di Lucio Caporizzi
Il segretario regionale del Pd umbro, Damiano Bernardini, è recentemente intervenuto sulla spinosa questione della manovra fiscale della Regione Umbria, quella con la quale circa un anno e mezzo fa si innalzarono le aliquote dell’addizionale regionale all’Irpef, oltre all’Irap.
Il segretario ha posto la questione di un possibile ripensamento della manovra stessa, nella sua entità o nella durata della stessa, alla luce del fatto che, nel frattempo, lo scenario economico di riferimento è cambiato e non in meglio, vedi per esempio il forte aumento dei prezzi dell’energia.
Su alcuni organi di stampa locali si è anche evidenziato un cosiddetto “extragettito” dalle suddette addizionali, cioè un gettito effettivo superiore alle stime iniziali, elemento, questo, che, secondo alcuni, potrebbe supportare un eventuale ritocco – ovviamente in senso migliorativo per il contribuente – dell’imposizione regionale. Va subito precisato che tale gettito superiore alle previsioni non ha in sé nulla di strano, in quanto le previsioni vengono, a tutela dell’integrità del Bilancio regionale, stimate in misura prudenziale, onde evitare l’eventuale verificarsi di spese aggiuntive non coperte da entrate corrispondenti di pari entità.
Il tutto si presta ad alcune considerazioni, per le quali torna forse utile rimettere sinteticamente in fila la questione.
La manovra fiscale disposta con la legge regionale n. 2/2025 venne presentata come una sorta di atto dovuto da parte della Giunta regionale: “…ha determinato l’obbligo di attivare la manovra fiscale in oggetto…”, così recitava testualmente la Relazione di accompagnamento al Disegno di legge che prevedeva l’aumento delle famose addizionali regionali, il cui gettito veniva sì collegato al ripiano della maggiore spesa sanitaria, ma, anche, ad una pluralità di ulteriori finalità, così nutrita che quasi andavano a coprire l’intera gamma delle competenze dell’Ente Regione. Sappiamo poi che la comunicazione politica e la conseguente attenzione mediatica si concentrò quasi esclusivamente sul disavanzo delle Aziende sanitarie regionali, per via del quale si paventavano esiti “drammatici”, fino a possibili commissariamenti ministeriali, complice anche il fatto che il disavanzo in questione veniva in prima battuta presentato per un importo molto superiore (243 mil) a quanto in realtà poi accertato (73 mil), dato che non venivano conteggiate somme accantonate nel Bilancio regionale comunque obbligatoriamente destinate al Servizio sanitario regionale.
Una prima considerazione è che, dato che si è trattato di un’operazione “obbligata”, non vi sarebbe in realtà spazio per interventi di riduzione del prelievo fiscale aggiuntivo disposto dalla LR n.2. Se è vero, infatti, che la situazione economica da allora è peggiorata, non si può dire che sia migliorata la salute delle finanze regionali, in termini di disponibilità di risorse, risorse che, con la prossima manovra finanziaria del Governo nazionale, non pare andranno a crescere, anzi. Solo per fare qualche esempio, l’annunciata parziale eliminazione della tassa automobilistica (tributo il cui gettito affluisce alla casse regionali) probabilmente determinerà una perdita di gettito: è vero che la norma prevede l’integrale ristoro, a favore delle Regioni, del minor gettito, ma, chi ha vissuto “sul campo” i rapporti finanziari Stato-Regioni, sa che operazioni di tal genere di solito si risolvono con una perdita ai danni delle Regioni. Un sicuro stress finanziario – e non solo – verrà poi dalle scarse risorse previste per il Fondo sanitario nazionale, per il quale il disegno di legge di bilancio del Governo prevede un incremento pari a circa la metà di quanto richiesto dalle Regioni e dallo stesso Ministro della Sanità.
Tornando al tema delle addizionali regionali dell’Umbria, è d’altro canto anche vero che, nonostante i richiamati allarmismi che accompagnarono il varo della legge di aumento del prelievo, l’esercizio successivo, cioè il 2025, si è chiuso in pareggio senza che a tale risultato abbiano concorso – se non in minima parte – le risorse rivenienti dalla manovra fiscale.
Tale positivo risultato ha portato alcuni – segnatamente i partiti di opposizione – a sostenere che, quindi, non vi sarebbe più bisogno delle risorse aggiuntive o, comunque, non in tale entità.
In realtà le cose non stanno proprio così. Su queste pagine in un precedente articolo, si è dato conto ai lettori della destinazione di tali risorse che in effetti vanno per la gran parte a coprire una serie di necessità diverse dalla Sanità, ad iniziare dall’obbligo di versare alle casse dello Stato la rilevante somma di 16 milioni annui per il concorso agli obiettivi di finanza pubblica, fino all’esigenza di cofinanziare i Programmi europei, pena la perdita dei soldi di Bruxelles, cofinanziamento che non era stato completato dalla precedente Amministrazione.
Inoltre il risultato di pareggio del 2025 poggia anche su alcune poste straordinarie, tipo i pay back a carico delle aziende farmaceutiche e produttrici di dispositivi medici, entrate, queste, che non necessariamente andranno a ripetersi negli anni successivi. Inoltre, il già richiamato insufficiente rifinanziamento del Fondo sanitario nazionale fa presagire periodi difficili, almeno per il prossimo anno.
Per la Sanità, come per la tassa automobilistica, si ripete un copione già visto, dove il Governo centrale scarica oneri sulle Autonomie territoriali, acquisendo invece, agli occhi dei cittadini, i meriti di chi alleggerisce le imposte.
Tornando alle “riflessioni” del segretario del Pd, gli va dato il merito di aver sollevato in modo corretto la questione. Senza dubbio le sue preoccupazioni in merito alle addizionali regionali sono fondate e condivisibili, anche considerando che l’inasprimento fiscale a suo tempo deciso dalla Regione, se è vero che colpisce una minoranza di contribuenti, è altrettanto vero che tale minoranza è composta dai “soliti noti”, da quelli, cioè, che sostengono la maggioranza del carico fiscale in Italia, come confermato anche recentemente dai dati forniti dall’Agenzia delle Entrate.
Resta però il fatto che la manovra è stata ormai approvata, anche se poteva essere meglio motivata e illustrata ai cittadini, per cui probabilmente sarebbe opportuno mantenerla per la durata inizialmente prevista di un triennio (2025-2027).
In seguito sarebbe auspicabile una valutazione di quanto realizzato con il relativo gettito, valutazione da condividere il più possibile con i cittadini, le loro associazioni e le forze sociali ed economiche, sia per una doverosa forma di accountability (di cui si parla ma che non sempre si pratica, anzi), sia, soprattutto, per una valutazione politica (magari lasciando stare gli “obblighi”, dato che l’imposizione fiscale è sempre una scelta politica) in merito al mantenimento od alla riduzione delle aliquote.



