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di Valter Ballarini

Se le teorie emergenti della fisica quantistica sostengono che l’universo sia In formazione e che questa non si limiti a descrivere la realtà ma ne sia il substrato costituente, ciò che a Terni è stato intuito negli anni ’80 e poi sviluppato negli anni ’90 del secolo scorso, non era solamente una delle tante opzioni possibili di cambio di paradigma, ma una vera e propria visione strategica.

Terni, storia di una rivoluzione tecnologica che non riuscì

Rivedere gli anni ’90 con il senno di poi, può aiutare a capire meglio ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Per far questo è necessario prendere maggiore consapevolezza di dove e di come siamo oggi. Sto scrivendo questo articolo utilizzando un laptop non molto diverso da quello che avevo a disposizione in quegli anni. Che cosa c’è di nuovo?

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Non è tanto il dispositivo ad essere cambiato, è il resto del mondo che ha subito una trasformazione radicale, non visibile, e per questo, difficile da comprendere. Oggi questo dispositivo è interconnesso con un universo di informazioni incommensurabile e in espansione, e senza questo universo non funzionerebbe. Senza la “rete” la nostra civiltà sopravviverebbe con grande difficoltà. Il nuovo millennio ha sviluppato dipendenza tecnologica assoluta.

Senza la rete non siamo più in grado di comunicare, non sappiamo raggiungere una località, non abbiamo accesso al denaro, non possediamo più un’identità sociale e molto altro ancora. Apparentemente tutto è diventato più semplice, più efficiente, più accessibile. Con la tecnologia è aumentata la complessità del sistema e ciò che appare come un progresso non sempre risulta tale. Ma questo è il risultato di una accelerazione che ha le sue premesse nel secolo scorso e i cui esiti sono appena percettibili oggi, e poco prevedibili anche solo nel futuro più prossimo. Quella che viene chiamata Intelligenza Artificiale è una tecnologia pervasiva e la sua applicazione in tutti i campi, associata alla robotica e all’automazione, comporterà dei cambiamenti inimmaginabili a livello sociale, culturale, economico e produrrà modificazioni sostanziali nell’individuo e nella sua percezione della realtà.

Le origini di questo cambiamento sono dovuti ad un salto di paradigma in campo scientifico con l’irruzione della meccanica quantistica. Negli anni ’80 se ne potevano intuire alcuni dei possibili sviluppi in modo particolare nel mondo dell’informazione e della comunicazione. Sono questi gli anni in cui è stato avviato il processo di trasformazione di una realtà, ancora basata sulla tecnologia analogica verso quella digitale.

A Terni, ad alcuni di noi, questo era chiaro. Il mondo stava cambiando e sentivamo la necessità di esserci, da protagonisti, per non dover subire nuovamente le conseguenze di decisioni prese da altri, come era già avvenuto con il processo forzato di industrializzazione dell’800. La crisi di quel modello produttivo era evidente e gli esiti negativi tangibili. Avevamo l’ambizione di trasformare questa crisi, da momento di debolezza, in punto di forza. Bisognava guardare oltre e immaginare un futuro diverso, da costruire. Le idee e i progetti della Bibliomediateca, del Videocentro e, poi, del Centro Multimediale nacquero in quegli anni.

Sebbene gli obiettivi tecnologici fossero ancora in fase di elaborazione, l’idea di fondo che li animava era quella di proiettare una realtà industriale in via di dismissione in una nuova dimensione, ancora non bene definita, ma orientata in modo deciso alla cultura, all’innovazione, e all’immaterialità. Avevamo di fronte un mondo nuovo, che sarebbe stato plasmato dall’ICT (Information and Communication Technologies).

La Bibliomediateca nacque come sfida sui temi della convergenza dei media. Localizzata in una struttura fortemente simbolica, al centro della città, nel vecchio palazzo comunale, doveva rappresentare un progetto di rinnovamento più ampio. A prescindere dall’impatto simbolico della componente architettonica, il progetto tecnologico e funzionale era fortemente e inevitabilmente sbilanciato verso una dimensione futuribile. Pur facendo riferimento alle più recenti esperienze internazionali, si doveva necessariamente scommettere su tecnologie innovative, non testate e non ancora disponibili allo stato dell’arte.

Il World Wide Web fece la sua comparsa solo nel 1990 e, nonostante le premesse teoriche, le connessioni erano rare e molto lente. Ma quella era la strada per trasformare in realtà il sogno della convergenza dei Media che aveva ispirato il progetto della Bibliomediateca. Pensato negli anni ’80, nei primi anni ’90, venne finanziato dai Fondi Strutturali europei proprio per la sua spregiudicatezza e coerenza visionaria. La struttura fu inaugurata nel novembre del 1994. Quelli erano gli anni in cui si produsse il grande cambiamento nella politica italiana e si diffuse il concetto di “privato è bello”. In nome di questa nuova ideologia liberista, l’industria e i servizi in mano pubblica, ritenuti inefficienti, si pensava fossero destinati al fallimento, mentre il privato avrebbe portato sviluppo e ricchezza, eliminando sprechi, ottimizzando i processi e gestendo in modo migliore i rapporti con i mercati.

La Bibliomediateca era stata pensata come una struttura pubblica, tecnologicamente e culturalmente avanzata, con la missione di favorire e sostenere un nuovo sviluppo basato sulla conoscenza e sulle competenze di cittadini e imprese. Ma in quel clima in pochi avrebbero scommesso sulla riuscita del progetto originario, e, pur riuscendo a completare l’opera dal punto di vista materiale, si dovette affrontare il problema della sua gestione.

Gli anni ’80 erano stati prodighi di progetti e visioni strategiche, così venne in aiuto l’altro progetto, quello del Videocentro nelle ex Officine Bosco. A metà di quel decennio, la Giunta Porrazzini, con lungimiranza, avviò una nuova fase di sviluppo della città, studiando e analizzando il suo passato industriale, confrontandosi senza timore reverenziale con gli attori di una crisi, inizialmente locale, che anticipava le trasformazioni che, negli anni, avrebbero interessato il paese intero. Tutto ciò che in quegli anni veniva dismesso, sarebbe diventato patrimonio storico da valorizzare attraverso nuovi progetti in grado di farlo rivivere in una nuova dimensione di sviluppo. Erano gli anni in cui si affacciava sul panorama culturale italiano l’idea dell’Archeologia Industriale quale strumento di salvaguardia e tutela di una cultura industriale che andava trasformandosi rapidamente lasciando sul terreno manufatti non più coerenti con uno sviluppo in continua evoluzione, soggetto sempre più alla volatilità dei mercati e della finanza.

Il progetto del Videocentro nacque in quegli anni rispondendo all’esigenza di voler valorizzare l’area delle ex Officine Bosco acquisite dall’amministrazione comunale per sottrarla al degrado e alla speculazione. Erano gli anni dello sviluppo delle tecnologie audiovisive a cui aveva contribuito la liberalizzazione dell’etere negli anni ’70, favorendo la nascita di nuovi canali distributivi analogici. La comunicazione audiovisiva divenne lo strumento principale per le imprese per comunicare con i mercati nascenti. Si stava sviluppando una nuova industria basata sulla produzione di contenuti e Terni avrebbe potuto svolgere un ruolo da protagonista favorendo la nascita e la localizzazione di nuove imprese creative in un contesto strutturato logisticamente e tecnologicamente.

Il progetto del “Videocentro per la comunicazione di impresa” aveva come slogan identitario: “dall’immagine della fabbrica alla fabbrica dell’immagine”. Il Comune recuperò alcuni capannoni per adibirli a centro congressi e a spazi espositivi, iniziando a dare concretezza e visibilità al progetto, ma la svolta vera e propria si ebbe dopo l’inaugurazione della Bibliomediateca, quando, grazie ai finanziamenti dei Fondi Strutturali, anche il Videocentro divenne realtà. Nel frattempo la Multimedialità era uscita dai dibattiti esclusivi tra gli addetti ai lavori e si era mostrata come una potenzialità da sfruttare per avviare un nuovo e inedito sviluppo dell’industria della comunicazione.

L’assessore Renzo Nicolini, chiamato dal sindaco Gianfranco Ciaurro a sbrogliare la matassa della gestione delle due strutture finanziate dall’Europa, si convinse di unificarle sotto l’ombrello tecnologico della Multimedialità. Nel 1996, nacque così il Centro Multimediale S.p.A. una società mista a maggioranza pubblica (Comune e Regione) ma con una gestione di tipo privato affidata ad un soggetto individuato attraverso una gara pubblica che venne vinta da Telecom Italia, ancora saldamente in mano pubblica (STET).

Si trattò di un’interessante esperienza di ingegneria societaria che, grazie ad una convenzione del tipo “do ut facias”, consentiva ad una società privata, presente in modo rilevante sul mercato delle telecomunicazioni, di gestire un patrimonio pubblico di strutture e tecnologie allo stato dell’arte, per realizzare un centro di produzione multimediale, potendo contare sulla presenza di numerose start-up insediate nelle sue strutture, in grado di apportare idee e competenze in numerosi settori in rapidissima evoluzione.

Il Centro disponeva di teatri di posa attrezzati per la Realtà Virtuale, laboratori tecnologici, scuole, incubatoti di imprese e la Bibliomediateca, al centro della città, ospitava servizi di accesso a Internet per i cittadini e le imprese, oltre a spazi per l’alfabetizzazione informatica della popolazione. Gli ultimi tre anni del millennio, i primi del Centro Multimediale, furono caratterizzati da un’espansione notevole del progetto, con più di 30 piccole e medie imprese insediate, e numerosi progetti dalle potenzialità straordinarie e un bilancio della S.p.A. in attivo. Purtroppo gli effetti della privatizzazione di Telecom affidata ai “Capitani coraggiosi” modificò radicalmente la natura del progetto, la cui gestione passò nelle mani di Agarini, l’imprenditore siderurgico toscano, chiamato dalla politica locale a subentrare nella gestione del Centro, che non seppe valorizzare quel patrimonio di idee e competenze che aveva rilevato, e, muovendosi come un elefante in una cristalleria, vanificò tutto il lavoro fatto in 20 anni.

Fortunatamente oggi continua ad esistere almeno la Biblioteca Comunale, nata nel 2004 sulle ceneri del Centro Multimediale, confermando la validità del progetto originario del 1985, così come illustrato nel fumetto che descrive l’ipotizzato funzionamento della struttura, che accompagnava il progetto architettonico approvato dal Consiglio Comunale. Quel treno, partito casualmente da Terni negli anni ’80 e riempitosi di passeggeri e di aspettative nel decennio successivo, finì la sua corsa nei primi anni del nuovo millennio, senza una guida e senza i binari di una rete ferroviaria che il sistema paese aveva irresponsabilmente deciso di disarmare.