rilasciano nell’aria sotto forma di vapore, accelerando il prosciugamento.

Completiamo ora l’esperimento inclinando il tavolo. La chiazza scivolerà. Il lago è nato così. L’acqua che un milione di anni fa copriva la Valdichiana, per una serie di movimenti tettonici, è «scucchiaiata» nella conca del Trasimeno.

Tanto per memoria, in Italia ci fu un altro lago laminare: il Fucino, 150 kmq, iniziato a prosciugare dall’imperatore Claudio e prosciugato definitivamente dai Torlonia.

Così oggi il Trasimeno è un unicum in Italia; pochi gli esempi analoghi nel mondo, tra cui spiccano il Balaton in Ungheria e il lago Chad in Africa.

Un motivo di più per garantire stabilmente i suoi livelli.

Ma allora, direte, come fa il lago a mantenerli?

In una giornata di pioggia media cadono circa cinque millimetri d’acqua.

Due giornate di pioggia media compensano una giornata estiva di evapotraspirazione. Nei mesi freddi però l’evapotraspirazione diminuisce drasticamente.

Insomma, un delicato equilibrio tra sereno e pioggia, caldo e freddo, ha mantenuto fin qui i livelli del Trasimeno attorno allo zero idrometrico, detto anche «livello programmato», a volte superandolo. Anche recentemente.

Un pontile quasi sommerso dall’acqua nella piena del 2015

Il punto è quello di mantenere queste oscillazioni sempre entro valori accettabili. Inoltre, i cambiamenti climatici aggravano l’equilibrio del lago ma non devono diventare un alibi per coprire ogni forma di immobilismo.

Le criticità di oggi nascono, sì, da una siccitosa e caldissima estate da record, ma anche perché non si è fatto nulla, o quasi, per mitigarne gli effetti, peraltro ben conosciuti in anticipo.

Sappiamo comunque che i livelli del lago hanno sempre avuto delle oscillazioni. Nelle antiche carte, infatti, i suoi margini sono stati sempre due: la linea della magra estiva e quella della piena invernale.


Mappa tratta da un saggio di Pietro Frosini – 1958

E il tema del “prosciugamento” del lago era ben conosciuto e studiato già nel 1700. Cominciò Annibale Mariotti (cui è intitolato il liceo classico di Perugia) con le sue Riflessioni.

E lo studiò, per primo sulla base di osservazioni sperimentali, l’arciprete Bartolomeo Borghi (1750 – Monte del lago) uno dei geografi e cartografi italiani più importanti del suo tempo, parlando delle “escrescenze” e “decrescenze” del lago.

Egli fu il primo anche a riportare l’esistenza di costruzioni sommerse per l’innalzamento del livello del lago.


Figura 1 Questa potrebbe essere la “Strada corriera Toscana a Passignano”

Stiamo parlando di uno degli aspetti più misteriosi del nostro lago. I villaggi sommersi del Trasimeno di cui ci parla Ermanno Gambini in un suo prezioso libretto.

Resti degli abitati relativi alle fasi centrali del Medioevo: Ancaelle, il villaggio sommerso, poi edifici a Monte del Lago e Passignano. Strutture portuali ad Isola Maggiore

Ancora: il Trasimeno non è un lago chiuso, cioè privo di immissari. Gli immissari ci sono, ancorché di portata minima, e ce li elenca già il Borghi.

Non sappiamo quanti immissari censiti dal Borghi esistano ancora o abbiano cambiato nome. Ma il reticolo dei torrenti naturali — Paganico e Pescia — e dei canali artificiali occidentali — l’Anguillara, cui confluiscono Moiano, Maranzano, Tresa e Rio Maggiore — può e deve fornire, se ben gestito, un apporto significativo: circa 30–40 centimetri l’anno, secondo le piogge.

A patto di mantenere pulite e pervie le sezioni idrauliche, con manutenzione costante.

Il Trasimeno è anche un lago endoreico, cioè privo di emissari naturali.

Come tutti sappiamo, un emissario artificiale conduce le acque di piena nel torrente Caina, quindi nel Nestore e infine nel Tevere.

Non è stato il primo. Borghi parla di un intervento romano, forse in epoca Claudiana, e di quello più noto di Braccio Fortebraccio: tutti di incerto funzionamento.

Bisognò aspettare la fine dell’Ottocento e l’arrivo sulla scena perugina di un personaggio carismatico, di grande intelligenza, erudizione e capacità organizzativa, cui dobbiamo perché la costruzione di un nuovo emissario, un’opera grandiosa per quei tempi, fosse pensata, finanziata e completata.

Si chiamava Guido Pompilj.

Nato a Monte del Lago nel 1854, fu uomo politico di vaglia: presidente della Provincia dell’Umbria, deputato dalla XVI alla XXIII legislatura, sottosegretario alle Finanze e agli Esteri. Fu a capo del consorzio di privati cittadini «Per la sistemazione del Lago Trasimeno», con l’obiettivo di salvarlo dal prosciugamento.


Foto degli addetti alla costruzione dell’Emissario
(ritrovata casualmente a Praga)

Lavori di costruzione dell’Emissario

Ed ora mi permettete una battuta, tanto per capirci?

Se vivesse oggi un Pompilj, forse si troverebbe innanzi a qualche invalicabile ostacolo burocratico e quella “Sistemazione” non si farebbe.

Pompily però merita ancora qualche riga.

Sposò la contessina Vittoria Aganoor, fra le principali poetesse italiane tra Ottocento e Novecento, esegeta delle bellezze del lago e bellissima di suo.

Lei morì tragicamente nel 1910, lui non volle sopravviverle e si suicidò con un colpo di rivoltella, ancora nel fiore degli anni. Un epilogo tragico per una vita fuori del comune.

Per finire: Nel lago non ci sono maree, ma una «sessa»: un’oscillazione periodica di 5-10 centimetri dell’intera massa d’acqua, provocata dalle variazioni della pressione atmosferica. Il vento accumula invece l’acqua sottovento fino a 30-40 centimetri, lungo un fetch massimo di oltre 14 chilometri, e può generare tempeste con onde peculiari e pericolose.

L’alto Adriatico si comporta come un lago. L’acqua alta catastrofica del 1966 fu la somma di sessa, tempesta di scirocco e marea eccezionale.

Direte: che c’entra Venezia? Avrò modo di spiegarmi più avanti.

Ed ora veniamo ai tempi nostri.

Nel 1958 il Trasimeno raggiunse il minimo storico assoluto: –2 metri e 63 centimetri. Davanti a quella spaventosa distesa di melma, nel mondo accademico e politico prevalse l’idea rinunciataria di un lago ormai spacciato, destinato ad asciugarsi da sé.

Tanto che la mia tesi di laurea in urbanistica, assegnatami in quegli anni e completata obtorto collo, immaginava la sistemazione di quei 128 chilometri quadrati di nuovo territorio emerso: strade e quartieri dove un tempo nuotavano i lucci.

Si riaffacciava così l’idea del prosciugamento, avanzata più volte nei secoli e che nel 1865 ottenne persino la concessione dal nuovo governo sabaudo. Fortunatamente cadde per la tenace opposizione di scienziati, cittadini e, soprattutto, del Comune di Perugia.

Nel 1958, però, il Genio Civile scavò il canale artificiale dell’Anguillara, riportando al Trasimeno Tresa e Rio Maggiore (prima deviati verso la Valdichiana) e scongiurando quelle malaugurate idee. Nel 1964 vi furono convogliati anche Moiano e Maranzano.

Questa «gronda artificiale» raccolse così quattro torrenti, smentendo le teorie rinunciatarie dell’epoca. Grazie all’opera e alle piogge dei primi anni Sessanta, nel 1964 il lago superò di nuovo lo zero idrometrico, raggiungendo +8 centimetri.

Conseguita la laurea, lavorai come socio con Ilvano Rasimelli. Un uomo, Ilvano, della tempra di un Pompilj.

Per lui il lago, più che un problema ingegneristico, era una ragione di vita. Aveva la «laurea» dei nuotatori del Trasimeno — la traversata dall’Isola Minore alla Maggiore — e vi incrociava con la barca a vela. Fu lui a farmi buttare i disegni dei villaggi sul lago prosciugato.

Un gesto liberatorio, quasi a voler cancellare l’eresia di un lago cancellato dalle mappe.

Negli anni Settanta, però, il livello ricominciò a calare. Per Ilvano il punto era che il canale dell’Anguillara e i torrenti che vi si immettevano erano invasi dalla vegetazione, che ne riduceva la portata in caso di piogge. Ci trascinò così a fotografare i tratti quasi occlusi e infine fece una relazione in forma insolita per quei tempi: una presentazione multimediale con fotografie e voce incisa, la sua.

La presentazione ebbe il successo sperato.

Gli immissari vennero ripuliti. Il lago tornò a crescere fino a valori accettabili.

Oggi, a mezzo secolo di distanza, si ripresenta lo stesso problema. Perché?

Ne parleremo nella seconda puntata di questo articolo che seguirà, tra qualche giorno.

Sempre Ilvano concepì poi un’altra idea: il sistema Montedoglio, Trasimeno, Tevere. Era sempre stato contrario a quella diga, e aveva ragione. Portare le acque del Tevere nel bacino dell’Arno fu un delitto ecologico. Ma, una volta deciso l’invaso — c’era dietro Fanfani… — propose che l’acqua di Montedoglio andasse al Trasimeno: un modo per condurre al lago il flusso rubato al Tevere e riportarcelo attraverso Caina e Nestore.

Oggi scopro che quella vegetazione occludente è ritornata copiosa e che l’acqua di Montedoglio, giunta al Trasimeno dopo infiniti ritardi e dopo un accordo certamente positivo siglato nei mesi scorsi dalla Presidente dell’Umbria Proietti e dal Presidente della Toscana Giani lo alzerà soltanto di 5 centimetri. È un primo passo nella giusta direzione, ma in cinque giornate di caldo estivo come in questa estate  addio acque di Montedoglio!

Fin qui i miei antichi ricordi.

Dovremo però parlare della situazione attuale del Trasimeno, dei problemi più urgenti e dei progetti per apportare nuova acqua al lago.

Soprattutto, porre con forza la questione di una gestione unitaria: un organismo con poteri e risorse adeguati, capace non soltanto di studiare e coordinare, ma di decidere, agire al momento giusto e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Ne parleremo nella prossima puntata con Franco Calzini, presidente dell’ARCI di Perugia, animatore di importanti iniziative imprenditoriali nell’Isola Polvese e nel Trasimeno e già amministratore del Comune di Panicale e della Provincia di Perugia. Un uomo, Calzini, che vive quotidianamente la realtà del lago e di cui questo Magazine ha già parlato.