di Gabriella Mecucci
Vittoria Ferdinandi ha denunciato gli insulti sessisti ricevuti sui social -a partire dal super gettonato putt**, molto usato dai leoni della tastiera. Ha aderito all’iniziativa della prima cittadina di Firenze, Sara Funaro che aveva chiesto alle donne amministratrici di promuovere azioni legali contro gli autori delle aggressioni verbali. Gli eventuali risarcimenti, derivanti dalla vittoria nelle cause civili, saranno versati in un fondo a favore delle donne prive di risorse per ricorrere alla Magistratura. Su questa scelta non si può che essere d’accordo almeno per due ragioni.
Prima di esporle però, è indispensabile esprimere la solidarietà verso Vittoria Ferdinandi, verso Sara Funaro e verso tutte le donne che subiscono i volgari sproloqui della rete.
Non sopportare più in silenzio simili comportamenti è – e questa è la prima ragione di accordo – indispensabile. Denunciarli e additarli come censurabili è dunque giusto sia dal punto di vista politico che da quello comunicativo. Speriamo che lo sia anche sul piano dell’efficacia legale, visti i tempi biblici della nostra giustizia in materia.
L’iniziativa legale di Fernandi-Funaro va a colpire uno dei punti nevralgici dei social: ripropone infatti – e questa è la seconda ragione di accordo con le promotrici – il tema di come tali formidabili strumenti comunicativi possano e debbano essere usati. E’ accettabile che non esista alcun limite a monte? E cioè che i vari Facebook o Istagram non debbano fare un minimo di vigilanza su quello che viene pubblicato? Su questo punto le opinioni notoriamente sono divergenti. C’è chi – Musk in testa, insieme ad altri signori della rete – invoca la totale deregulation in nome della libertà. Ma la libertà ha una sorella che le deve stare sempre accanto e che si chiama responsabilità. E quale responsabilità esiste se nei social si può agire nel più totale anonimato? Gli eroi degli insulti al calor bianco si riparano molto spesso dietro una cortina fumogena che li rende irriconoscibili, o comunque difficilmente identificabili. Siamo sicuri che sia giusto difendere sempre e comunque il diritto all’anonimato? Sotto copertura si possono far circolare anche fake news di tutti i tipi e campagne mistificatorie tali da influenzare persino gli esiti elettorali. Proprio di recente la Gran Bretagna ha riconosciuto che il risultato del referendum sulla Brexit è stato condizionato dall’attività online di potenze straniere.
D’altro canto, è del tutto vero che rendere sempre identificabile chi scrive, abolendo completamente l’anonimato, può favorire i regimi autoritari e mettere in serissima difficoltà chi si oppone a questi. E non può non sollevare parecchi interrogativi decidere di dare in mano ad un algoritmo la scelta di ciò che è pubblicabile o da scartare.. Siamo finiti dunque in una sorta di cul de sac dal quale non sappiamo uscire? Per il momento è proprio così, anche se il dibattito si sta sviluppando e cominciano ad essere elaborate le prime proposte. Per il momento c’è solo uno strumento contro gli insulti, le fake news e quant’altro: ricorrere alla Magistratura. Ed è buona cosa che si sviluppi un movimento dal basso che alzi la voce. In questo caso l’ hanno fatto le sindache e le amministratrici, ma anche altri possono muoversi: tra questi in prima fila dovrebbero esserci i giornalisti.
E’ indispensabile raggiungere la consapevolezza di quanti rischi comporti la rete, senza nulla togliere ai suoi straordinari vantaggi. Occorre non prendere per buono tutto quello che scrive, ma controllare almeno da quale fonte proviene l’informazione. L’obiettivo non può essere reprimerla, ma darle regole rispettose della libertà. Trovare un modo democratico di governo della rete è la grande sfida del futuro, con buona pace dei “signori dei social”: quelle poche decine di super ricchi e super potenti cioè che difendono la totale deregulation in nome non della libertà di tutti, ma soltanto della loro.



