Salta al contenuto principale

Non possiamo diventare la Silicon Valley del Centro Italia, ma questo non significa chiudere ai grandi cambiamenti. Anche i settori maturi ne hanno un forte bisogno.

di Luca Ferrucci

Ho letto con molto interesse i due interventi rispettivamente di Andrea Mazzoni e di Lucio Caporizzi sulle possibili “ingegnerie” della reindustrializzazione umbra.

Senza nessun coinvolgimento del Governo regionale e di Sviluppumbria (che amministro), mi permetto di formulare alcune mie considerazioni strettamente personali.

In un recente passato, un economista, March, distingueva tra attività esplorative e attività di valorizzazione. Lui, anche basandosi su affinità fonetiche della lingua inglese, distingueva cioè tra exploration e exploitation. E suggeriva che tra queste due traiettorie vi sono profonde differenze ai fini dei processi esplorativi e che gli “ingredienti” della ricetta innovativa sono profondamente diversi. Ovviamente sono diversi anche i rischi economici e le possibili ricadute e performance in termini di sviluppo.

L’exploration è un’attività innovativa fortemente e radicalmente nuova, di tipo destructive: si creano nuovi prodotti radicalmente nuovi con nuove tecnologie e nuovi processi organizzativi. L’ingrediente base di questa ricetta che “inventa” nuovi settori, nuovi paradigmi scientifici e tecnologici e nuovi standard produttivi è la ricerca scientifica e tecnologica svolta nei laboratori pubblici e nelle grandi aziende ad elevato contenuto di conoscenza innovativa. In un territorio, per capirci, servono moltissimi denari pubblici, la capacità di “assorbire” il rischio di perdere tutto, università di elevata eccellenza nei campi scientifici e tecnologici a livello mondiale, multinazionali capaci di sviluppare in loco ricerca molto avanzata e da esse far emergere nuove idee destructive che danno luogo a spin off universitari e start up tecnologiche.

E, infine, in questi ecosistemi dell’innovazione arrivano da tutto il mondo non solo ricercatori per lavorare e “scoprire” ma anche venture capitalist pronti ad investire capitali finanziari. Se l’Umbria assomiglia a questi territori – ossia siamo una Silicon Valley del centro Italia – allora abbiamo ragione a percorrere questa strada, ossia l’innovazione distruttiva, che crea nuovi settori, che alimenta il futuro che arriverà in tutto il mondo.

Ma siamo davvero pronti per queste sfide impegnative? Abbiamo davvero tutti gli ingredienti giusti?

Se si allora scegliamo una traiettoria scientifica e tecnologica destinata a cambiare il “mondo” e perseguiamola con coerenza per almeno un decennio. Ma se così non fosse, non ci possiamo ancorare al cambiamento ideale e immaginifico, ma al cambiamento concreto e possibile.

In passato, per alcune cose, l’Umbria ha provato ad innestarsi in alcune traiettorie di innovazioni di rottura: il multimediale a Terni; il parco scientifico e tecnologico dell’Umbria; la ricerca e i laboratori su nuovi materiali dalle nanotecnologie alle biotecnologie sino ad arrivare a perseguire frontiere come quelle del digitale e delle green technologies. Niente di sbagliato: erano vere opportunità di cambiamento. Ci sono stati territori, anche in Italia, che sono cresciuti proprio puntando su queste cose. Altri, forse come l’Umbria, hanno di fatto “fallito”: i fallimenti non esistono, lo so, sono esperienze utili ma la domanda è se nel territorio queste esperienze hanno generato cambiamento e eredità di nuove imprese che sono state capaci di crescere e internazionalizzarsi. Insomma, il cambiamento storicamente realizzato in Umbria ha dimostrato che l’attività di exploration non ha lasciato grandi eredità e possibilità di cambiamento se è vero che, guardando il ranking delle imprese umbre, siamo passati dalle big del cemento alle big della grande distribuzione commerciale, e non certo alle big dell’high tech.

Questa lettura non vuole essere “sconsolatoria” ma ci induce a riflettere sul fatto che, forse, il percorso innovativo possibile (non ideale) per l’Umbria è quello fondato sull’exploitation delle risorse, delle capacità e dei settori che ci caratterizzano. Anche settori maturi sono profondamente interconnessi con i bisogni di innovazione.

Se si parla di turismo culturale e religioso, esso potrà sopravvivere non solo con i pellegrini ma con la capacità di innestare, in profondità, l’infrastruttura digitale conseguente; se si parla di agro-alimentare, non si deve poter pensare solo a vendere i prodotti che abbiamo ma a potenziare, in una idea di filiera, le nostre capacità innovative, anche considerando il futuro packaging che dovrà assistere i nostri prodotti alla luce delle future normative europee; se parliamo di meccanica, sappiamo che tali competenze sono trasversali e che esistono evidenti economies of scope a stare su più traiettorie innovative guidate non solo dall’automotive, ma anche dall’aerospazio, dalla mobilità urbana smart, dalla meccanica agricola e così via. Gli esempi potrebbero essere infiniti.

Ma sicuramente, l’Umbria non ha bisogno di un’innovazione meramente scientifica, astratta, scollegata dalle esigenze concrete del proprio tessuto imprenditoriale. Non ha bisogno di progetti tecnologicamente sofisticati ma incapaci di generare ricadute immediate e misurabili. Ha bisogno di un’innovazione possibile, adattabile, applicata e coerente con la propria struttura produttiva.

La politica industriale regionale deve quindi orientarsi verso un modello di innovazione che produca competitività reale nel breve e medio periodo, che rafforzi le imprese esistenti e che generi un incremento qualificato del capitale umano all’interno delle organizzazioni produttive.

Ciò non significa rinunciare all’innovazione, ma orientarla verso una dimensione incrementale e sistemica. Innovazione incrementale significa:

  • miglioramento continuo della qualità di prodotto;
  • adattamento tecnologico mirato;
  • evoluzione dei processi produttivi;
  • rafforzamento organizzativo e gestionale;
  • nuove modalità di accesso al mercato.

Si tratta di un’innovazione meno spettacolare ma più diffusa, meno astratta ma più trasformativa per il sistema regionale.

Negli anni passati, molte politiche nazionali e regionali hanno incentivato l’innovazione attraverso l’acquisto di macchinari e tecnologie orientate all’espansione della capacità produttiva. Tali misure hanno certamente contribuito alla modernizzazione degli impianti. Oggi, tuttavia, il problema non è una carenza di capacità produttiva, bensì, in molti settori, un eccesso di capacità rispetto alla domanda.

La nuova politica industriale regionale non deve incentivare l’aumento indiscriminato di output, ma la qualità intrinseca dell’offerta. L’innovazione da promuovere non è quantitativa, ma qualitativa.

Occorre favorire investimenti che:

  • diversifichino la gamma dei prodotti;
  • elevino contenuti tecnici e prestazionali;
  • migliorino tracciabilità, certificazioni e sostenibilità;
  • rafforzino personalizzazione e adattabilità.

L’obiettivo è posizionare le imprese umbre su segmenti a maggiore valore aggiunto, non aumentarne semplicemente il volume produttivo.

L’introduzione di tecnologie digitali e ICT deve essere orientata non tanto all’automazione espansiva, quanto alla connessione relazionale: integrazione dati–produzione–cliente, tracciabilità di filiera, piattaforme collaborative, strumenti di marketing digitale, gestione intelligente delle informazioni.

Le tecnologie non espansive della capacità produttiva – software gestionali avanzati, sistemi di data analytics, piattaforme di collaborazione, strumenti di simulazione e progettazione digitale – possono generare miglioramenti significativi in termini di efficienza, qualità e posizionamento competitivo senza richiedere grandi ampliamenti di impianto.

Un asse centrale della politica industriale regionale deve essere l’aumento del capitale umano qualificato all’interno delle imprese. L’innovazione possibile per l’Umbria è quella che genera occupazione tecnica e professionale di qualità, capace di trattenere in Umbria i giovani laureati e diplomati tecnici.

In questo senso, l’innovazione non è solo tecnologia, ma processo di apprendimento organizzativo. Le imprese devono essere incentivate ad assumere e valorizzare competenze in ambiti quali:

  • ingegneria di processo;
  • digitalizzazione e gestione dati;
  • marketing internazionale;
  • sostenibilità e gestione ambientale;
  • design e sviluppo prodotto.

La politica industriale regionale può sostenere programmi di inserimento qualificato, percorsi di formazione continua e progetti congiunti tra imprese e università. L’obiettivo non è solo finanziare un investimento, ma generare un salto qualitativo stabile nelle competenze aziendali.

L’innovazione possibile è quella che entra nella routine produttiva. Non è un progetto isolato, ma una cultura aziendale. Per questo la Regione deve rafforzare strumenti che rendano l’innovazione accessibile alle PMI:

  • servizi di trasferimento tecnologico territoriale;
  • laboratori condivisi e dimostratori industriali;
  • consulenza tecnica specializzata;
  • figure intermedie capaci di tradurre la ricerca in applicazione concreta.

L’innovazione deve partire dai problemi reali delle imprese: migliorare una lavorazione, ridurre uno scarto, elevare una certificazione, penetrare un nuovo segmento di mercato. È in questa dimensione concreta che l’innovazione produce competitività immediata.

La politica industriale dell’Umbria deve dunque promuovere un modello di innovazione coerente con la propria identità produttiva: diffusa, qualitativa, radicata nelle filiere esistenti.

Non si tratta di inseguire modelli esterni o di replicare traiettorie industriali proprie di regioni a forte concentrazione di grandi imprese o di capitali venture. Si tratta di valorizzare le competenze già presenti, elevandone il contenuto tecnologico e organizzativo.

Un’innovazione possibile, incrementale, integrata e orientata al capitale umano rappresenta la via più solida per rafforzare competitività e resilienza del sistema produttivo regionale. E sono convinto che, su queste basi, si possono aprire interessanti spazi di collaborazione condivisa con molte regioni del centro Italia.