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Nel 1986 sulla locandina di uno spettacolo apparve per la prima volta la dicitura “prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria”: da allora sono passati quarant’anni. Franco Ruggieri è stato indiscutibilmente l’artefice di questa importante impresa culturale che ha fatto diventare Perugia e l’Umbria una delle “capitali” del teatro italiano, capace di stabilire fecondi rapporti con grandi registi e attori a livello nazionale e internazionale. Nell’intervista che segue ricostruiamo il lungo percorso compiuto, costellato di indimenticabili successi e di “prime” al cardiopalma.

di Gabriella Mecucci

“Pranzavamo tutti i giorni insieme io e Carlo Pagnatta. Ci incontravamo a mangiare da Cesarino, dove fra buon cibo, battute, racconti di lavoro e di vita diventammo grandi amici. Entrambi lavoravamo a due grandi imprese: lui a Umbria Jazz e io al Teatro Stabile dell’Umbria. Centrare i nostri obiettivi era tutt’altro che scontato, ma ci siamo riusciti”. Con questo riferimento a un tempo ormai lontano, Franco Ruggieri inizia il racconto della nascita del Teatro Stabile dell’Umbria, di cui quest’anno ricorre il quarantennale.

Avevi iniziato a occuparti di teatro ancora giovanissimo. Quali furono le prime tappe?

In principio a Perugia c’era la Fonte Maggiore al cui interno operava il gruppo teatrale che cominciai a frequentare sin da ragazzo. Ne facevano parte due importanti personalità: Giampiero Frondini e Sergio Ragni che molto hanno dato al mondo della cultura e dello spettacolo. Dalla Fonte Maggiore nacque il CUT (Centro universitario teatrale). Quello di Perugia non fu il solo, contemporaneamente ne spuntarono parecchi. Fu proprio grazie al Cut che avemmo il primo incontro con Dario Fo. Lo vedemmo a Prato quando, nel corso di un convegno, annunciò che avrebbe donato ai Cut tutti i soldi che aveva ricevuto dal finanziamento pubblico. Con quell’inaspettato regalo realizzammo una grande impresa.

Quale?

Portammo a Perugia il Living Theatre che allora, insieme a Peter Brook e Grotowski, era uno dei teatri d’avanguardia più importanti del mondo. La compagnia si fermò in città ben 15 giorni e fece due spettacoli di grandissimo successo: Morlacchi gremito, lunghe file al botteghino, applausi scroscianti. Organizzammo inoltre anche seminari e workshop. In quelle due settimane Perugia diventò una capitale della cultura teatrale.

Iniziò una storia molto importante che si arricchì poi di straordinarie esperienze..

Nel 1962 lo spettacolo di pantomime, “Tirando a morire” di Giampiero Frondini fu invitato al Festival di Spoleto da Menotti su suggerimento di Uguccione Ranieri di Sorbello. Fu un grande successo. Poi, a partire dal ’64, iniziò il teatro in piazza. Protagoniste erano le piazzette di Perugia e la gente che le abitava: il pubblico si affacciava alle porte e alle finestre, interagiva con gli attori, dettava il ritmo dello spettacolo.

E poi nacque l’Audac (Associazione umbra per il decentramento artistico e culturale) nel 1974…

La sua creazione rappresentò un momento molto importante e io, che ero un funzionario della Regione, fui incaricato di occuparmene. Già nel ’79 i Comuni aderenti al circuito erano 26 (in 11 si svolgevano delle vere e proprie stagioni teatrali, mentre nei rimanenti 15 si faceva solo teatro per ragazzi). Crescevano le repliche degli spettacoli in abbonamento e arrivarono i primi finanziamenti statali. L’Audac organizzava anche concerti in collaborazione con Alba Buitoni, indimenticabile fondatrice degli Amici della Musica. Straordinario quello di Luigi Nono a San Domenico così come la presenza di Pierre Boulez a Perugia.

Un’attività intensa che ti portò all’incontro con il Festival dei Due Mondi e alla nomina di responsabile per il settore prosa. Che valore ha avuto quell’esperienza?

Insieme a Roberto Abbondanza, allora assessore regionale, cominciammo ad avere rapporti col Festival. Conobbi Giancarlo Menotti che nel ‘79 mi propose di iniziare una collaborazione, poi nell’80 arrivò la nomina a responsabile della prosa, impegno che portai avanti per ben dieci anni. Quella col Due Mondi è stata un’esperienza importantissima: Spoleto godeva di un prestigio nazionale e internazionale indiscutibile che mi consentì di entrare in rapporto col grande teatro europeo, con giganti come Kantor e Wajda, mentre iniziava la collaborazione con Luca Ronconi. Con Menotti il rapporto fu tutt’altro che semplice, ma mi ha insegnato molto. Intanto già coltivavo l’idea di far nascere il Teatro Stabile dell’Umbria.

Quali furono i primi passi per arrivarci?

L’idea veniva da lontano, ma concretamente, sulle locandine, il nome apparve nel 1986 accanto a quello dell’Audac che dirigevo. Era già iniziata la collaborazione con Ronconi che provava La fidanzata povera di Ostrovskij al teatro di Gubbio, dove debuttò. Ci incontrammo nella sua casa di Santa Cristina. Oltre a noi due, c’era anche Anna Maria Guarnieri e insieme decidemmo di fare Serva amorosa. “Il segno di questa opera – disse Ronconideve essere il tintinnio dei soldi. Nacque infatti allora la borghesia, e Goldoni racconta quel passaggio storico”.  L’impostazione che voleva dare mi piacque molto e ci mettemmo subito al lavoro. Realizzammo uno spettacolo molto bello, anche grazie ad attori di grandissima qualità, a partire dalla Guarnieri con la quale iniziò un rapporto di amicizia e di lunga e proficua collaborazione professionale. Per Serva amorosa  realizzammo una locandina che riportava in fondo la scritta: “Prodotto dall’Audac e dal Teatro Stabile dell’Umbria”. Per la prima volta misi nero su bianco il sogno che coltivavo da anni, ma il percorso non era ancora compiuto.

Serva amorosa fu un grande successo. Ma perché lo Stabile venisse istituzionalmente riconosciuto ci volle ancora tempo..

E’ vero lo spettacolo venne accolto in modo trionfale. Piovvero le prenotazione da parte di molti teatri nazionali e europei. Girò tutta l’Italia e mezzo mondo. A Madrid Lucia Bosè ne festeggiò il successo con una cena a casa sua. Andammo in Francia, al tetro di Nanterre diretto dal grande Patrice Chereau, e concludemmo la tournée nientemeno che a Broadway. Poco dopo mettemmo in scena, con debutto a Gubbio, Le tre sorelle di Cechov e anche in quel caso il cast era straordinario: Anna Maria Guarnieri, Marisa Fabbri, Franca Nuti, Umberto Orsini e un giovanissimo debuttante di nome Luca Zingaretti. La locandina di questo spettacolo portava di nuovo la firma Audac – Teatro Stabile dell’Umbria. Durante le prove ci fu un brutto intoppo che turbò molto Ronconi, tanto da farlo decidere ad annullare il debutto.

Cosa accadde?

Le tre sorelle andavano in scena su una piattaforma dove oggetti come il divano e il tavolo scorrevano cambiando posizione. Un’idea originale che però non funzionava bene per alcuni inciampi tecnici. Prima del debutto, Ronconi si spazientì a tal punto che chiese all’ufficio stampa di annunciare la cancellazione della “prima”. Per sbloccare la situazione gli feci una proposta. Gli dissi: iniziamo lo spettacolo e se ci accorgiamo che qualcosa non funziona a dovere, lo fermiamo. Lo convinsi e per fortuna tutto andò liscio come l’olio. Se l’esito fosse stato diverso, il percorso dello Stabile avrebbe subito un colpo.

Ma quando e come nacque sul piano istituzionale lo Stabile?

E’ l’unico teatro che ha avuto questo riconoscimento prima dallo Stato e poi dalla Regione. Mi impegnai molto per raggiungere l’obiettivo. Tutti  i più grandi registi, attori, produttori  – da Strehler a Ronconi, da Scaparro a Carmelo Bene sino a Lucio Ardenzi – inviarono lettere al ministro Tognoli per perorare la causa. E il riconoscimento arrivò.

Glielo chiedesti tu di scrivere?

Sì, ma lo fecero tutti di buon grado. Strehler, di cui ero amico, sollevò all’inizio qualche dubbio perché temeva che Perugia fosse una città troppo piccola, con un bacino di spettatori non sufficiente a reggere uno Stabile. Gli risposi che il nostro teatro aveva un notevole successo di pubblico – molte le repliche degli spettacoli e sempre gremite –  e era sano dal punto di vista amministrativo – pagava fra l’altro con puntualità tutte le compagnie. Non tutti gli Stabili funzionavano così bene. Alcune opere di Strehler erano andate in scena al Morlacchi e lui prese informazioni dagli attori. Ne ricevette risposte convincenti: i giudizi positivi erano generalizzati. Senza ulteriori indugi, spedì la sua lettera a Tognoli. Dopo questi attestati di fiducia, Il ministero riconobbe il Teatro Stabile dell’Umbria. Nel ’90 lo fece anche la Regione. Il cammino non fu facile, non mancarono perplessità e opposizioni soprattutto da parte del Psi, ma alla fine, anche grazie alla fermezza dell’assessore alla Cultura Claudio Carnieri, si arrivò alla legge che lo istituiva. Il primo Presidente fu il sindaco di Perugia Mario Valentini e, dopo un anno, la scelta cadde su Bruno Buitoni.

Della prima fase dello Stabile, e del suo esordio ronconiano, abbiamo già parlato. Anche in seguito le vostre produzioni portarono le firme dei più grandi registi. Alcuni ebbero un impatto importante ben oltre i confini nazionali…

Collaborammo con Walter Pagliaro che veniva dal Piccolo di Milano. Con lui facemmo tre spettacoli. Subito dopo, di nuovo Ronconi con Nella Gabbia di Henry James. L’elaborazione drammaturgica era di Enzo Siciliano che fece per noi anche la regia in Mademoiselle Molière di Giovanni Macchia. E poi toccò a Giuseppe Patroni Griffi con La moglie saggia di Goldoni, protagoniste  Anna Maria Guarnieri e Ilaria Occhini. Non posso dimenticare uno spettacolo dedicato a Massimo Binazzi, Delirio di morte di Adrian Leverkuhn, con la regia di Giorgio Albertazzi. Binazzi, perugino, ottimo scrittore di teatro, abbandonò la sua città allora troppo conformista, collaborò col Piccolo di Milano e si suicidò ancora giovane. Nel 1993 facemmo  Dario Fo incontra Ruzzante con debutto al Festival dei Due Mondi.

Come fu l’incontro fra due personalità profondamente diverse come Dario Fo e Giancarlo Menotti?

Dario Fo e Franca Rame si comportarono in modo straordinario: presero un compenso minimo. Lo spettacolo ebbe un grande successo di pubblico e di critica. Menotti commentò: “Questo è un uomo di grande talento”.

Subito dopo ci fu l’incontro con Massimo Castri..

Un grande regista con idee profondamente diverse da quelle di Ronconi: fra i due c’era anche una forte rivalità. Aveva un carattere difficile, ma insieme lavorammo bene. Con la sua regia mettemmo in scena Elettra di Euripide che debuttò al Caio Melisso di Spoleto nel dicembre del 1993. Volevo che la presenza del teatro in quella città non si esaurisse con le stagione del Festival, ma che avesse una maggiore continuità grazie all’impegno dello Stabile. Castri dette il meglio di sé e fece di Elettra un’esperienza teatrale memorabile, profondamente innovativa: gli attori si muovevano occupando sia il palcoscenico che la platea, e il pubblico stava solo nei palchi.

La critica giudicò quell’Elettra uno degli spettacoli più belli realizzati in Italia, ma, per come era costruito, non poteva andare in tournée, e gli spettatori erano ovviamente pochi, vista la scarsa capienza degli spazi a loro dedicati…

E’ così: c’entravano in tutto 90 persone. Cercammo di risolvere il problema facendo repliche per ben due mesi al Caio Melisso, ma non fu sufficiente.  Lo riproponemmo l’anno successivo nel bel teatro di Bevagna. Venne a vederlo persino l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Poi sempre con Castri mettemmo in scena Ifigenia in Tauride a Perugia e, più avanti, la Trilogia della villeggiatura di Goldoni. Lo Stabile dell’Umbria era ormai diventato da tempo uno dei teatri italiani più importanti. Venivamo invitati ai grandi festival internazionali come Avignone, dove portammo, nel 1995, L’Histoire du soldat di Pierpaolo Pasolini, regia a sei mani: Giorgio Barberio Corsetti, Gigi dall’Aglio e un giovane Mario Martone.

E poi ancora una pioggia di grandi nomi..

Farò solo qualche esempio. Nel 1999 toccò a La Tempesta con tre straordinari protagonisti come Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy e Silvio Orlando. Poi producemmo Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo con la regia di Toni Servillo. Da segnalare anche Laudes Grido a Tutta gente, uno spettacolo particolare che conquistò i perugini: gli attori recitavano nella parte centrale del Chiostro di San Lorenzo, gli spettatori stavano tutti intorno sotto il porticato. Al termine uscivano, dopo un breve e affascinante percorso, in piazza Cavallotti. Ci fu ancora tanto altro sino ad arrivare alle regie di Antonio Latella.

Non possiamo raccontare tutto, purtroppo, ma vorrei che ti soffermassi sul tuo rapporto con Carmelo Bene..

Eravamo amici. E’ venuto più volte a Perugia con i suoi spettacoli. Anzi, credo che il Morlacchi sia uno dei pochi teatri che può vantarsi di aver ospitato tutta la sua produzione. Era – come è noto – una personalità istrionica. Posso raccontare un episodio che accadde a Perugia e che fece scalpore. Una sera interruppe lo spettacolo perché qualcuno fra gli spettatori rumoreggiava. Raggiunse il proscenio e disse: “Alzati in piedi, fatti riconoscere tu che fai buuh”. Poi fece calare il sipario e se ne andò. Scoppiò sulla stampa locale una grande polemica. Germano Marri, allora Presidente della Regione, gli fece recapitare un mazzo di rose rosse. Il gesto non voleva suonare come critica agli spettatori dissenzienti, ma semplicemente mostrare tutta la sua ammirazione verso quel grandissimo artista. La sera dopo Carmelo Bene recitò, ma, prima di iniziare, disse che lo faceva solo per Germano Marri e Franco Ruggeri. E scoppiò un’altra arroventata polemica. L’uomo era fatto così.

Oltre al grande lavoro svolto in Umbria, tu hai avuto un ruolo di primo piano anche a livello nazionale?

Si è vero, mi hanno dato incarichi di prestigio, ma non mi piace esibirli.

Allora li elenco io riprendendoli dal libro “Come nasce un teatro”, a cura di Sergio Ragni. Ruggieri è stato Presidente dei Teatri Stabili Italiani, vicepresidente dell’Agis e consulente per la prosa del Festival di Taormina. Il ministro Walter Veltroni lo nominò infine membro nel Consiglio di Amministrazione del Teatro dell’Opera di Roma, il secondo del paese. In quel giro di nomine Ruggieri si trovò in compagnia di alcuni fra i migliori intellettuali italiani.

Torniamo in Umbria. Dopo Bruno Buitoni, Presidente dello Stabile diventò Brunello Cucineli che aveva già deciso di fare a Solomeo un suo teatro. Avete lavorato a lungo insieme, come è stata la vostra collaborazione?

Sempre eccellente. Brunello non si è mai intromesso nelle scelte artistiche, mi ha lasciato piena autonomia. E lo Stabile ha avuto, sotto la sua presidenza, importanti successi.

Il teatro di Solomeo come è nato e che ruolo ha avuto?

Venne inaugurato con uno spettacolo di Luca Ronconi al quale collaborarono musicalmente Claudio Abbado e Ludovico Einaudi. Cucinelli mi aveva chiesto di chiamare per l’esordio il meglio del meglio. E così feci. Fu una serata importante anche perché Brunello annunciò che il suo teatro sarebbe entrato nel circuito dello Stabile. Da allora a Solomeo sono venuti registi, drammaturghi e attori straordinari. Basterebbe fare il nome di Peter Brook, il più grande di tutti, che ha portato qui i suoi spettacoli e che si fermava in paese per giorni e giorni. Ci sono stati poi attori e attrici di gran qualità: prima fra tutte Isabelle Huppert che considero immensa. Ogni anno siamo riusciti a ospitare un importante spettacolo internazionale, in lingua e con i sottotitoli in italiano. Questo piccolo teatro ha molto contribuito ad arricchire l’offerta dello Stabile. Credo che si possa dire, al termine di questo lungo racconto, che Perugia e l’Umbria sono diventate realtà teatralmente molto vivaci. Mi sembra che abbiamo fatto un buon lavoro.