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Di recente è uscito su Umbria24 un interessante e dettagliato articolo di Chiara Fabrizi e Fabrizio Troccoli che ricostruiva l’andamento dell’indice di vecchiaia. Quello umbro ha fatto un forte balzo in avanti passando dal 238,3 del primo gennaio 2024 al 247,4 del primo gennaio 2025. Il dato è fornito dall’Istat e misura il rapporto fra gli ultrasessantacinquenni e la popolazione da zero a 14 anni residenti nella regione. L’Umbria sta diventando sempre più una sorta di “terra della vecchiaia”: l’indice regionale è infatti molto più alto di quello nazionale che si ferma a 207,7. Ci sono poi zone dove diventa pesantissimo: in provincia di Terni raggiunge quota 283,6. Va un po’ meglio a Perugia dove arriva comunque a 236,3 mentre a livello nazionale si ferma al 207. Per non dire di alcuni comuni della Valnerina, ma anche di Costacciaro, Paciano, Calvi, Montegabbione e via elencando. Un andamento disastroso che si mescola a quello del tasso di abbandono di queste terre.

Insomma, l’insieme dei dati pone problemi serissimi: ci vorrebbe una vera e propria rivoluzione sanitaria come spiega l’articolo di Maurizio Del Pinto qui di seguito. E poi c’è l’analisi di Lucio Caporizzi che mette in evidenza l’emergenza assistenziale e pensionistica nonché la drammatica tendenza che si verifica nell’intera regione a esportare i cervelli, soprattutto giovani, e a importare braccia. Se non ci fossero gli immigrati la situazione sarebbe però di gran lunga peggiore.

Maurizio Del Pinto e Lucio Caporizzi illustrano poi nei loro articoli anche alcune proposte per fronteggiare la situazion e non nascondono la necessità di agire prima possibile. E non c’è dubbio che il tema dell’invecchiamento è prioritario per chi governo a Perugia e a Terni, così come a Roma.

Una sfida di politica sanitaria tra sostenibilità e innovazione

di Maurizio Del Pinto*
Foto ©Matt Bennett

Dati demografici e sostenibilità del sistema. Un numero che dovrebbe togliere il sonno alla politica sanitaria regionale: 247,4. È l’indice di vecchiaia dell’Umbria al 1° gennaio 2025. In crescita anche rispetto al 2023. Tradotto: quasi due anziani e mezzo per ogni giovane. Non è un dettaglio statistico. È una trasformazione strutturale. Ma anche un problema politico. L’Italia invecchia ma l’Umbria lo fa più velocemente. E quando un territorio accelera in una direzione così precisa, la domanda non è più “cosa sta succedendo?”, ma “siamo pronti ad affrontarlo?” La risposta, a oggi, è scomoda: solo in parte. Cosa dicono oggi i dati ISTAT sull’invecchiamento della popolazione italiana — e, in particolare, su quella umbra? Uno degli indicatori più efficaci per interpretare questa trasformazione è l’indice di vecchiaia, il rapporto tra popolazione anziana (over 65) e popolazione giovane (0-14 anni). Un indicatore strategico che anticipa le pressioni future su welfare, economia e sanità.

Un valore superiore a 100 segnala una prevalenza di anziani sui giovani. L’Italia si colloca stabilmente tra i paesi più “vecchi” al mondo (indice anche di un sistema sanitario che funziona nei suoi obiettivi principali, a dispetto di quanto si dica da parte di chi vuol privatizzarlo-tanto per fare un esempio negli Sati Uniti si invecchia di meno perché si muore prima proprio a causa del “mercato della salute”-), con un indice che ha ormai superato quota 200. In Umbria il fenomeno assume connotati ancora più marcati: nel 2025 l’indice raggiunge 247,4, ben al di sopra della media nazionale.

In termini concreti, questo significa che per ogni 10 bambini vi sono circa 25 anziani. Una dinamica che, se proiettata nel medio periodo, appare destinata ad accentuarsi ulteriormente, con il rischio di alterare profondamente gli equilibri economici e sociali regionali.

Le implicazioni sono rilevanti su tre livelli:

  • Sistema pensionistico, con una base contributiva sempre più ridotta;
  • Spesa sanitaria, destinata a crescere per effetto della cronicità;
  • Dinamismo economico, che risente di una minore propensione all’innovazione e ai consumi.

Dalla transizione demografica alla transizione epidemiologica: Un sistema costruito per il passato. Il punto critico è noto ma ancora largamente irrisolto: il sistema sanitario italiano continua a funzionare come se vivessimo negli anni ’80, mentre la realtà demografica è quella del 2030. Ospedali progettati per le acuzie, organizzazione per specialità, accessi episodici. Tutto questo si scontra con una nuova realtà: pazienti anziani, malati cronici, pluripatologie, bisogno continuo di assistenza. In Umbria, circa due terzi degli over 64 convivono con almeno una patologia cronica. Più di un terzo ha due o più malattie contemporaneamente. Questo significa una cosa semplice ma rivoluzionaria: il paziente non è più un “caso”, è un percorso. Un sistema pensato per l’episodio acuto non può reggere una domanda sanitaria continua.

L’invecchiamento della popolazione si accompagna a una profonda trasformazione del profilo sanitario: dalla gestione delle acuzie, da gestire in ospedali ad alta tecnologia (interessante il dibattito sui Dipartimenti di Emergenza Accettazione di primo livello senza avere la completa conoscenza di cosa possano realmente fare per i pazienti acuti ad elevata complessità – spesso si procurano più danni di quanti benefici si rechino), si passa alla gestione delle cronicità. In Umbria, circa il 67% degli over 64 convive con almeno una patologia cronica e oltre un terzo presenta condizioni di multimorbilità. A ciò si aggiunge una quota significativa di anziani fragili, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. Questa evoluzione pone un problema strutturale: il modello ospedale-centrico (quale ospedale e con quali tecnologie e competenze specialistiche), costruito per trattare episodi acuti, risulta sempre meno adeguato. La domanda sanitaria diventa infatti continuativa, integrata e multidimensionale, coinvolgendo non solo la cura ma anche l’assistenza sociale.

La riorganizzazione necessaria: verso un nuovo modello territoriale. L’elevato indice di vecchiaia impone una revisione profonda del Sistema Sanitario Regionale. Il baricentro delle cure deve progressivamente spostarsi dall’ospedale al territorio. Le principali direttrici di riforma sono ormai chiare: Reti di prossimità con Case della Comunità (nodi territoriali multidisciplinari capaci di intercettare precocemente i bisogni e gestire la cronicità). Ospedali di Comunità: strutture intermedie per pazienti non acuti ma non ancora gestibili a domicilio.

Digitalizzazione e continuità assistenziale: Centrali Operative Territoriali (COT), con funzione di coordinamento dei percorsi di cura; Telemedicina, particolarmente strategica in una regione caratterizzata da aree interne e dispersione territoriale; Fascicolo Sanitario Elettronico, per garantire integrazione delle informazioni cliniche. Una Repository di dati sanitari grezzi da utilizzare come risorsa gestionale: Data lake

Prevenzione e invecchiamento attivo. L’azione pubblica non può limitarsi alla cura. Investire in stili di vita, screening e prevenzione significa contenere la domanda futura di servizi sanitari. In questo senso, l’Umbria rappresenta un caso interessante, essendo stata tra le prime regioni a dotarsi di una normativa sull’invecchiamento attivo.

La questione cruciale: sostenibilità economica e risorse umane. L’invecchiamento genera una tensione strutturale tra domanda crescente e capacità di offerta. Da un lato: la cronicità assorbe già oggi la quota prevalente della spesa sanitaria (70-80%); l’aumento della non autosufficienza richiede servizi a lungo termine. Dall’altro: la forza lavoro sanitaria invecchia a sua volta; la riduzione della popolazione attiva limita il ricambio generazionale. Literacy (alfabetizzazione sanitaria) della popolazione: gran parte delle richieste che generano liste di attesa sono inappropriate

Il PNRR ha fornito risorse importanti per le infrastrutture, ma il nodo della sostenibilità si sposta ora sulla capacità di: reclutare e trattenere personale sanitario e rendere attrattivo il territorio per i giovani professionisti. Su tale tema molto rilevante è il ruolo dell’Università e delle Facoltà di ambito sanitario e scientifico. E’ necessario assolutamente innovare, ideare master di II livello per figure professionali capaci di gestire la vera sfida nella gestione dei dati sanitari, come vedremo oltre. Non sia estranea a tale criticità la capacità di attrarre professionisti qualificati che dovranno sostituire il personale universitario prossimo alla pensione.

Un caso emblematico: la sfida umbra. L’Umbria si configura come un vero laboratorio nazionale. L’elevata incidenza di popolazione anziana, unita alla presenza di aree interne, rende qui più visibili le criticità del sistema. Le proiezioni indicano che entro il 2034 si potrebbe raggiungere un livello ancora più estremo di invecchiamento, con un anziano ogni tre residenti. La pressione sui servizi sanitari e sociali è dunque destinata a crescere. Le politiche regionali sembrano muoversi nella direzione corretta, ma la sfida non è solo organizzativa: è anche culturale e di governance.

Cronicità e sistemi sanitari: il caso delle patologie cardiovascolari. Tra le condizioni più rilevanti legate all’invecchiamento, le patologie cardiovascolari rappresentano un osservatorio privilegiato. La vera emergenza sanitaria: la cronicità silenziosa. Se si vuole capire dove sta andando il sistema, basta guardare alle patologie cardiovascolari. Scompenso cardiaco e fibrillazione atriale non fanno notizia come le emergenze, ma rappresentano la quotidianità dei reparti e dei territori. Ad esempio si stima che in Umbria circa 20.000 cittadini abbiano una fibrillazione atriale: di questi quanti hanno una prescrizione per gli anticoagulanti orali per prevenire l’ictus (la complicanza più temibile e con alti costi assistenziali)? Quanti sono stati visitati dal proprio medico di medicina generale nell’ultimo anno? Quanti hanno controllato la loro funzione renale nell’ultimo anno? Tre domane semplici cui è facile rispondere se si utilizzassero le tecnologie disponibili già oggi (vedasi di seguito). Sono malattie croniche, complesse, costose, spesso mal gestite perché intercettate troppo tardi. È qui che il sistema mostra tutta la sua inadeguatezza: continua a intervenire quando il problema è già esploso, invece di prevenirlo. Lo scompenso cardiaco e la fibrillazione atriale costituiscono una vera “epidemia silenziosa” della popolazione anziana, spesso caratterizzata da: comorbidità multiple, diagnosi tardive, elevato rischio di ospedalizzazione. Queste condizioni evidenziano un punto cruciale per la politica sanitaria: non è più sufficiente trattare il singolo episodio, ma è necessario gestire il paziente lungo l’intero percorso di cura. A questo si aggiunge un terribile paradosso nascosto, ma noto da anni, le popolazioni più giovani sono misconosciute nei loro fattori di rischio: paradossalmente le classi di età che meno beneficiano di trattamenti cardiovascolari ad alta redditività in termine di anni di vita sana sono le donne tra i 40 e 55 anni e gli uomini tra i 50 e 60 anni. E questo perchè non si riesce a gestire la domanda a fronte di un incremento epidemico di patologia diabetica, ipertensione ed elevati valori di colesterolemia.

Tecnologia e governance dei dati: la nuova frontiera. L’integrazione tra sanità e innovazione tecnologica rappresenta un passaggio chiave. Le evidenze indicano tre direttrici principali: raccolta sistematica dei dati sanitari (data lake regionali), utilizzo corretto dell’intelligenza artificiale per identificare precocemente i rischi, monitoraggio a distanza per ridurre ricoveri evitabili. Il passaggio da una medicina reattiva a una medicina proattiva è cruciale per governare la complessità generata dall’invecchiamento. Telemedicina, fascicolo sanitario elettronico, intelligenza artificiale. Il futuro sembra promettente ma attenzione: la tecnologia non è neutra e non è automaticamente risolutiva. Senza governance dei dati, integrazione tra livelli di cura, semplificazione degli strumenti per gli anziani il rischio è di aggiungere complessità a un sistema già fragile. La vera sfida non è avere più tecnologia, ma usarla meglio e renderla accessibile.

Conclusione: una trasformazione inevitabile. L’aumento dell’indice di vecchiaia non è un fenomeno contingente, ma una trasformazione strutturale. Per il sistema sanitario ciò significa cambiare paradigma. Da un modello centrato sull’ospedale a uno centrato sulla persona; da una logica episodica a una continuità assistenziale; da una gestione tardiva della malattia a una prevenzione attiva. Il rischio reale è rincorrere invece di governare. Il dato demografico è noto da anni. Le proiezioni sono chiare. Eppure, la sensazione diffusa è che il sistema continui a rincorrere, più che a guidare il cambiamento. In Umbria questo rischio è amplificato: più anziani, meno giovani, territori difficili da servire. Se non si interviene con decisione su tre fronti — organizzazione, personale, prevenzione — il sistema rischia di entrare in una spirale difficile da sostenere. La tecnologia, da sola, non risolverà la sfida. Ma potrà rappresentare uno strumento essenziale per gestire quella che, sempre più, si configura come una vera e propria “massa critica” sanitaria.

*Cardiologo

Lo stress del sistema pensionistico e l’importante ruolo degli immigrati

di Lucio Caporizzi*

L’ aggiornamento da parte di Istat dei dati demografici a livello regionale – recentemente ripreso da Umbria24 –  pone in evidenza, se ancora ve ne fosse bisogno, il delicato tema del forte calo demografico che interessa l’Umbria ma, in verità, l’intero Paese e la stessa Europa, dove nessun Paese riesce a raggiungere – in realtà, neanche ad avvicinarsi, ormai – il numero di 2 figli per donna (per la precisione sarebbero 2,1) che sarebbe il tasso di fecondità minimo che assicura la stabilità demografica.

Nella nostra regione il fenomeno si presenta in misura più acuta della media del Paese e, all’interno dell’Umbria, in modo ancor più intenso nel sud della regione e nelle aree interne.

Il tasso di fecondità è ormai sceso, in Umbria, a 1,05 figli per donna. Al tempo stesso la speranza di vita è cresciuta (e questo è, ovviamente, un dato positivo), giungendo ad 84 anni.

Il risultato è un crescente squilibrio tra nascite e decessi: nel 2024 abbiamo avuto 5,5 nati per 1000 abitanti, contro ben 12,4 decessi.  Il saldo migratorio, pur restando positivo (+3.869 abitanti), non è in grado di compensare la perdita di popolazione derivante dal segno negativo del saldo naturale. Non vi è, quindi, da stupirsi se l’Umbria ha perso negli ultimi 12 anni circa 40.000 abitanti.

Si potrebbe dire che, tutto sommato, una riduzione della popolazione non sarebbe poi un così gran male, staremmo tutti “più larghi”. Il problema è che tale riduzione non avviene in modo omogeneo ed equilibrato tra le varie fasce di età (come poteva avvenire, nel passato, per effetto delle grandi epidemie, come la peste nera del XIV secolo), ma con uno spostamento verso le fasce di età più avanzate, a causa del calo delle nascite e dell’allungamento della vita media.

In Umbria, ormai, abbiamo, infatti un rapporto tra over 65 e minori di 14 anni pari al 238%, valore questo che, nei primi anni ’50, era di poco più del 30%.

Alla perdita di popolazione dovuta al saldo naturale negativo, si aggiunge una crescente emorragia – meno consistente quantitativamente ma molto significativa – di giovani che vanno via dalla regione. Negli ultimi 10 anni abbiamo avuto un “esodo” che, considerando anche gli arrivi, ha portato alla perdita di ben 7.000 giovani, gran parte dei quali provvisti di titoli di studio medio-alti o alti. Una perdita di competenze e conoscenze che contribuisce al declino – non solo demografico – della regione. Insomma l’Umbria, come gran  parte dell’Italia, importa braccia ed esporta cervelli…non è un trading vantaggioso.

I fenomeni sopra accennati mettono in seria difficoltà i sistemi previdenziali, sanitari e produttivi.

Per quanto riguarda i sistemi previdenziali, è evidente come si pongano seri problemi di sostenibilità finanziaria, dato che il calo delle nascite porta a far gravare il peso delle pensioni erogate su un numero sempre più esiguo di soggetti che lavorano e l’allungamento dell’aspettativa di vita determina un allungamento del tempo medio di godimento della pensione.

L’invecchiamento crea stress anche ai sistemi sanitari, dato che le persone anziane, in genere, “consumano” una maggior quantità di beni e servizi sanitari. Ciò è tanto più vero nella nostra regione, per il fatto che in Umbria abbiamo una percentuale di anziani affetti da più patologie (comorbilità) superiore al dato nazionale, con un tasso di ospedalizzazione anch’esso oltre la media.

Focalizzandosi sulla regione, le problematiche sopra richiamate – di grande rilevanza a livello nazionale – si attenuano nel loro impatto, visto che il finanziamento del sistema previdenziale avviene, appunto, a livello nazionale. A sua volta il riparto del Fondo sanitario nazionale – tramite il quale si finanzia il servizio sanitario regionale – avviene per buona parte (per i livelli di assistenza Specialistica ed Ospedaliera) per quota capitaria pesata, tenendo cioè conto delle fasce di età e dei relativi consumi sanitari. In tal modo, per esempio, per le prestazioni ospedaliere, mentre ad un giovane tra i 25 ed i 44 anni viene assegnata un peso pari a circa 0,5, per un anziano over 75 tale ponderazione arriva a 2,9. Questo fa si che, con riferimento al sistema sanitario, la spesa addizionale derivante dal maggior numero di anziani presenti è almeno in parte compensata da un maggior finanziamento.

Dove, invece, la specificità regionale – in termini di prevalenza di persone anziane rispetto ai giovani – non trova “compensazioni” è sul versante del sistema produttivo.

Non è una regione per giovani, si potrebbe dire dell’Umbria ancor più che per il resto del Paese.

La carenza di giovani determina una serie di effetti negativi, a partire dalla minor propensione all’innovazione e, quindi, anche all’intraprendere ed al rischio ad esso associato. Una società anziana tende ad essere meno dinamica, ad offrire quindi meno opportunità ai giovani che, anche per questo, guardano fuori, alimentando un circolo vizioso dove alla perdita di popolazione si associa la perdita di attività e di servizi e tale fenomeno alimenta ancor più la perdita di popolazione, quadro poco roseo, questo, tipico delle aree interne e marginali ma che rischia di estendersi all’intera regione.

Tornando al problema del calo delle nascite, non ci si illuda – come ogni tanto prova a fare la comunicazione politica di chi ci governa – che possa essere risolto con qualche bonus monetario. I Paesi che sono – a fatica – riusciti ad arrestare o addirittura invertire il calo della natalità hanno messo in campo, per anni e anni, misure di ben altra portata. Nonostante il tanto parlare di famiglia, l’Italia non è certo ai primi posti come spesa per benefici familiari e per la tutela materno-infantile. In ogni caso, diverse analisi econometriche dimostrano che l’effetto sui tassi di fecondità di aumenti della spesa pubblica per la famiglia resta piuttosto limitato, tranne nel caso della spesa per potenziare gli asili nido e rendere meno care le relative rette.

Se si vogliono mitigare gli effetti negativi del calo demografico, resta sostanzialmente solo la leva dell’immigrazione, che pure crea non pochi problemi di convivenza, problemi reali ma, troppo spesso, strumentalizzati da forze politiche spregiudicate e pronte a tutto per attirare consenso. Piuttosto che pensare a fantomatiche remigrazioni, sarebbe più utile per tutti mettere in campo strategie e conseguenti misure di vera integrazione, con riferimento alla lingua, alla formazione, al lavoro. Una persona integrata, oltre ad essere produttiva, raramente rappresenta un pericolo per la società.

*economista