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di Fabio Maria Ciuffini

In queste giornate bollenti è meglio passeggiare tra le carte e, nel web, sull’Abbazia di Valdiponte, ne troverete quante ne vorrete. Vi diranno delle sue mura, delle sue sovrapposte architetture, su quanto la circonda. Non troverete però quasi nulla o pochissimo sulla sua nascita che resta avvolta nel mistero.  Infatti, la prima menzione dell’esistenza dell’Abbazia è un “Privilegio” del 969 – più di un millennio fa – in cui Papa Giovanni XIII assegna ad un uomo energico, l’abate Pietro, l’incarico tassativo di ricostruire, disciplinare e riformare da cima a fondo il monastero di Valdiponte, ormai sprofondato nella decadenza, per ricondurlo alla stretta e originaria Regola benedettina. Testualmente. «… poiché invero sembra che quel monastero sia stato distrutto, desideriamo che per tuo impegno e tuo lavoro esso venga ricostruito e ricondotto al suo stato originario, e che vi si raccolgano servi di Dio, monaci che conducano una vita casta secondo la regola del beato Benedetto, sotto disciplina monastica

Se ne deduce e ne deducono gli studiosi che se quel monastero avesse avuto il tempo di compiere una parabola completa dalla fondazione al declino, non potesse certo avere meno di un secolo, forse più.

Mi è sembrato allora interessante colmare questo vuoto di conoscenza andando a ritroso nel tempo, a modo mio, tracciando un’ipotesi forse fantastorica ma basta su accadimenti certi.

Cominciamo da quando il sito di Valdiponte si trova in un punto strategico di quello che gli storici hanno chiamato poi il Corridoio Bizantino e che più che una lingua di terra come appare nelle carte è una lunga serie di città fortificate, come Perugia ed Iguvium, castelli, castra e torri di scolta.

Il Castrum di “Col di marzo”, che sovrasta Valdiponte e che avrebbe potuto far parte di quell’apparato difensivo bizantino.

Tutti situati lungo crinali collinari e montani a proteggere una strada sicura e lontana dalle paludi dei fondivalle.

Un lungo apparato difensivo contro la marea longobarda che preme da ovest e da est, ma anche un canale di comunicazione sia stradale che informativo. Un segnale ottico partito da Ravenna arriva a Roma in meno di un’ora. E se i longobardi attaccano è possibile concentrare eserciti nel punto più esposto e gli eserciti hanno carriaggi che non possono passare a guado un torrente profondamente incassato come il Ventia. Dunque i ponti e quel ponte possiedono, a quei tempi, un valore strategico enorme.

Ma nel IX secolo i Bizantini non ci sono più. E nemmeno i longobardi.

E il “corridoio” che ancora non sapeva di esserlo, si trasforma in una serie di gusci vuoti. I soldati bizantini che non hanno più paga se ne vanno inurbandosi o divenendo agricoltori.

Perché allora nasce Valdiponte?

Metto insieme qualche fatto certo e costruisco un’ipotesi.

Del tutto personale ovviamente.

Nell’824 un famoso Papa, Eugenio II, stipula con Lotario I Imperatore del Sacro Romano Impero, la Constitutio Romana che assegna quella contestata lingua di terra al Papa che ne ha la proprietà, lasciando all’imperatore la giustizia e l’ordine pubblico. Probabilmente un assetto instabile, insidiato da chi ha sostituito i longobardi ma ne ha ereditato gli appetiti territoriali e che deve essere in qualche modo consolidato.

Possibilmente a basso prezzo.

Niente di meglio dei benedettini che costruiscono le loro abbazie prediligendo i luoghi deserti, isolati e selvaggi per la loro ascesi spirituale? Potrebbero essere utilizzati o meglio strumentalizzati per creare dei capisaldi, dei monasteri-fortezza che tornino a presidiare quell’asse così strategico.

Ed infatti la serie di capisaldi bizantini si trasforma in una serie di Abbazie. Potremmo chiamarlo “Corridoio delle Abbazie”

Tutte nate, vedi caso, in quegli anni, più o meno in coincidenza con quella stipula. San Salvatore ad Orte, San Leucio a Todi, San Vincenzo al Furlo ed altre ancora. Tutte in passaggi difficili.

Un’operazione di ingegneria geo-politica piuttosto che una vampata di vocazioni benedettine.

Ed allora perché non Valdiponte?

Perché non pensare che quell’Abbazia nasca negli stessi tempi e con la stessa logica?

Potremmo così risolvere il mistero della sua creazione.

Magari pilotata dal vescovo di Perugia Teodorico, che figura tra i firmatari della Constitutio dell’826 e che era a tutti gli effetti il signore di quel Ducato perugino?

Lasciatemi ora fare un altro po’ di archeostoria romanzata e veniamo a quando un Vescovo di Perugia – Teodorico? – parla ad un gruppo di monaci benedettini, venuti da varie abbazie ognuno con una specifica competenza raccolta nelle pergamene che recano nella bisaccia. La storia ufficiale ci dice che siamo in un momento di grande espansione dei monasteri benedettini e a quelli lì convitati verrà assegnata la santa missione di creare un monastero nella valle del Ventia. Ed ora ecco “l’oraccion picciola” che il Vescovo, che pensava in latino, cerca di tradurre in volgare. Nel volgare di quei tempi che ho cercato di ricostruire. Imitando Eco che così fece in Il nome della Rosa

“Aspri sunt esti loci et silvatici in Valdiponte, de folte silve coverti et eziandio de paludes. Et de ferocissime belve. Et etiam hanvi gentes in antichi culti perseverantes appo le ruine de un templum de’ gentili. Laboranda est terra et convertendas animas. Et ista est sancta missio de vos figli de Benedetto. Et sicut dixit el Sancto Gregorio Magno in anno 601 in Epistula ad Mellitum Sanctum episcopo de Canterbury, – li templi dé gentili non debban esser disfatti, ma gli idoli che vi stanno sieno spezzati – e appena spiegato quale è il loro compito materiale, passa a quello spirituale et poscia non hanvi dubbio che le dure menti pagane non si convertono in un colpo perché chi vuole salire in alto vada per gradi e per passi, non con salti!

Così finisce il Vescovo ed aggiunge. “Esta epistula pro Anglis fuit, sed vale anche pro vobis. Amen”

Ed ora immaginiamo quei frati in marcia verso il corso del Ventia. Sono arrivati al ponte che dà il nome alla valle, hanno controllato che esiste anche se un po’ diruto, che la via per Gubbio prosegue ed ora tornano verso il tempio romano che si staglia in alto, là dove sorgerà poi l’Abbazia.

E mentre salgono il Priore, che spera di diventare Abate, pensa al vero motivo per cui lui e gli altri sono là.

Il Vescovo gli aveva spiegato che al Ventia corrisponde un confine molto caldo. Da sempre.

Almeno da quando il torrente divideva gli Etruschi dagli Umbri. Due etnie, due lingue e due religioni diverse.

Ed ora il Ducato di Perugia da quello di Gubbio, da sempre rivali.

Un confine dunque da sorvegliare tanto attentamente quanto discretamente.

Dunque fare lì un’Abbazia significa interporre una sorta di Stato cuscinetto tra due potenze rivali. E meglio se quello Stato sarà di natura ecclesiastica. La religione potrà essere il collante che non separerà più, ma unirà…

Ed infine il Vescovo gli ha spiegato del tutto come stanno veramente le cose. Lì serve anche un caposaldo difensivo. Un monastero– fortezza, appunto. E così Valdiponte nasce come presidio ecclesiastico, ma organizzato secondo una tradizione che si è spenta una settantina di anni prima.  Quella bizantina. Ed infatti in un estratto, tra i pochi salvati della storia di Valdiponte, viene descritta la sua forma perimetrale primitiva.

Né quattro angoli del monastero vi erano quattro torri alla bizantina, delle quali non rimane che la sola dove sono collocate le campane”.

Ed ecco la torre delle campane come è oggi.

Sarà la sola rimasta, ma non è alla bizantina: è quadrangolare mentre le torri alla bizantina erano di forma cilindrica. Invece più o meno quel monastero certamente del tutto sparito poteva essere così.

Nel bel saggio “Per una archeologia dei cantieri costruttivi del Monastero di Santa Maria di Valdiponte” Pietro Matracchi, Chiara Belligi, Eleonora Dottorini e Margherita Macchiarini (2016) delle Università di Firenze e Perugia cui dobbiamo anche la bella foto aerea che apre questo articolo, cercano di ritrovare in quel palinsesto in pietra che è Valdiponte le varie sovrapposte fasi costruttive. Ebbene non vi è traccia di quell’antica versione Valpontese. Ve ne riporto appunto qui due sezioni che ho un po’ elaborato colorandole un po’ e proponendone le parti in vista in modo realistico, per renderle comprensibili anche ai non patiti di questi documenti tecnici. E potrete constatarlo de visu. Niente torri alla bizantina, tutto squadrato, alla maniera romanica.

  

Guardate bene. Forse l’unica traccia di quel primitivo monastero può essere la cripta, fatta con il riuso delle antiche colonne romane certamente ignifughe. Al sicuro quindi dagli incendi.

Ed ora direte: ma che c’entrano gli incendi? Secondo me, c’entrano, anche se siamo sempre alle ipotesi fantastoriche.

Gli incendi potrebbero spiegare quel termine del privilegio del 969 “…poiché invero sembra che quel monastero sia stato distrutto, desideriamo che per tuo impegno e tuo lavoro esso venga ricostruito e ricondotto al suo stato originario … “

Che sarà successo prima del 969?

Molto probabilmente la grande fiammata Saracena che nel IX secolo distrusse ed incendiò – non metaforicamente – tutta una serie di Abbazie.

I Saraceni vi trovarono di tutto. Dai metalli preziosi di calici, patene, reliquiari, a ricche riserve alimentari che erano di fatto i tesori dell’epoca, bestiame – tra cui preziosi cavalli – e monaci da rendere schiavi. E schiave. Perché in quegli antichi monasteri c’erano, sia pure a parte, donne adibite in genere a lavori di mungitura e ad attività casearie.

Forse a quelle donne, o almeno a quelle scampate dalle razzie saracene, si deve la seconda parte del privilegio “… e che vi si raccolgano servi di Dio, monaci che conducano una vita casta secondo la regola del beato Benedetto, sotto disciplina monastica

Appunto, “una vita casta” e quello potrebbe essere stato il peso maggiore per quei primi monaci. E quelle donne potrebbero averci posto rimedio. Ma ve n’erano ben altri di pesi.

I benedettini dovevano condurre una vita durissima. Oltre a lavorare nei campi, nei laboratori, negli scriptorium, dovevano stare sempre in silenzio – tranne quando pregavano sette volte al giorno, mangiare sempre di magro, vestire panni ruvidi freddi d’inverno e caldi d’estate, dormire tutti insieme su pagliericci ed a volte sul nudo pavimento.

Dunque ce n’era abbastanza perché gran parte dei frati scampati alle razzie saracene abbiano scelto una vita più libera da “regole” così rigide.  Tanto che nel 969, in piena restaurazione ottoniana,

il Papa Giovanni trova l’occasione di rimettere le cose un po’ al loro posto.

Ma adesso basta con le ipotesi. Negli articoli che seguiranno questo, se vi interesserà, cercherò di raccontare la storia di Valdiponte su basi più certe.

Ma ora prima di lasciarvi ancora un’ultima cosa.

Dov’era il Ponte di Valdiponte? E qui formulo ancora un’ipotesi, basata sulla semplice osservazione di Google Map. Guardiamo questa immagine.

Quello è il Monastero. Potete vedere in basso un tracciato stradale poco più di un sentiero. Ed ora vediamone un particolare.

Ed un altro, zoomando ancora.

Ci sono due ruderi. Quello in alto a destra è ciò che resta del Castellaccio di Montelabate, quello in basso a sinistra è un edificio non descritto dalle carte che ho potuto consultare.

In mezzo il corso del Ventia sottolineato da una ininterrotta fila di alberature. E più in basso, come ci dice ancora Map, c’è una cascata, la Cascata del Fabbro, che quando il Ventia scendeva con forza avrà rotto i silenzi benedettini.

Ed allora posso ancora una volta immaginare che quello fosse un posto di guardia, agli approcci del Ponte di Valdiponte.

E che quel sentiero fosse la strada Perugia-Gubbio parte del famoso e dimenticato Corridoio Bizantino. Per sorvegliarlo e magari per riscuotere pedaggi. Una sorta di casello in una delle grandi autostrade dell’antichità.

E i puristi mi perdonino questa metafora trasportistica. Mi sono lasciato trasportare dal mio mestiere.

Si tratta ora soltanto che queste giornate bollenti passino per andarci a dare un’occhiata più da vicino… questa volta con una passeggiata materiale alla ricerca dei segreti di una delle più stupefacenti costruzioni Medievali.

A cercare i resti di quel ponte …