di Giuseppe Capaccioni
Foto ©Fabrizio Troccoli
Il prossimo 4 ottobre ricorrerà l’VIII centenario della morte di San Francesco d’Assisi: un uomo di pace e di dialogo, una figura universalmente riconosciuta e amata anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica o non si riconosce in alcuna fede.
Assisi, la sua città natale, in questo anno francescano è stata al centro dell’attenzione del mondo intero. Lo testimoniano molti segni. Anzitutto le centinaia di migliaia di persone di ogni paese, cultura e credo che l’hanno visitata, e gli oltre 370.000 pellegrini che in un solo mese hanno partecipato all’ostensione delle sue spoglie mortali. Poi le innumerevoli pubblicazioni editoriali, gli spettacoli e le rappresentazioni artistiche ispirati alla figura del Santo. Infine la prossima visita del Papa, per la seconda volta in meno di un anno, e delle massime cariche dello Stato italiano, a cominciare dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il 4 ottobre è inoltre tornato a essere festività nazionale grazie alla legge 151 del 2025, approvata con una larghissima maggioranza bipartisan in entrambi i rami del Parlamento. È un segno eloquente di come la figura di Francesco sappia ancora unire ciò che altrove appare diviso.
Tutta questa attenzione riservata al “Poverello” di Assisi fa sorgere spontanea una domanda: perché? In fondo Francesco è vissuto oltre ottocento anni fa, in un contesto culturale, politico ed economico totalmente diverso da quello dei nostri giorni. Perché, allora, tanto interesse? Che cosa può suggerire ancora la sua vita a noi, donne e uomini del XXI secolo, immersi in un tempo segnato dalla velocità, dall’incertezza e da conflitti che sembrano non avere fine?
Innanzitutto, Francesco ci interpella su una domanda che ogni uomo, in ogni epoca e a ogni latitudine, si è posto almeno una volta nella vita: qual è il senso del mio essere al mondo?
Tutti, almeno una volta, ci siamo fermati e abbiamo avvertito che l’intera realtà non basta a colmare il desiderio del nostro cuore. Quid animo satis? Che cosa basta al nostro animo? È un sussulto, un’inquietudine profonda, che ci fa sentire Francesco uno come noi.
Uno di noi che non ha avuto paura di questa vertigine. Con il gesto della spoliazione, davanti al vescovo e alla città, ha deciso di non trascorrere l’esistenza nel tentativo di dimenticare la domanda sul senso del vivere. Ha scelto invece di discendere tutto l’abisso dell’essere, tutto l’abisso delle cose che sembrano niente, per vedere se al fondo ci sia il nulla oppure l’essere.
Questo prendere sul serio sé stesso ce lo rende amico e maestro. Rende affascinante e contemporaneo il suo insegnamento e ci invita a vivere una responsabilità personale nei luoghi e nelle situazioni in cui ci troviamo: in famiglia, nel lavoro, nella comunità civile. La sua vita è luminosa perché è animata dal coraggio della verità.
Prendiamo esempio da Francesco, dalla sua vita e dal suo insegnamento, per trovare il coraggio di agire da protagonisti nella vita di ogni giorno. Il santo di Assisi non ha aspettato che fossero le circostanze a cambiare, né ha delegato ad altri il compito di rinnovare la chiesa e la società del suo tempo. Ha cominciato da sé stesso, dai gesti semplici e concreti della quotidianità: l’abbraccio al lebbroso, la cura delle pietre di San Damiano, l’incontro disarmato con chi era considerato un nemico. Anche a noi non sono richieste imprese straordinarie, ma la disponibilità a non restare spettatori.
Liberiamo dunque, come ci chiede papa Leone XIV, «la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo» (Discorso al Meeting di Rimini 2026).
Contribuiamo a costruire la pace, che non può essere considerata soltanto una questione politica o diplomatica. È, prima ancora, una domanda sulla nostra capacità di scegliere, sulla responsabilità delle nostre azioni, sul rapporto con l’altro e sulla possibilità di costruire relazioni fondate sulla dignità, sulla giustizia e sulla fraternità. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, occorre opporre il realismo della misericordia e del dialogo. In questa prospettiva l’altro non può essere “preventivamente” considerato un nemico, e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e da incontrare nella verità.
Servono uomini coraggiosi, che rendano convincente e credibile il cambiamento richiesto a tutti a partire dalla propria inversione di rotta. Come Francesco, che prima di chiedere agli altri di cambiare ha cambiato sé stesso.
È questa la sfida che Francesco lancia a ogni generazione: trasformare l’inquietudine del cuore in impegno, e la domanda di senso in una presenza responsabile nel mondo.
Vogliamo prenderlo sul serio?



