di Daniele Spinelli*
In Umbria il dibattito sulle infrastrutture è tornato al centro dell’attenzione. Strade, ferrovie, impianti sportivi e ospedali occupano da mesi le pagine dei giornali e alimentano una domanda semplice ma decisiva: chi finanzierà le opere di cui la regione avrà bisogno nei prossimi anni?
Storicamente, il finanziamento delle infrastrutture ha poggiato soprattutto su due grandi motori: il credito bancario e l’intervento pubblico, inteso in senso ampio. Quest’ultimo comprende non soltanto le risorse di bilancio, ma anche i fondi e gli strumenti europei e l’intervento di soggetti a matrice pubblica come Cassa Depositi e Prestiti. Tutti questi canali, però, presentano oggi limiti specifici.
La spesa pubblica deve confrontarsi con vincoli di bilancio sempre più stringenti, mentre il credito bancario, pur disponibile per le operazioni sostenibili, ha una capacità di finanziamento inferiore rispetto al passato: a fine 2025 gli impieghi si attestavano intorno ai 606 miliardi di euro, contro circa 1.000 miliardi nel 2011. Le risorse europee, dai fondi strutturali ai programmi dedicati fino ai finanziamenti della BEI, sono rilevanti ma vincolate a finalità, requisiti, cofinanziamenti e tempi precisi. Anche CDP, pur rappresentando uno dei principali strumenti di sostegno all’economia reale, opera secondo propri criteri di rischio, rendimento e sostenibilità e non costituisce quindi una fonte automaticamente disponibile.
Realisticamente, molte opere dovranno essere finanziate attraverso un mix di questi strumenti. Non è però affatto scontato che tali risorse siano disponibili in misura sufficiente per tutti gli interventi programmati, né che possano esserlo in tempi compatibili con le urgenze di realizzazione.
Da qui la necessità di guardare anche al capitale privato, attraverso gli strumenti della finanza di progetto e del partenariato. Le risorse non mancano: fondi infrastrutturali, investitori istituzionali, family office e altri operatori dispongono di capitali ingenti. Ma anche il loro coinvolgimento non è automatico: ogni operazione deve rispettare precise regole di ingaggio in termini di rendimento, durata, rischio, stabilità dei flussi, qualità della controparte e dimensione.
Conta, in particolare, il ticket minimo, che deve essere sufficiente a giustificare i costi di analisi, strutturazione, due diligence e gestione dell’investimento. Si può naturalmente discutere se questi investitori creino sempre valore per la collettività o se, in alcuni casi, finiscano piuttosto per estrarlo o trasferirlo a scapito dell’interesse pubblico. Ma il rischio non può tradursi in una rinuncia preventiva a questi capitali. Al contrario, rende ancora più necessario conoscerne le regole e attrezzarsi per governarne al meglio l’ingresso.
È qui che emerge una delle principali criticità per una realtà come l’Umbria: molti interventi, considerati singolarmente, non hanno dimensioni sufficienti per entrare nel campo di interesse dei grandi investitori.
Prima ancora di cercare “il Fondo”, occorre quindi costruire l’oggetto dell’investimento, aggregando progetti, fabbisogni e programmazioni fino a raggiungere una scala coerente con le logiche del mercato.
Questo significa innanzitutto superare la frammentazione delle singole programmazioni, per creare una massa critica. Comuni, aziende sanitarie, Università e altre istituzioni continueranno naturalmente ad avere propri piani, ma per le opere più strategiche occorre un salto di scala: coordinare, aggregare e mettere in rete gli interventi che, considerati insieme, possono raggiungere maggiore massa critica, efficienza e sostenibilità. .
È il caso, ad esempio, degli impianti sportivi, delle strutture sanitarie, delle infrastrutture turistiche delle implementazioni abitative, dove la sostenibilità del singolo progetto dipende spesso anche dalla possibilità di aggregare bacini di utenza, servizi e domanda potenziale.
Il punto, dunque, non è mettere insieme programmi diversi, ma costruire un vero portafoglio regionale di progetti infrastrutturali, selezionati, ordinati e presentati secondo criteri comuni: un vero e proprio mercato regionale dei progetti, governato da una cabina di regia stabile nella quale concentrare competenze amministrative, tecniche ed economico-finanziarie e supportato da una piattaforma digitale capace di raccogliere e aggiornare in modo omogeneo le informazioni essenziali: costi, tempi, autorizzazioni, bacini di utenza, flussi attesi, risorse pubbliche, asset disponibili, finanziamenti e garanzie. La tecnologia consente oggi di trasformare dati dispersi in un quadro unitario, comparabile e immediatamente leggibile dal mercato e dal sistema delle imprese.
I vantaggi, peraltro, potrebbero essere molteplici e muoversi in più direzioni.
Da un lato, un rapporto stabile e strutturato con i grandi investitori infrastrutturali -da svilupparsi anche attraverso vere e proprie “antenne” nei principali centri finanziari, sul modello delle presenze territoriali già sperimentate nel rapporto con le istituzioni europee- consentirebbe non soltanto di intercettare capitali, ma anche di conoscere in anticipo modelli gestionali, tecnologie e soluzioni innovative, trasferendo sul territorio competenze e pratiche maturate su mercati più evoluti. Dall’altro, una migliore raccolta, selezione e strutturazione dei dati avrebbe un effetto importante anche sulla trasparenza del dibattito pubblico, perché consentirebbe di distinguere più chiaramente le ipotesi prive di reale sostenibilità economico-finanziaria da quelle che, pur finanziabili, presentano profili eccessivamente speculativi o poco coerenti con l’interesse pubblico.
Un ulteriore terreno sul quale l’intervento pubblico potrebbe agevolare concretamente lo sviluppo di infrastrutture realizzate in partenariato pubblicoprivato è quello della fase iniziale di strutturazione, quando l’incertezza è ancora elevata e le imprese possono essere restie a sostenere costi significativi senza la garanzia che l’operazione arrivi a compimento. In questi casi, il pubblico potrebbe farsi carico, in tutto o in parte, dei costi necessari a portare i progetti ritenuti più meritevoli ad un adeguato grado di maturità –finanziando studi di fattibilità, approfondimenti tecnici e giuridici– e, una volta raggiunta questa soglia, prevedere, ove possibile, ulteriori forme di incentivazione finanziaria e fiscale per favorirne l’effettiva realizzazione.
In definitiva, serve un sistema evoluto di gestione e promozione delle infrastrutture: tecnologicamente avanzato, professionalmente strutturato e capace di parlare tanto il linguaggio dell’amministrazione quanto quello del mercato.
Perché il problema non è soltanto trovare i capitali, ma presentarsi davanti a quei capitali con progetti abbastanza grandi da interessarli, abbastanza maturi da essere valutati e abbastanza solidi da essere finanziati.
*Daniele Spinelli è consulente giuridico di PREM Bocconi, un centro che da anni offre consulenza specialistica a grandi imprese e amministrazioni pubbliche nella strutturazione di interventi infrastrutturali complessi. Come avvocato ha seguito diverse operazioni nel settore delle infrastrutture sia in Italia che all’estero. E’ docente alla SDA Bocconi in tema di contratti pubblici e Ppp. È stato assistente del rappresentante italiano in seno all’“Advisory Committee on The Opening-up of public procurement” (Comitato consultivo in materia di appalti pubblici della Commissione ruropea).



