Il 3 ottobre a Villa Valvitiano, si svolgerà una giornata sull’Iran dal titolo ”L’arte del dissenso”. L’Iran: un paese tradito”, promossa da Ilaria Borletti Buitoni in collaborazione con l’associazione Maanà. Alle 15,30 verrà proiettato il film Persepolis e alle 20 La Testimone. Alle 17,30 avrà inizio un dibattito al quale parteciperanno Barbara Stefanelli, condirettrice del Corriere della Sera, autrice del libro “Love Harder. Le ragazze iraniane camminano davanti a noi”, Rayhane Tabrizi, attivista di “Donna, Vita e libertà” e presidente dell’associazione Maanà, Gianni Vernetti, editorialista, scrittore, già sottosegretario agli Affari Esteri, e Greta Privitera, giornalista esteri del Corriere della Sera che ha recentemente pubblicato un libro da titolo “Libertà, Libertà! L’Iran che resiste da Khomeini alla guerra di Trump e Netanyahu. Coordinerà Gabriella Mecucci. Sui temi del dibattito segue un’intervista a Barbara Stefanelli.
di Gabriella Mecucci
Il suo libro Stefanelli racconta le storie eroiche delle donne iraniane e è intitolato “Love Harder” che significa amore più forte. Perché ha scelto queste parole?
“Sono quelle di una canzone di Kae Tempest che è un inno all’amore combattente. Il testo dice: ‘Quando tutto si infiamma, noi innamorati impariamo ad essere guerrieri. Quando il buio diventa nero, noi impariamo ad amare più forte’: versi che alludano alla passione per la vita che spinge a battersi per la libertà”. Ed è proprio questo che fanno le donne iraniane: combattono con determinazione e con coraggio per la libertà”.
Il titolo recita anche ‘Le ragazze iraniane camminano davanti a noi’: è un modo per spronare l’Occidente a fare di più per aiutarle?
“L’idea è proprio quella di mettersi sui loro passi. Le donne iraniane aspirano a quella libertà che l’Occidente ha saputo conquistare costruendo le democrazie liberali, ma verso la quale sta diventando un tiepido difensore. Le ragazze di Teheran sono davanti a noi perché si battono per questi valori che nascono in Occidente, ma che l’Occidente, almeno in parte, sta dimenticando. Non sono delle poverine che hanno intravisto la nostra superiorità, ma eroine che aspirano alla libertà e che hanno più di noi il coraggio di difenderla. Il loro è l’urlo contro ogni forma di rinuncia, contro la ritirata verso il silenzio”.
Lei in questo libro mette al centro la tragedia di Nika, di Aida, di Asra: storie di torture, di uccisioni contrabbandate per suicidi, di torture. Il suo è un racconto vibrante che introduce nella storia e nella cronaca le emozioni. Che ci commuove. E’ questo l’obiettivo che si era prefissa?
“Sì, è proprio così. Io non ho niente contro il verbo commuoversi. Anzi, la parola evoca il movimento, un atteggiamento che aiuta a riconoscere quello che fanno le ragazze iraniane, i drammi delle loro famiglie, dei parenti, degli amici. E’ un modo per evitare che venga archiviato, occultato dalla polvere dell’indifferenza e del silenzio. Ed è proprio questo che loro ci chiedono: guardare e raccontare ciò che succede nella società, distogliendo gli occhi troppo puntati sui vertici, sul potere supremo per rivolgerli altrove. Proprio in questi giorni infatti – come racconta Privitera in un suo articolo – stanno riprendendo le proteste degli studenti. Il movente specifico sono le mense per la qualità scadente dei cibi, ma non mancano gli slogan contro il regime. Gli ayatollah hanno causato a un paese potenzialmente molto ricco pesantissime difficoltà economiche e sociali. Le sanzioni internazionali infatti schiacciano il regime, ma determinano anche la miseria per il popolo”.
Che cosa ha prodotto l’intervento di Trump e Netanyahu? La situazione è migliorata o peggiorata?
“E’ peggiorata. Il collasso economico è ancora più grave. E le repressioni non solo non sono finite ma sono diventate più forti. Quel regime sa fare due cose molto bene: resistere e reprimere. Ma la lotta del movimento continua. Ho già detto della protesta degli studenti. Le donne vanno avanti sulla strada della disobbedienza civile. Basta guardare le immagini per accorgersi che nelle settimane recenti hanno ripreso a togliersi il velo, nonostante la legge sia sempre più dura”.
Un movimento che non si ferma…
“Del resto è figlio di una grande storia e le ragazze ne hanno piena consapevolezza. Dicono: il regime dura dal 1979, da meno di cinquant’anni. E che sarà mai rispetto ai millenni persiani? Anche in nome di questo orgoglio, che ha profonde radici nel passato, proseguono la loro lotta”.
Che cosa possiamo fare per aiutarle, per seguire queste ragazze che camminano davanti a noi?
“Riconoscerle e non dimenticarle mai. E’ quello che cerchiamo di fare al Corriere scrivendone, e che fate voi con l’iniziativa del 3 ottobre”.



