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“Una visita dello Stato Etico. Pensieri sul fascismo (1922-1926)”: è questo il titolo del libro a cura di Maurizio Tarantino che verrà presentato giovedì 5 marzo alla Fondazione Uguccione Ranieri di Sorbello (ore 17,30). Di come e perché avvenne la rottura radicale di Benedetto Croce col fascismo, ricostruita attraverso le missive del filosofo, parleranno Alessandro Campi, Gabriella Mecucci e Ruggero Ranieri.

di Gabriella Mecucci

Può succedere che il passaggio dalla libertà alla dittatura non accada rapidamente ma richieda un periodo più lungo. Può succedere dunque che ci voglia del tempo prima che sia evidente e conclamato. Così accadde per il fascismo. E accadde anche che intellettuali illuminati abbiano avuto “un difetto di preveggenza”: Benedetto Croce se lo rimproverò.

Grazie a Maurizio Tarantino disponiamo oggi di un prezioso libricino (84 pagine) con le lettere del filosofo che testimoniano quando e perchè  cambiò il suo rapporto col fascismo. Il percorso era già noto, ma le spiegazioni che Croce ne dava agli amici sono molto utili a ricostruire i vari passaggi del suo pensiero: parole semplici, mai paludate, come si fa nelle conversazioni private e spesso affettuose. E questo è soprattutto vero per le missive che riguardavano il profondo mutamento del legame fra lui e Gentile: dalla stima e dalla protettiva amicizia iniziali, sino alla scontro senza se e senza ma, fondato su giudizi severissimi.

Le prime lettere testimoniano non di un’adesione, ma di un’accettazione del governo Mussolini come una necessità. In una lettera del 5 giugno del 1923 a Sebastiano Timpanaro (senior), Croce scriveva: “Quando il liberalismo degenera com’è degenerato in Italia negli anni fra il 1919 e il 1922 e resta poco più di una vuota e ripugnante maschera, può essere benefico un periodo di sospensione della libertà, a patto che restauri un più severo e consapevole regime liberale”. Insomma, il fascismo come una parentesi utile a recuperare il liberalismo fortemente indebolito dagli eccessi del biennio rosso e dalle sue stesse carenze. Le cose non andarono così. Benedetto Croce continuò a votare la fiducia al governo anche subito dopo il delitto Matteotti, sino al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, poi passò all’opposizione. E ne diventò un punto di riferimento di grande rilevanza.

Molto interessante è il carteggio fra il filosofo e Giovanni Amentola che portò alla stesura del Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato su “Il Mondo”, il primo maggio del 1925. Quella data segnò la definitiva rottura con Gentile che aveva promosso il Manifesto degli intellettuali fascisti. Ma già da prima il Maestro era stato molto severo con l’allievo di cui all’inizio aveva sponsorizzato l’ingresso come ministro nel primo governo Mussolini e difeso a spada tratta la riforma della scuola. In una lettera a Alessandro Casati dell’ottobre del 1924, Croce,  sempre moderato e raffinato nel linguaggio, usava parole durissime contro Gentile. Lo accusava di aver ridotto la filosofia “a strofinaccio per la cucina del fascismo”, E, qualche mese dopo, rispondeva a Gioacchino Volpe di non poter collaborare alla Treccani, un’Enciclopedia diretta da chi ha “osato proclamare che la cultura deve essere fascista”. Le scelte culturali e politiche dei due filosofi furono , a partire dal 1924, opposte.

Quando il primo novembre del 1926 Benedetto Croce raccontava all’amico Alessandro Casati l’irruzione e la devastazione notturna di casa sua da parte di una squadraccia fascista, metteva insieme tutto il suo disprezzo verso il regime e la sottile ironia verso la filosofia gentiliana. “Mentre dormivamo profondamente -scriveva – siamo stati svegliati da un gran fracasso di vetri rotti e rovinati e di passi affrettati. Abbiamo trovato una dozzina di persone intente a rompere tutto.. Mi sono consolato nell’allegra idea che finalmente ho avuto l’onore di ricevere la vista dello stato etico”. Una felice scelta quella di utilizzare questa battuta come titolo del libro di Tarantino.

Prima di quella lettera a Casati  le squadracce avevano già assassinato Piero Gobetti, Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola, mentre Gramsci finirà in carcere pochi giorni dopo. E poi ci furono tutti gli altri. Croce nella stessa missiva osservava: “Potevano malmenarmi e non l’hanno fatto” e supponeva che “non fossero stati questi gli ordini”. Il filosofo rappresentava allora uno dei vertici più alti dell’intellighenzia europea, il suo grande prestigio consigliò al regime una prudenza che con tanti altri non era stata e non sarà adottata.