di Lucio Caporizzi
©Simon Kadula
Ho letto su queste pagine con attenzione ed interesse l’articolo di Andrea Mazzoni, dove combina, in modo stimolante ed immaginifico – a volte addirittura con “effetti pirotecnici” – le visioni di Giulio Buciuni in merito a possibili sviluppi futuri del sistema produttivo umbro con un suo sintetico richiamo sugli andamenti della divisione internazionale del lavoro (espressione forse non più tanto in voga). Quest’ultima, a sua volta, come modificata in relazione allo shock subito dal processo di globalizzazione a seguito del ricomporsi dei flussi all’interno delle principali macroaree mondiali, alla tendenza alla regionalizzazione del commercio e conseguenti modificazioni ed accorciamento delle catene del valore, il tutto “rimescolato” al frullatore del neo-protezionismo di marca stelle e strisce, soffermandosi sul velleitarismo – a suo dire – insito negli obiettivi di reindustrializzazione dei “Paesi ex-industriali”.
Umbria, il futuro dell’economia è in un sistema di robot industriali
Qui viene spontanea una prima riflessione critica. Ma è poi vero che sono ex industriali, i Paesi del cosiddetto Nord del Mondo?
Pur tenendo ben presente l’impetuoso emergere delle manifatture orientali, lo sviluppo di catene di fornitura nel mondo “emergente” e in particolare nell’area asiatica, al di là degli slogan per qualche tempo in voga sulla “Cina fabbrica del mondo”, non è mai arrivato a corrispondere in realtà – se non in alcuni ambiti – ad un effettivo smantellamento della produzione manifatturiera nei paesi orientati all’offshoring (inclusi quelli europei).
Nonostante, infatti, la prima fase della globalizzazione sia stata accompagnata dal diffondersi dell’idea che i paesi sviluppati dovessero attestarsi dentro il perimetro delle funzioni di ricerca e di progettazione, affidando l’intera trasformazione ai nuovi produttori a basso costo, nei fatti le dimensioni effettive dell’offshoring non sono mai arrivate a investire una quota preponderante della loro produzione. Anche negli stessi Stati Uniti, che più di tutti è ricorso a pratiche di esternalizzazione, la quota di input di origine nazionale è quasi sempre rimasta sopra l’80%, con percentuali inferiori – ma non di tanto – in settori come l’elettronica e, in parte, l’automotive.
Un elemento rilevante risiede nel fatto che le dimensioni assolute delle attività esternalizzate dalle economie più sviluppate sono state sufficienti ad innescare un potente processo di industrializzazione nelle economie in ritardo non tanto per l’entità di tali attività, ma prima di tutto per le dimensioni di partenza modeste – quando non minime – delle industrie dei Paesi riceventi (Cina inclusa). Ancora nel 2000, il 10% della manifattura americana in termini di output netto (valore aggiunto) corrispondeva al 51% della manifattura cinese e ad oltre il 100% di quella messicana, mentre il 10% della manifattura tedesca corrispondeva a 2,7 volte quella della Repubblica Ceca.
Chiariti tali aspetti, si può condividere lo scetticismo di Mazzoni sugli esiti di questi intenti di reindustrializzazione nei Paesi “avanzati”, nel senso che è difficile pensare che l’industria in senso stretto (escluso, cioè, il settore delle costruzioni), possa giungere ad essere preponderante rispetto ai servizi in termini di occupazione e valore aggiunto, anche se va ricordato che buona parte del terziario avanzato, quello che genera occupazione altamente qualificata e ben remunerata, è collegato ad attività industriali. Certamente, come giustamente sottolinea l’autore, non è un obiettivo che possa essere perseguito a suon di bandi ed incentivi, strumentazione, questa, invece tanto diffusa quanto sopravvalutata nella sua reale efficacia.
Insomma, globalizzazione, ascesa delle economie emergenti, rivoluzione tecnologica, cambiamento climatico, squilibri demografici (l’esplosione demografica dell’Africa e del Sud-est asiatico vs. l’invecchiamento dell’Europa) hanno generato nuove e pressanti sfide competitive sui paesi del Nord del Mondo e su quelli europei in particolare. E hanno altresì reso evidente che i loro sistemi economici non possono farvi fronte solo migliorando in modo significativo le performance dei loro sistemi produttivi privati (investimenti in R&S, innovazione di processo e di prodotto, trasformazione digitale, controllo dei costi, produttività del lavoro). Ma che vi è altrettanto bisogno di un rapido rafforzamento dei fattori di sistema, altrettanto decisivi nel determinare gli incrementi della produttività totale dei fattori: dunque, per l’appunto, del sistema educativo del paese, della sua dotazione infrastrutturale materiale e immateriale, della certezza delle regole e del diritto, della sostenibilità degli oneri burocratici e regolatori, della qualità e dell’efficienza dei suoi servizi pubblici. Tutti aspetti, questi, di fondamentale importanza nel promuovere percorsi di sviluppo di qualità.
Ma se la reindustrializzazione è un sentiero difficile da praticare, dobbiamo rassegnarci ad un percorso in cui all’aumento dell’occupazione non corrisponde un aumento proporzionale della ricchezza prodotta? Dobbiamo rassegnarci al crescere di posti di lavoro in gran parte rientranti in un terziario “povero”, che , anche quando parliamo di Turismo – settore che in Umbria ha conosciuto una forte crescita negli ultimi anni – esprime livelli retributivi non esaltanti se è vero, come ci informa l’Inps, che la retribuzione media dei lavoratori nei servizi di alloggio e ristorazione (attività tipiche del settore turistico), con appena 11.233 euro annui presenta il dato di gran lunga più basso rispetto agli altri settori, mentre la manifattura, con oltre 32.000 euro annui, fa registrare un valore quasi triplo?
A tale proposito vengono prospettate per la nostra regione, alcune audaci ipotesi – anche per risollevare il morale – che, però, suscitano qualche perplessità e non per il loro essere audaci, dato che l’utopia è uno dei motori della storia. Tali ipotesi darebbero luogo ad alcune possibili direttrici di sviluppo, distinte tra breve, medio e lungo termine
Lasciando stare il lungo termine, troppo lontano, anche senza scomodare la nota frase del grande Keynes, nel breve termine si propone, per rilanciare il poco innovativo sistema produttivo umbro, di favorire la crescita di start up innovative che, collegate con le vocazioni e competenze produttive del territorio regionale, possano “inoculare” nello stesso bacilli di innovatività ed efficienza, al fine di rivitalizzare il sistema produttivo. Nulla di nuovo, in quanto molto simile alla Regional Smart Specialization Strategy che la Commissione europea richiede di elaborare ed adottare al fine di attuare le misure dei Programmi europei finalizzate alla promozione dell’innovazione. Senz’altro condivisibile, come intento, ma finora si sono ottenuti pochi risultati, anche perché il sorgere e soprattutto lo sviluppo di start up innovative richiede una serie di fattori abilitanti e di sostegno, tra cui proprio la disponibilità di quegli operatori di venture capital – in particolare first stage e seed capital, in sostanza capitale di rischio disponibile, appunto, a rischiare nelle start up – di cui proprio nell’articolo si lamenta la scarsa presenza ed operatività dalle nostre parti.
Nel medio periodo viene lanciata l’idea, tra l’altro, dello sviluppo di attività di robotica bionica, in poche parole la progettazione e produzione di protesi in grado di integrarsi con il corpo umano e riprodurne funzioni e movimenti. Idea audace ed ambiziosa, ma, ahimè, piuttosto avulsa dalla realtà produttiva locale, che presenta diverse imprese operanti nel comparto della meccanica, anche di precisione (vedi per esempio il cluster aerospaziale), ma operanti in campi molto diversi. Sappiamo che l’Università di Perugia esprime un ottimo corso di laurea in Ingegneria meccanica, ma non la specializzazione in Ingegneria Biomedica, che si ritrova, per esempio, al Politecnico di Torino.
Insomma, sicuramente l’Umbria, che, in termini economici, è recentemente scivolata nel Mezzogiorno, ha bisogno di una forte “scossa” verso più avanzate frontiere di innovazione, superando anche consolidate inerzie conservatrici, recuperando quella volontà di sperimentare e quella lungimiranza che pure erano patrimonio della classe dirigente regionale fino ad un paio di decenni fa. Ma questa scossa non può prescindere dall’esistenza e dal rafforzamento di presupposti abilitanti, che difficilmente si creano dal nulla in breve tempo.



