di Maria Elisabetta Mascio
La notizia era nell’aria dalla scorsa settimana: gli assessori di quattro Regioni ribelli convocati a Palazzo Chigi per essere commissariati. Ieri sera gli assessori all’istruzione di Emilia Romagna, Toscana, Sardegna e Umbria hanno ricevuto la comunicazione del commissariamento relativamente alle competenze in materia di definizione della rete scolastica regionale. Per l’Umbria presenti la Presidente Stefania Proietti e l’Assessore Fabio Barcaioli.
La ribellione nei confronti del MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) che accomuna le quattro Regioni commissariate, consiste nel non aver operato tutti i tagli alle istituzioni scolastiche previsti nel triennio 2024-2026 dal DI 127/2023, definiti dal governo come attuazione dell’Obiettivo di Riorganizzazione del sistema scolastico italiano all’interno delle azioni del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
In particolare, la Regione Umbria ha richiesto che il valore di riferimento su cui calcolare il numero massimo di istituzioni scolastiche fosse la consistenza reale della popolazione scolastica e non quella stimata e che venisse applicato lo stesso criterio di calcolo utilizzato per altre regioni.
Inoltre, nella ridefinizione del numero di istituzioni scolastiche effettuata nel giugno scorso il Ministero non ha apportato variazioni alla previsione iniziale, contrariamente a quanto avvenuto per tutte le altre Regioni che ieri non sono state commissariate.
In verità la Giunta e il Consiglio regionale hanno effettuato una previsione di dimensionamento pari al numero atteso, ma ne è stata sospesa l’attuazione in attesa dell’esito del ricorso presentato al Presidente della Repubblica. Questa la cronaca da cui discendono alcune considerazioni.
La prima, forse la più banale, è quali sono in un territorio regionale come il nostro le conseguenze di questa operazione dimensionamento. Certamente la riduzione del personale: ogni istituzione autonoma ha diritto ad un dirigente scolastico e a un direttore dei servizi amministrativi, ad un ufficio di segreteria per il cui mantenimento si applicano una serie di parametri che non garantiscono affatto la conservazione degli organici nel caso di accorpamenti. E questo non è mai un buon risultato.
Il Ministro oggi ha dichiarato che non vengono toccati i plessi, cioè le scuole in cui si svolge l’attività didattica e che quindi le ripercussioni nelle aree interne in termini di esistenza di presidio culturale non esistono, ignorando quanto sia importante non solo che la scuola continui ad aprire ogni giorno nei piccoli borghi e nei luoghi con minore accessibilità, ma soprattutto che il sistema organizzativo, di risorse e opportunità sia presidiato da vicino dai docenti, dal personale non docente e dal dirigente scolastico. Dire che le scuole non chiudono è troppo poco.
Ogni singolo plesso, specie quelli nei piccoli borghi richiede impegno didattico e formativo straordinari, come ci testimoniano le realtà delle piccole classi, delle pluriclassi della regione, in particolare quelle seguite dalla formazione INDIRE. La garanzia di buon funzionamento deriva dall’impegno quotidiano dei docenti, dalla visione e dal presidio attento del dirigente scolastico. Accorpare scuole significa moltiplicare i punti di erogazione del servizio di istruzione, significa mettere distanza tra chi ha il compito di tenere le fila anche con le amministrazioni comunali e chi entra in classe, tra i genitori, il territorio e l’istituzione.
Anche nei centri maggiori l’aumento dei plessi e di studenti e personale rende più complessa la gestione didattica: mantenere scuole autonome nelle aree interne è doveroso ed è un investimento per il futuro del territorio, ma nei centri maggiori le accresciute dimensioni delle singole istituzioni rischiano di schiacciare la governance nella dimensione puramente amministrativa, riducendo quella educativa, di promozione formativa, di ricerca di modalità, di strategie didattiche inclusive ed innovative e rendendo molto difficile la conoscenza e l’ascolto delle situazioni individuali degli studenti che sono sempre più complesse e meritevoli di grande attenzione da parte degli adulti.
La seconda considerazione è relativa ai livelli di leale collaborazione tra i livelli amministrativi i cui si articola l’ordinamento italiano Stato, Regioni e Comuni.
Il Titolo V della Costituzione rinnovato e, prima ancora la L 112/98, definiscono le materie di competenza di ciascun soggetto, anche nel caso della definizione della rete scolastica.
Ora, alla base di un rapporto proficuo che abbia come obiettivo il miglior funzionamento dei servizi al cittadino, c’è il principio della flessibilità organizzativa in risposta alle peculiarità dei singoli territori.
In questo caso la cronaca ci dice che la Regione Umbria si è trovata a fare i conti con una duplice mancanza di collaborazione da parte del MIM che non ha dato seguito alle richieste di analisi approfondita dei dati numerici fino ad arrivare ad un atto politico grave come il commissariamento e da parte delle amministrazioni del Comune e della Provincia di Terni (piuttosto congruenti nella composizione oltre che negli atteggiamenti) che non hanno voluto aprire alcuna interlocuzione in materia.
Il Comune di Terni, in particolare, ha totalmente abdicato alle proprie competenze e alla necessità di avviare processi partecipativi necessari per affrontare una tematica così rilevante per la cittadinanza.
Infatti è tempo di ripensare all’organizzazione cittadina della rete scolastica non necessariamente per ridurre il numero di istituzioni scolastiche del primo ciclo ma per garantire maggiore equilibrio territoriale e numerico e un progetto che rafforzi la continuità educativa e didattica.
La terza considerazione riguarda la posizione che l’istruzione ha nella società italiana. Si parla di scuola quando avvengono fatti deprecabili che coinvolgono gli studenti o il personale, quando crolla un solaio o viene omessa la vigilanza, quando i termosifoni non si accendono o non scaldano abbastanza, quando i compiti a casa sono troppi o troppo pochi, ma della centralità dell’istruzione in primis, della formazione poi, non si parla se non tra addetti ai lavori, tutti gli altri annoiati.
Ecco. E intanto sulla scuola si fa cassa, non si modificano i parametri per la costituzione delle classi rendendo il calo demografico opportunità per migliorare le condizioni ambientali, di sicurezza e soprattutto educativo didattiche di classi sempre più con bisogni articolati e diversi, si comprimono le condizioni per una reale inclusione degli alunni con disabilità, non si attivano cattedre di insegnamento di italiano L2 se non in condizioni difficilmente riscontrabili quando tutti sappiamo per esperienza personale che differenza ci sia tra conoscenza di una lingua per la quotidianità o per lo studio.
L’incremento costante dei finanziamenti alle scuola paritarie portato avanti da questo governo è presente anche nella finanziaria appena approvata, così come l’introduzione di un bonus annuo di €1500,00 per la frequenza alle scuole paritarie e l’esonero del pagamento dell’ IMU; per converso si riducono i fondi per l’edilizia scolastica, si eliminano le supplenze brevi alla secondaria, si procede con la riduzione del personale docente e tecnico amministrativo e, non vengono stanziate risorse per adeguati rinnovi contrattuali..
Per tutto questo non si registra l’indignazione che ci si aspetterebbe. Intanto viene pesantemente messa mano agli ordinamenti scolastici in modo reazionario nella indifferenza generale.
Occuparsi del miglioramento di istruzione e formazione vuol dire fare politica quella vera e giusta perché significa occuparsi dell’oggi per far crescere il domani e costruire il futuro. Senza futuro un paese non ha speranza. La speranza deve essere coltivata da tutti i cittadini, non solo da chi nella scuola lavora.
E allora la ribellione ai numeri del dimensionamento da parte di Presidente, Assessore all’istruzione, Giunta e Consiglio della Regione Umbria è un atto di coraggio cosciente, nella consapevolezza che il Governo non avrebbe coltivato l’interlocuzione ma si sarebbe avvalso del potere sostitutivo con il commissariamento, ed è un atto politico nella direzione di un impegno sostanziale per la scuola umbra attraverso misure e risorse il più possibile strutturali.



