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di Daniella Matronola

Lo Strega Tour atterra un sabato sera sul Chiostro di Sant’Agostino nel ridente borgo ciociaro di Veroli che concorre alla designazione di Capitale Italiana della Cultura per il 2028.

Da qualche anno una serie di aggiustamenti sono stati apportati al regolamento del Premio Strega, nato nel 1947 grazie alla lena intellettuale e salottiera di Goffredo e Maria Bellonci e di Guido Alberti, e giunto al compleanno numero 80. Una lunga vita, una ricorrenza fatidica, molto lavoro e molta passione per i libri. Non solo romanzi: ormai da tempo è nato il Premio Strega Europeo, da poco c’è una sezione Poesia molto ambita e di grande qualità, ora pare esordisca anche la sezione dedicata alla saggistica – poi anche quando si premiava solo la prosa c’era la solita annosa diatriba: solo romanzi o anche raccolte di racconti? Il romanzo ha sempre prevalso, forse perché il primo libro vincitore fu un romanzo importante, Tempo di Uccidere di Ennio Flaiano: era il 1947 appunto, prima edizione. E così nel tempo i romanzi l’hanno fatta da padroni. Ma ogni tanto sono state premiate anche raccolte di racconti: il caso più clamoroso, non … a caso, è stato proprio A Caso, di Tommaso Landolfi, scrittore ciociaro di Pico che decise di risciacquare i panni in Arno e raffinò la sua lama già molto appuntita, limata anche sulla sua attività di russista traduttore dei grandi russi appunto.

Tutto questo sembra appartenere a un mondo scomparso. Ma non è così.

C’è una continuità sotterranea, non sempre intercettabile, una specie di schopenhaueriana cieca volontà di … scrivere, che ha sospinto e sostenuto il premio senza cedimenti mai, nemmeno in quelli che malignamente molti hanno definito, nel corso della lunga vita dello Strega, momenti di stanca, e che ancora oggi tiene alto il vessillo di questo premio, di cui tutti chiacchierano, per non dire che tutti ne parlano male, verso cui molti nutrono invidie e gelosie, ma che tutti hanno nel cuore e seguono ogni anno col fiato sospeso.

È noto che già a Natale c’è chi sa chi vincerà il Premio Strega il primo giovedì di luglio. Vabbuó.

Si sa anche che tutti ma proprio tutti sono stra-informati, disdegnano la serata finale da generone romano, ma tutti fanno carte false per esserci, al Ninfeo di Villa Giulia, anche se quest’anno, data la cifra tonda, tutto si sposta solennemente in Campidoglio. Sarà forse più del solito un trionfo delle autorità. Come già da anni non si mangerà (erano mitologici gli assalti degli ospiti al buffet del Premio la sera finale, ora pare si brindi solo).

Le novità ulteriori sono che da quest’anno i votanti sono più di 800, mentre fino allo scorso anno erano 660. Quindi oltre a un organico di 460 Amici della Domenica, sono stati aggiunti gruppi di lettura di biblioteche e scuole, gli istituti italiani di cultura, e altri elettori. E poi, e questa secondo me è la piega più godibile per gli autori, tutti gli anni da pochi anni, una volta che il comitato direttivo del Premio ha pescato i dodici libri candidati (prima sono tutti solo proposti), parte il cosiddetto Strega Tour, una vera e propria tournée (o Turné, se vogliamo scriverlo come fece Gabriele Salvatores in un suo film – non iconico ma magistrale! – che i cinefili citano a memoria fin dal 1990, anno della sua prima diffusione nelle sale).

I dodici apostoli della letteratura in prosa vanno nelle piazze ad incontrare il pubblico, e così è stato a Veroli, sabato 9 maggio. C’è stato anche un trionfo delle autorità, tra tutti spiccando l’abate di Casamari, ma è anche vero che è stato dato spazio ai libri, e ai loro autori il tempo e il modo di difenderli anche dalle presentazioni, molto interessanti, che i padroni di casa hanno fatto di ciascuna singola opera. Il pubblico è stato attento, ma anche assolutamente non autorizzato a intervenire, se non a cose fatte, quando, come sempre succede, c’è stato l’abbraccio dei lettori, ma in forma del tutto spontanea, non ufficiale.

Come spesso capita, i libri sono tutti ottimi, hanno forti connotazioni strutturali, tematiche, poetiche. E sono in teoria i dodici migliori fra i 79 presentati quest’anno. Ma noi tutti sappiamo che tra gli esclusi c’erano fior di libri, come Nata nell’acqua sporca di Giuliana Vitali (peraltro un esordio), e Il rivoluzionario e la maestra di Gaja Cenciarelli (solo per fare due esempi a me cari), che non avrebbero sfigurato se ammessi in dozzina.

Un libro veramente formidabile, tra i dodici mandati avanti, è Vedove di Camus di Elena Rui, pubblicato da L’Orma – quattro donne raccontano il proprio Albert Camus, ciascuna al suo fianco fin quando il grande scrittore pieds-noirs non rimane, unico, ucciso in un incidente maldestro del suo editore Gallimard: Michel, la moglie Janine e la figlia Anne sopravvivono, solo Camus muore nell’impatto della vettura con l’albero. Una sola è la moglie di Camus, Francine Faure: le altre sono Catherine Sellers che Camus spinse sulle scene dei teatri francesi come interprete dei suoi drammi; Mette Ivers, detta MI, pittrice francese, la più sguarnita delle sue amanti; e Maria Casarès, “L’Unica”, in realtà amante non unica, in comproprietà con le altre due. Il libro è narrato da una voce che dell’autrice ma è a sua volta un personaggio che dà voce alle vedove di fatto di Camus sulla scorta di tutto ciò che ciascuna di queste donne ha fatto scritto detto dopo la tragica e inattesa fine del loro uomo. E non è un ridimensionamento della figura di Albert Camus ma è un ritratto da vicino da quattro visuali necessariamente diverse. Il libro è un Q-Novel, come a un certo punto si facevano dischi di sole quattro tracce che erano perciò detti Q-Disc. Ed è un libro potente e asciutto.

Come lo sono gli altri, in modi diversi, ma con una incisività di dettato e un potere graffiante sul piano delle storie raccontate che generano sorpresa e avida curiosità in lettori e lettrici come è accaduto anche nel centro storico di Veroli, sere fa, nell’antico chiostro.

Come accade per Lina e il sasso di Mauro Covacich, in cui la bambina di nove anni del titolo pare agire da magnete e catalizzatore di mondi diversi i cui attori però hanno relazioni attuali o lontane e tendono in modo pericoloso ad attrarsi e a incrociarsi. O come accade per I convitati di Pietra di Michele Mari, una storia che scomoda, fin dal titolo, il Don Juan di Lazarillo de Tormes poi musicato da Mozart, eppure ruota attorno a un curioso gioco al massacro inventato da compagni di classe al liceo Berchet quando erano ancora tutti appena diplomati (quindi coetanei del Don Juan di Byron) i quali nei decenni sono stati decimati: ne resterà solo uno (e questa sembra una ricetta alla maniera di Agatha Christie). O come accade per Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, che esplora una condizione di transizione sociale oltre che personale attraverso quattro donne, tra Italia e Sri Lanka, tra cronaca di vita e evocazione animistica, e che racconta l’epopea del ritorno a casa in un costante rimando con l’Odissea omerica, dando corpo e forma attuali alle figure del poema omerico. O come accade per L’invenzione del colore, di Christian Raimo, che, come raccontava l’autore al pubblico assiepato nel chiostro di Sant’Agostino, per prima cosa vuole preservare e conservare le storie di suo nonno e di suo padre, di sua madre e della sua famiglia, perché sono storie minime destinate altrimenti a andare perdute, e poi è un libro che coglie una transizione, personale e sociale, e poi politica, compiutasi in modo esemplare nella persona di suo padre, operaio e dirigente, impegnato nella lotta di classe ai signori e però anche animato dal desiderio di riscatto e rivalsa di diventare uno di loro: un cruccio marxiano irrisolto, il vero dramma borghese. O come accade per Lo sbilico di Alcide Pierantozzi che fin dal titolo ci inoltra in una selva di umori, impulsi, contraccolpi, sintomi, ossessioni lucide e inarginabili, il cui risultato immanente è appunto uno scivolamento perenne, uno sbilico che è uno squilibrio: una transizione di nuovo che è uno stato, una condizione, ed è dunque l’arengo della lotta. O come accade per Donnaregina di Teresa Ciabatti che pure registra delle ossessioni: l’ossessione del capocamorra per esempio per i piccioni e l’ossessione della giornalista inviata a intervistarlo che trova nel confronto con questo personaggio il bandolo della sua stessa maniacale cura nella scrittura: molto, nelle parole dell’autrice che ha ritenuto di difendere l’opera da facili archiviazioni critiche, ha attenuto proprio alla lotta con la resa testuale e alla progettazione di un testo letterario, cioè a questioni di scrittura che giustamente sono il pane degli scrittori, là dove i lettori tendono a dare molta più importanza ai temi e ai fatti che nutrono l’intreccio in un romanzo. Come se afferendo allo stesso testo, poi, autore e lettore scorressero lungo direttrici parallele e stentassero a incrociare i propri passi. O come per Platone Una storia d’amore (ἔρως), in cui Matteo Nucci, più che ricostruire la biografia del grande filosofo, e atleta, nato Aristocle, ci fa assaporare la potenza di una passione per la verità e la giustizia in un mondo apparentemente lontano (2400 anni fa), nella Grecia cosiddetta classica, in cui già si affaccia Alcibiade, il mago dei voltafaccia, ma Platone, uomo pratico e solido, coltiva il rapporto di allievo-maestro con Socrate e ama Dione di Siracusa perché vede incarnato in lui il suo ideale non astratto ma politico cioè pratico e solido appunto. O come accade per Storia di un’amicizia di Ermanno Cavazzoni che ripercorre una serie di fatti e strani accadimenti capitati all’autore da quando ha conosciuto il maestro, involontario e certo riluttante, Gianni Celati, in una formidabile epopea del polesine e del mondo intero, anche, va da sé, per le geografie cavazzoniane. O come accade ancora per La rosa inversa di Maria Attanasio, un caleidoscopio di storie siciliane che di nuovo propongono ardore e transizione, sullo sfondo di una Caltagirone ribattezzata Calacte, dove tutto accade tra aperture e chiusure, tra afflati e restrizioni, tra mito e realismo. O come accade in un romanzo veramente atipico come La sonnambula di Bianca Pitzorno, in genere autrice di libri per l’infanzia e qui alle prese con uno strano dono: c’è una bambina e ci sono quattro donne che vorrebbero che lei leggesse il loro futuro, e c’è un trafiletto che riporta lo strano caso pubblicizzato in un annuncio di molti anni fa. E come accade per Occhi di bambina di Marco Vichi, autore di romanzi noir, qui alle prese con una bambina, di nuovo, che ci racconta, nella sua capacità di intendere e comprendere il mondo dei grandi, fatti di gravità enorme legati al terrorismo degli anni Ottanta entrati nella sua vita personale.

Io però vorrei chiudere con una notizia preziosa: Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, ha da poco mandato in libreria Romanzo privato (Mondadori), biografia di Maria Bellonci, autrice a suo tempo di Rinascimento privato. Petrocchi ha sicuramente elaborato questo formidabile ritratto, come documenta anche Mario Baudino in un suo articolo, proprio sulla corrispondenza privatissima della Bellonci col marito Goffredo, che la signora del Premio Strega aveva ordinato fosse distrutta alla sua morte. Per fortuna non è andata così. Proprio come accadde alla morte di Franz Kafka, che aveva ordinato all’amico Max Brod di distruggere tutto ciò che aveva scritto, e Max Brod giustamente se ne guardò bene, così, in questo caso, non solo le lettere tra moglie e marito sono state gelosamente e accuratamente conservate, ma sono diventate vera materia di romanzo, nutrimento all’invenzione del biografo che ha potuto così colmare eventuali vuoti di immaginazione, ha potuto cioè creare sì ma soprattutto (r)invenire tutta una serie di tracce inconsapevoli di cui notoriamente sono lastricate le vite di tutti e ancor più le nostre appassionate comunicazioni. E questo stende un luminescente e plastico velo sulle contese editoriali che sono spesso il gossip di questo premio.

Voci di corridoio già fanno due nomi per la vittoria finale del Premio: noi sinceramente ce ne infischiamo.