Salta al contenuto principale

di Camilla Sorignani

Nel nucleo storico di San Martino in Campo, nella Valle del Tevere, è ancora leggibile un organismo fortificato la cui configurazione attuale è l’esito di una stratificazione plurisecolare. Oggi sede della società di ingegneria Sintagma, il complesso conserva nella propria materia costruita le tracce di assetti, funzioni e usi differenti, sedimentati nel corso del tempo.

La complessità di questa vicenda costruttiva è all’origine di uno studio promosso dall’ingegner Nando Granieri e sviluppato presso l’Università degli Studi di Perugia nell’ambito di un assegno di ricerca finanziato da Sintagma, sotto il coordinamento scientifico del professor Paolo Belardi. Il lavoro è confluito nel volume Il castello di San Martino in Campo. Da villa medievale a laboratorio di ingegneria, pubblicato nel 2026 da Petruzzi Editore.

Attraverso il confronto tra fonti archivistiche, documentazione cartografica ed evidenze materiali, la ricerca ripercorre le principali fasi evolutive del borgo e riconosce nel manufatto le permanenze delle trasformazioni che ne hanno progressivamente definito l’assetto.

Le origini dell’insediamento precedono la costruzione della fortificazione. Attorno alla pieve di San Martino in Campo, documentata con certezza a partire dal XII secolo, si struttura progressivamente un nucleo rurale che nel 1282 è qualificato nelle fonti come villa: un insediamento aperto, privo di cinta muraria e strettamente legato allo sfruttamento agricolo della pianura circostante. La trasformazione in castrum matura nel corso del XIV secolo, nel clima di instabilità del contado perugino segnato dalle incursioni di compagnie armate. Nel 1380 San Martino in Campo compare per la prima volta tra i castelli afferenti alla porta di San Pietro; due anni più tardi ne viene formalizzata la costruzione e agli abitanti è riconosciuta la possibilità di edificare le proprie case entro le mura. La prima attestazione planimetrica disponibile, contenuta nel Catasto Chiesa del primo Settecento, restituisce un impianto pressoché rettangolare, delimitato da una cinta muraria e circondato da un fossato, sviluppato in stretta relazione con la chiesa il cui lato meridionale costituisce parte della cinta muraria, mentre il campanile coincide con una delle due torri difensive. È su questo assetto che nei secoli successivi si innestano trasformazioni di carattere religioso, residenziale e produttivo.

Nel corso del Settecento, l’affermazione della famiglia Donini, insediata a San Martino in Campo dalla seconda metà del Seicento e già titolare di un consistente patrimonio fondiario, incide progressivamente sulla configurazione del complesso. Dal 1723, con l’acquisizione della dimora della famiglia Cenci all’interno del castello, destinata a centro di raccolta dei prodotti dell’azienda agricola, prende avvio un processo di accentramento delle proprietà nel borgo e nelle sue immediate adiacenze, determinando la progressiva trasformazione dell’antico organismo difensivo in un sistema residenziale e produttivo.

Un passaggio determinante in questo processo è l’acquisizione dei fossi che circondavano la fortificazione, avviata nel 1771 e completata nel 1793 da Filippo Donini. Ormai privi della funzione difensiva, questi spazi vengono integrati nella proprietà, consentendo di ricomporre in un unico organismo i beni della famiglia. Una fase ormai avanzata di questa trasformazione è restituita dalla Pianta dimostrativa della Villa di S. Martino in Campo redatta dal geometra Andrea Brunelli nel 1829, nella quale una parte consistente degli ambienti interni al castello risulta destinata alle attività produttive della famiglia.

Nella seconda metà dell’Ottocento, la ricostruzione della chiesa parrocchiale determina un’ulteriore trasformazione dell’assetto del borgo: l’ampliamento dell’edificio religioso modifica il sistema degli accessi e delle percorrenze interne oltre a comportare la demolizione o l’assorbimento di alcune strutture preesistenti. La configurazione così definita si mantiene sostanzialmente stabile fino agli interventi che ne hanno consentito il riuso contemporaneo.

La fase più recente prende avvio nel 1992, quando Sintagma acquisisce una prima porzione del castello e avvia un articolato programma di restauro e rifunzionalizzazione. Al momento dell’acquisizione il complesso versava in condizioni di grave degrado: gran parte della copertura era crollata, diverse porzioni dei solai risultavano compromesse e i paramenti murari esterni conservavano solo limitate tracce delle finiture a intonaco. Gli interventi hanno riguardato innanzitutto la ricostruzione della copertura, il consolidamento dei solai e il recupero dei prospetti, con la riapertura di alcune finestre tamponate e il ripristino degli intonaci. Parallelamente, gli ambienti sono stati adeguati alle nuove esigenze d’uso, trasformando il complesso in sede e laboratorio di ingegneria. Nel 2023, insieme al rinnovo delle coperture e al miglioramento delle prestazioni energetiche, Sintagma ha acquisito un’ulteriore porzione dell’antico castello e il parco sul lato orientale, in risposta alla crescita dell’attività professionale e alla conseguente necessità di nuovi spazi. Gli interventi non si sono limitati all’adeguamento funzionale dei nuovi ambienti e all’ampliamento degli spazi di lavoro, ma hanno assunto la lettura delle preesistenze come parte integrante del progetto. L’analisi delle murature ha consentito infatti di riconoscere antichi collegamenti e aperture successivamente tamponate, alcune delle quali sono state ripristinate restituendo leggibilità alla configurazione storica del complesso. Nella stessa ala, oltre all’ampliamento degli spazi destinati agli uffici, il salone centrale di rappresentanza caratterizzato da un articolato apparato decorativo pittorico a soffitto, è stato rifunzionalizzato come sala riunioni, ponendo in relazione i caratteri storici dell’ambiente con il nuovo uso. Nel 2025 il programma di recupero si è esteso agli spazi aperti mentre ulteriori acquisizioni hanno proseguito il processo di ricomposizione delle diverse parti dell’antico castello. La riqualificazione del parco si è accompagnata al restauro dei prospetti nord ed est, finalizzato al recupero degli intonaci, delle cromie e degli apparati decorativi.

Nel suo insieme, la vicenda di San Martino in Campo mostra come la conoscenza costituisca un presupposto essenziale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio costruito. L’indagine storica e la lettura diretta del manufatto consentono di riconoscerne le permanenze, interpretarne le trasformazioni e orientare il progetto nella consapevolezza delle stratificazioni esistenti. Nel caso del castello, il restauro e la rifunzionalizzazione hanno contribuito a rendere nuovamente leggibile un organismo già presente, ma in parte latente nelle proprie strutture, riportando in evidenza tracce e relazioni sedimentate nel tempo e ponendole in dialogo con gli usi contemporanei.

  

Fig. 1 Geometra Agrario Andrea Brunelli, Pianta dimostrativa della Villa di S. Martino in Campo, 1829 (ASPg, AFD, b. 350, fasc. 5).

Fig. 2 Vista aerea della sede della società di ingegneria Sintagma.

Fig. 3 Prospetto nord-ovest su via Roberta, documentazione fotografica dello stato attuale (2026).

Fig. 4 Spazi di lavoro, documentazione fotografica dello stato attuale (2026).

Fig. 5 Sala riunioni, documentazione fotografica dello stato attuale (2026).