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di Gabriella Mecucci

Della richiesta di assoluzione Catiuscia Marini non vuol parlare. Si lascia andare solo per un attimo: “Sono felice soprattutto per mia madre. E’ molto anziana, ma ce l’ha fatta ad arrivarci. Ha visto che la Procura mi ha scagionato. L’ho vista soffrire, ma ha resistito”. 

Per esprimere un’opinione meditata su concorsopoli occorrerà attendere la sentenza d’Appello, ma sin da ora non può non colpire che per Marini sia stata chiesta un’assoluzione piena: “per non aver commesso il fatto”, dopo averla accusata di un reato gravissimo qual è l’associazione per delinquere. 

Due sembrano essere le ragioni di questa clamorosa novità. La Procura generale nella sua dettagliata requisitoria ha sostenuto l’inesistenza di prove che attestassero il reato. Non è dimostrabile in nessun modo cioè che la ex Presidente della Giunta Regionale abbia fatto pressioni per favorire una persona specifica in un concorso. L’unica chiave di volta per sostenerlo erano le dichiarazioni del consigliere politico di Marini, ma la Procura generale le ha considerate “inutilizzabili”. Queste erano state, nei diversi interrogatori, palesemente contraddittorie. E soprattutto avrebbero avuto valore solo se – come prevede la norma – anche Valentino Valentini fosse stato indagato, cosa che non avvenne. Nel corso del processo inoltre sono emersi particolari inquietanti sulle intercettazioni da trojan: molto invasive, in grado di captare non solo conversazioni e messaggi, ma tutto ciò che è contenuto nel cellullare, comprese foto e elementi di vita privata. Una sorta di perquisizione per compiere la quale occorrerebbe un’apposita autorizzazione.

Aldilà dei dati tecnici e in punta di diritto, la vicenda Marini insegna alcune cose importanti. 

La prima è che il cortocircuito politico- mediatico-giudiziario può provocare gravissimi danni alle persone e cambiare addirittura il corso della storia e della politica, anche quando il reato non c’è.  L’ex Presidente della Giunta Regionale ha dovuto chiudere una brillante carriera da amministratore. Ha passato sette anni carichi di sofferenze, di preoccupazioni, di tensioni. Un clima difficile che ha riguardato anche tutti i suoi cari. Basterebbe questo per consigliare maggiore prudenza a tutti. E’ indimenticabile poi che, durante concorsopoli, furono fatte circolare vicende privatissime di alcuni indagati che nulla avevano a che fare con le indagini, o che particolari poco rilevanti diventarono titoli da locandina e ci fu da parte di alcuni la gara a chi la sparava più grossa. Dieci giornalisti, fra cui la sottoscritta, firmarono allora un appello ad una maggiore prudenza e discrezione. E quella richiesta fu poi sottoscritta da 42 fra i più autorevoli ordinari della facoltà di Medicina e fra i più qualificati medici dell’ospedale, ma fummo inascoltati

Accanto agli eccessi mediatici, ci furono alcune accuse gravissime, come l’associazione per delinquere che oggi  è stata depennata a tutti gli imputati – da Gianpiero Bocci a Luca Barberini, oltrechè a Marini – dalla requisitoria della Procura generale. E , da ultimo, ma non certo di minore rilevanza, ci fu il comportamento della politica. Salvini, garantista a corrente alternata, ne sparò di tutti i colori, compreso che in Umbria era in corso “una lotta di liberazione”. E Meloni non ci andò leggera, per non dire di Di Maio, allora leader pentastellato. Non si piò tacere poi nemmeno del comportamento del segretario nazionale del Pd, Zingaretti che chiese le dimissioni di Catiuscia Marini davanti a centinaia di persone alla Sala di Notari. Ed è difficile non vedere che quel comportamento era legato ad una lotta politica interna al partito: era quella l’epoca della caccia a Renzi, a cui la ex presidente della giunta regionale era vicina. Di comportamenti scomposti ce ne furono tanti. Davvero troppi.

Concorsopoli cambiò radicalmente gli equilibri politici in Umbria: favorì la vittoria della destra alla Regione, rese bulgara la riconferma di Andrea Romizi a sindaco di Perugia. A Terni aveva già vinto il leghista Leonardo Latini, dopo l’arresto nel 2017 del sindaco Di Girolamo, anche lui assolto poi con formula piena. Scomparve così l’Umbria rossa. Concorsopoli determinò inoltre un sostanziale cambiamento del gruppo dirigente del Pd e sconvolse anche parti dell’apparato burocratico regionale.

Naturalmente è più che legittimo dare giudizi critici sul lunghissimo governo delle sinistre in Umbria. Ci mancherebbe. Ed è vero che ci furono errori, incomprensioni, arroganze, incompetenze e  tant’altro. Vedremo dalla sentenza d’Appello se la Magistratura confermerà anche l’esistenza di alcuni reati. Resta comunque il fatto che la Procura generale, ha tolto a tutti gli imputati politici l’accusa più odiosa: l’associazione per delinquere, mentre sin dall’inizio si sapeva che non c’era stato alcun passaggio di danaro e cioè  nessuna corruzione. 

Su quella rivoluzione, con tanto di tricoteuse che applaudivano sotto la ghigliottina, ci sono giudizi diversi. C’è chi pensa che un cambiamento radicale fosse necessario e che comunque sarebbe avvenuto. Non era meglio però che a deciderlo avessero provveduto gli elettori  in un contesto sereno e non reso irrespirabile da media e da politici urlanti, aggrappati a inchieste in larga misura non confermate poi dai giudici?

La verità è che nessuno può dire come sarebbe andata un’elezione normale in un clima normale