di Antonio Bellucci
Sento e leggo sempre più frequentemente affermazioni e giudizi su un’Europa lontana dai cittadini o matrigna, nel migliore dei casi e, nel peggiore, colpevole di tutti i mali e della non facile situazione economica attuale.
Ma è proprio vero che questa Unione europea, chiamata spesso genericamente Europa, sia la causa dell’impoverimento, culturale, sociale ed economico degli italiani? Non si tratta forse di conclusioni provocate da forze sempre più pressanti, Trump, Putin, la Cina che condizionano e fomentano l’opinione pubblica oltre a partiti politici e a opinionisti compiacenti che hanno tutto l’interesse di indebolirla o meglio, di sfasciarla?
Che cosa le si rimprovera? Forse di essere lontana dal volere dei cittadini, di decidere e fare senza nessun mandato condizionando la nostra esistenza? I sovranisti e gli euroscettici accusano la Commissione europea con a capo Ursula von der Leyen di voler trasformare progressivamente l’Unione europea in una struttura politica sempre più centralizzata, sottraendo così poteri decisionali agli Stati membri.
Innanzitutto, ritengo che su questo aspetto non trascurabile vi sia un grosso errore di fondo: la Commissione europea è un organo esecutivo che obbedisce agli orientamenti politici tracciati dal Consiglio europeo in cui partecipano i capi di stato e di governo e il cui Presidente, attualmente il portoghese Antonio Costa, è eletto a maggioranza qualificata ogni due anni e mezzo dagli stessi capi di stato e di governo.
Inoltre, la Commissione europea, in quanto organo esecutivo, propone atti legislativi che poi vengono discussi e adottati dalle due istituzioni che detengono il potere legislativo e cioè il Consiglio dell’Unione europea alle cui riunioni partecipano i ministri degli Stati membri per i loro settori di competenza e il Parlamento europeo con i suoi 720 eurodeputati eletti dai cittadini dell’Unione a suffragio universale ogni 5 anni.
Non voglio fare una sterile lezione sul funzionamento delle Istituzioni europee ma ritengo che a volte sia necessario puntualizzare alcuni aspetti del funzionamento delle Istituzioni dove le decisioni vengono prese con la partecipazione di tutti gli Stati membri durante ogni fase del processo decisionale; infatti pur essendo l’Italia un paese fondatore di questa tanto bistrattata Unione europea, constato sempre di più e in maniera diffusa un’ignoranza ingiustificata da parte di molti e malafede, da parte di alcuni, sul funzionamento delle Istituzioni europee; entrambi, portano inevitabilmente a incomprensioni, nel migliore dei casi e nel peggiore, all’aumento degli euroscettici ingannati da coloro che ritengono che Bruxelles decida autonomamente e che un’Italia fuori dall’Ue possa sopravvivere e competere nell’era della globalizzazione.
Il virus dell’euroscetticismo
Ritengo che l’euroscetticismo sia un virus che debba essere contrastato se vogliamo arrivare a una Europa sovrana, una federazione di popoli per la sicurezza e la libertà di ciascuno e ciò soprattutto nella situazione attuale caratterizzata da un capitalismo autoritario, oligarchico e clientelare con Putin come massimo esponente, con Trump come massimo rappresentante di una leadership populista e nazionalista con elementi di capitalismo oligarchico e con la Cina e i suoi social (per esempio TikTok e WeChat) che diffonde e fomenta il malcontento. I loro leader non esitano a screditarne le regole e persino il governo democratico dell’Ue.
Ma cerchiamo di capire se effettivamente questa Europa matrigna lo sia stata davvero in questi ultimi anni con l’Italia; lo farò illustrando alcuni interventi temporanei che hanno avuto un notevole impatto sul nostro paese ma anche citando misure correnti che possono aiutarci a capire cosa significa per l’Italia e quindi per l’Umbria stare in Europa.
La Banca Centrale europea (BCE) ha il compito di dare attuazione alla politica monetaria. La nomina del Presidente della BCE coinvolge le tre principali Istituzioni europee: il Consiglio dell’Unione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio europeo che adotta la decisione definitiva con una votazione a maggioranza qualificata. Mario Draghi ne è stato il Presidente dal novembre 2011 al 31 ottobre 2019 e il 26 luglio 2012 pronunciò la famosa frase “Whitin our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the €. And belive me, it will be enough”. In pratica durante il Global Investment Conference di Londra, nel pieno della crisi del debito sovrano europeo, Draghi disse che la BCE era pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. In quel momento l’Italia stava attraversando una gravissima crisi con lo spread fra BTP italiani e Bund tedeschi sopra i 500 punti; gli investitori chiedevano interessi molto elevati per acquistare il debito pubblico italiano e cresceva il timore che l’Italia potesse non essere capace di emettere centinaia di miliardi di € di titoli di Stato, sia per sostituire quelli in scadenza (rifinanziamento del debito) sia per finanziare il deficit pubblico. L’intervento di Draghi fu determinante in quanto contribuì a evitare una gravissima crisi del debito italiano e dell’intera eurozona.
L’importante intervento nel periodo Covid
Ma andiamo oltre; la recente pandemia di Covid-19 è esplosa in Europa nei primi mesi del 2020. L’Ue è intervenuta su due fronti: quello sanitario e quello economico-finanziario. Dal punto di vista sanitario, la Commissione europea negoziò contratti con le case farmaceutiche per conto degli Stati membri, finanziando anticipatamente parte dello sviluppo e della produzione dei vaccini. Si arrivò a prevedere oltre quattro miliardi di dosi. Furono previsti sostegni agli ospedali e forniture mediche attraverso il meccanismo RescEU con il quale fu possibile creare scorte di mascherine, respiratori e altri dispositivi sanitari che furono poi trasferiti verso gli Stati più bisognosi tra cui l’Italia. Fu inoltre istituita l’HERA, una struttura europea incaricata di preparare risposte a future emergenze sanitarie.
Nel 2021 è stato adottato un programma chiamato EU4Health con una dotazione iniziale di 5,1 miliardi di € per il periodo 2021-2027 destinato ad aumentare la resilienza sanitaria degli Stati membri.
Da un punto di vista economico-finanziario, i governi dei paesi dell’Ue concordarono un primo pacchetto di aiuti per 540 miliardi di € con tre strumenti finanziari: SURE con una dotazione di 100 miliardi di € con la finalità di proteggere lavoratori e occupazione, BEI con una dotazione fino a 200 miliardi da destinare alle imprese sotto forma di crediti e MES sanitario con una dotazione fino a 240 miliardi di € sotto forma di prestiti per spese sanitarie. Quest’ultimo non è mai stato utilizzato. Con il programma SURE, l’Italia ha ricevuto 27,4 miliardi di € in prestiti che ha impiegato per sostenere la cassa integrazione e misure analoghe dei lavoratori colpiti dalla pandemia. Il secondo e più corposo pacchetto di aiuti si è poi concretizzato con il programma che va sotto il nome di NextGenerationEU con una dotazione di 806,9 miliardi di € per la ripresa economica dei paesi più colpiti dalla pandemia. Il programma è da noi conosciuto con l’acronimo di PNRR (Programma di Ripresa e Resilienza) mediante il quale sono arrivati in Italia 194,4 miliardi di € di cui 71,8 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti a tasso agevolato.
A seguito della pandemia, è intervenuta anche la BCE per evitare una nuova crisi dei debiti sovrani (quello italiano era il più a rischio) mediante un programma di acquisti sul mercato dei titoli pubblici e privati per 1.850 miliardi di €. Nel marzo del 2020, i ministri delle Finanze raggiungono un accordo in sede di Consiglio dei ministri mediante il quale gli Stati membri potevano discostarsi temporaneamente dai vincoli di bilancio per finanziare sanità, aiuti a famiglie e imprese e occupazione applicando così la “clausola generale di salvaguardia del Patto di stabilità e crescita”.
Con la pandemia l’Unione europea ha dimostrato unità, resilienza e cooperazione tra gli Stati; in quegli anni sono stati utilizzati per la prima volta strumenti straordinari che si concretizzarono attraverso prestiti europei, sovvenzioni finanziate mediante emissioni comuni di debito e maggiori capacità di coordinamento sanitario.
A parte alcuni ritardi nella distribuzione dei vaccini, il bilancio non può che essere positivo anche politicamente; la risposta europea al Covid-19 ha consentito inoltre l’attuazione di una misura che mai si era verificata prima: per finanziare la ripresa, i 27 Stati membri accettarono che la Commissione europea raccogliesse sui mercati finanziari centinaia di miliardi di € mediante emissione di debito comune. L’Unione europea ha dimostrato di essere capace di mettere in atto misure di finanziamento comuni che se rese strutturali possono dare inizio a una integrazione fiscale di cui l’Europa ha tanto bisogno.
Le misure correnti a cui ho accennato precedentemente riguardano invece i fondi strutturali e le percentuali di utilizzo in Italia e più specificatamente in Umbria.
Ecco tutti i numeri dei fondi che arrivano da Bruxelles
Riporterò dati relativi ai tre fondi con le dotazioni più significative: il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale per investimenti in infrastrutture, innovazioni e imprese (FESR), il Fondo Sociale Europeo per occupazione, formazione, istruzione e inclusione sociale (FES) e il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale per la modernizzazione delle aziende agricole e sostegni ambientali (FEASR). Esaminerò le dotazioni e le realizzazioni nella scorsa programmazione (2014-2020) e nell’attuale (2021-2027).
Nel periodo 2014-2020, l’Italia è riuscita a certificare alla Commissione il 99,82% delle risorse comunitarie assegnate per il FESR e il FSE pari a 47,78 miliardi di € (dato pubblicato dal Dipartimento per le politiche di coesione); per il FEASR la programmazione è stata prorogata di due anni quindi il periodo di riferimento è il 2014-2022; la dotazione per l’Italia fu di 27,9 miliardi di € con un tasso di utilizzo del 99,43%.
Nello stesso periodo, l’Umbria ha ricevuto 168,74 milioni di € per il FSE e circa 290 milioni di € per il FESR; l’utilizzo è stato pari a circa il 100% della dotazione assegnata alla nostra regione. Anche per quanto riguarda il FEASR, l’Umbria si è ben comportata ricevendo una dotazione complessiva di 1.147,3 milioni di € con un utilizzo del 99,7% (Fonti Ministero dell’Agricoltura e Regione Umbria).
Per l’attuale programmazione (2021-2027 per il FESR e FSE e 2023-2027 per il FEASR), i dati sono parziali poiché la programmazione è ancora in corso e la rendicontazione finale per i tre fondi avverrà solo tra il 2030 e il 2031. Quello che sappiamo è che l’Italia ha ricevuto con il FEASR, 16,02 miliardi di € mentre all’Umbria ne sono stati assegnati 514,36 milioni di €.
Con il FESR invece, l’Italia ha ricevuto in dotazione 43,53 miliardi di € e 523,66 milioni ne ha ricevuti l’Umbria. Con il FSE, all’Italia sono stati assegnati 28,21 miliardi di € mentre l’Umbria ne ha ricevuti 289,69 milioni che dovranno essere utilizzati entro fine 2029 salvo scadenze intermedie ed eventuali proroghe come previsto dai regolamenti 2021/1060 e 2021/2115.
Di soldi l’Europa ne ha messi a disposizioni tanti in questi anni; bisogna solo saperli utilizzare.



