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Il Comune ha varato nuove regole su come vivere la notte a Perugia.  Già è iniziato un dibattito infuocato su questi temi e non sono mancate critiche e polemiche. Pubblichiamo di seguito un intervento di Fabrizio Croce, assessore al turismo, allo spettacolo dal vivo e all’economia della notte.

di Fabrizio Croce

Come riportato dai media locali, negli ultimi giorni il Comune, attraverso una Delibera di Giunta e la pubblicazione di una “guida semplificata” destinata agli esercenti, ha ritenuto necessario fare chiarezza sulla disciplina del pubblico spettacolo e, più in generale, su quella dei pubblici esercizi operanti in centro storico: regole certe per coniugare socialità, cultura e qualità della vita.

Senza toccare le leggi nazionali, fuori dalla giurisdizione comunale, si è compiuta un’azione ricognitiva sul quadro normativo vigente, condivisa con le autorità di vigilanza (Questura e Vigli del fuoco), per fare trasparenza su una materia che con il tempo ha manifestato zone grigie (si fonda su un Regio Decreto risalente al 1932) e affrontare fattispecie spinose, che stanno infuocando il dibattito cittadino.

Questo processo, iniziato fin dall’insediamento della nuova Amministrazione con l’avvio di tavoli tematici e assemblee pubbliche, ha avuto un’accelerazione fisiologica a seguito dalla tragedia di Crans Montana, che ha aperto anche nel nostro paese quesiti sulla sicurezza dei locali pubblici, e di una crescente conflittualità, che sta compromettendo il duraturo equilibrio su cui si è retta la storia recente di Perugia: si lavora per bilanciare  la vivacità culturale di città a vocazione culturale e studentesca, votata alle arti, alla musica ed alla socialità, e la tutela della quiete pubblica e della qualità della vita dei suoi residenti.

Per comprendere appieno la portata di questo provvedimento, e farla comprendere anche a chi, per opposti motivi anagrafici, sa poco di “economia della notte” e delle trasformazioni socio-culturali che hanno interessato la città negli ultimi 50 anni, è utile ripercorrere tanto l’excursus storico che ha reso improrogabili questi atti, quanto la loro contestualizzazione nell’odierno scenario urbano e all’interno di una più ampia strategia politica.

Un passo indietro

La crescita esponenziale della popolazione studentesca cittadina nel corso degli anni ’80 portò il suo numero ad oltre 40.000 unità, il che coincise, da un lato, con la forte espansione delle funzioni residenziali fuori dall’acropoli e, dall’altro, con la trasformazione dei vecchi alloggi del centro in appartamenti per studenti: ciò inevitabilmente determinò il graduale spostamento di parte dell’economia cittadina su un preciso target e l’incremento esponenziale di momenti di socialità e luoghi di aggregazione ad esso in gran parte dedicati.

Alla fine di quel decennio, sommando la capienza di tutti i luoghi di intrattenimento, la città vasta poteva ospitare contemporaneamente oltre 39.000 unità – come ¼ della sua popolazione – e le sue dinamiche erano già caratterizzate in modo crescente dai grandi eventi (l’edizione del 1987 di Umbria Jazz, in gran parte ospitata allo Stadio Curi, totalizzò per la prima volta numeri che si avvicinavano alle 100.000 presenze).

La geografia del centro storico, già costellata fin dagli anni ’60 di piccoli “club” caserecci, iniziò a popolarsi di moderni ritrovi in grado di soddisfare la crescente domanda di socializzazione tra una generazione di perugini sprovincializzata da abitudini fino ad allora inedite (l’Inter Rail, l’autostop, i voli charter, gli scambi culturali e la Video Musica, che rivoluzionò in breve usi e costumi) e quella di studenti che arrivavano qui da ogni parte.

Si ballava (St.Andrews, Pluff, Club 27, Storyteller, Facsimile), si ascoltava Piano-Bar o musica dal vivo (Panino, Blue Gardenia, Kandinsky, Baldo’s, Exaffa) o semplicemente ci si ritrovava uniti da affinità (Equivoco, M8, Bratislava, Coletta e molti ancora): solo in centro erano decine gli spazi al chiuso per l’aggregazione serale, mentre in periferia c’erano solo alcune balere che, col passare del tempo, avrebbero lasciato spazio alle prime grandi discoteche di nuova generazione.

Ciascuno di questi spazi, spesso ricavati in vecchi fondi, rifugi o magazzini, era sufficientemente attrezzato per assolvere il rito della notte ed essere la seconda casa per un centinaio di persone, contagiate dalla “febbre del Sabato sera”, col tempo, estesa anche agli altri giorni (DJ Ralf, già nei primi anni ’90, si fece una fama in tutta la penisola per un evento che si teneva il lunedì sera!): in estate, poi, due splendide terrazze panoramiche, al mercato coperto e nei pressi dell’Università per stranieri, si popolavano ogni sera di migliaia di persone, che facevano apparire Perugia come un crocevia del mondo in movimento, una vera capitale culturale in fermento.

Tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 l’acropoli si aprì anche ad altre vocazioni, come le sale giochi, il primo fast-food, addirittura una vera discoteca sotto i Tre Archi (Dorian Grey), ignara dei primi effetti collaterali, anche deteriori, di una crescita incontrollata del fenomeno (a partire dall’inarrestabile spopolamento di attività di commercio tradizionali). L’ambiente cittadino del tempo comprese tardi queste trasformazioni, giungendo in alcune sue componenti ad idealizzare l’idea di una “città museo”. E dire che l’esplosione di alcuni innovativi corsi universitari, in coincidenza con la fine del millennio, avevano portato gli istituti di alta formazione perugini a modello di eccellenza e, per la prima volta in città, studenti dalle ricche regioni del Nord-Italia.

Fu questo processo a portare nel 2002 l’introduzione nel Regolamento del commercio del divieto di autorizzare nel centro storico locali da ballo, discoteche o sale giochi: un evento che segnò il suo tempo in modo indelebile.

Con la stessa rapidità con cui erano proliferati nei due decenni precedenti, infatti, tanti dei locali distribuiti a macchia d’olio nell’acropoli iniziarono a chiudere, lasciandosi dietro vuoto, desertificazione commerciale e degrado in zone tradizionalmente vitali come Via dei priori e la Cupa, Via Rocchi e Corso Garibaldi, Via Alessi e Via della viola, Corso Cavour e Borgo XX Giugno, l’intera Porta Eburnea.

Con qualche variante al Piano regolatore, l’intero comparto dell’intrattenimento, inclusi i cinema, iniziò ad indirizzarsi verso le zone industriali poste a valle della città, spesso in più accessibili centri commerciali, multisale o porzioni di capannoni, lasciandosi dietro immense volumetrie da riempire: così il centro di Perugia, come accadde in molte altre città storiche, si trovò ad affrontare la “tempesta perfetta” di inizio millennio senza aver programmato forme di tutela e vincoli a salvaguardia dell’identità cittadina.

Infatti, già nel 1998, nel nostro paese era iniziato un processo irreversibile di semplificazione amministrativa, che ebbe come primi effetti l’abolizione dell’autorizzazione preventiva e la flessibilità operativa, e, attraverso successive integrazioni, generò tra il 2006 ed il 2007 la definitiva “liberalizzazione commerciale”: dove prima erano possibili contingentamento, distanziamento e selezione dei generi merceologici, con iter autorizzativi complessi, arrivarono, come Bulldozer, l’auto-certificazione e la libertà d’impresa.

Nel 2003, poi, nell’Unione Europea entrò in vigore il Divieto di fumo nei locali pubblici, benefico per la salute pubblica, ma alla lunga dannoso per il benessere fisico e psichico di chi vive nelle loro circostanze, perché da quel momento i fumatori invasero la strada, trasformata in un unico grade “foyer”.

A questo quadro, poi, con atti del 2012  e 2019 si è aggiunta la scelta politica del Comune di Perugia, solo in parte giustificabile dalla necessità di rivitalizzare la città in crisi del dopo-Meredith, di introdurre una deroga a quello che era uno dei pochi limiti presenti nel Regolamento cittadino del commercio, ovvero quello delle dimensioni minime dei locali (originariamente fissato a 50 mq.).

La situazione odierna

Solo in centro storico oggi troviamo oltre 150 pubblici esercizi, eredità di vecchie licenze o aperti con una semplice S.C.I.A., alcuni dei quali godendo della deroga sulle dimensioni minime, mentre uno solo, per dimensioni e requisiti tecnico-urbanistici, è dotato di Autorizzazione di pubblico spettacolo (il 110 Cafè).

Al contrario dei locali di Pubblico spettacolo, i pubblici esercizi non sono soggetti ad una valutazione preventiva, sotto il profilo urbanistico, tecnico e della sicurezza e sottostanno a regolamenti meno stringenti sul cui rispetto al Comune spetta il ruolo di vigilare con le pattuglie della Polizia locale, mentre alle forze dell’ordine rimane la discrezionalità di effettuare controlli a campione negli orari di esercizio.

Ora, è bene ricordare che Perugia, ed in particolar modo il suo centro storico, ha una lunga e riconosciuta tradizione legata alla musica, allo spettacolo dal vivo e alla produzione culturale nata dal basso, come certificato dal fatto che alcune delle sue più significative manifestazioni (Umbria Jazz, Umbria che spacca, Festival del giornalismo) sono nate per iniziativa di associazioni culturali che nell’acropoli mossero i primi passi.

E va sottolineato che la città non ha mai perso la vivacità e l’humus culturale che l’avevano contraddistinta nella sua storia più recente, continuando a generare e produrre eventi, progettualità, personalità artistiche.

Spesso questo eco-sistema culturale ha trovato asilo presso musei, gallerie d’arte, libreria, negozi di dischi, addirittura una vecchia edicola, in mancanza di altri spazi idonei, oppure si è dovuto adeguare alle dimensioni ed alle logiche di un bar o ristorante, a volte mortificato a puro “oggetto d’arredo”. Ma altrettanto spesso, in questi anni, pubblici esercizi virtuosi hanno continuato a svolgere un importante ruolo di “incubatore”, ed è a loro, soprattutto, che si rivolge la Guida semplificata realizzata dal Comune in sinergia con gli organismi vigilanti, così da renderli pienamente informati sulle regole vigenti e consapevoli dei propri limiti di azione.

La grande anomalia di questa storia nasce dall’accezione giuridico-amministrativa del “pubblico spettacolo”, cristallizzata nella sue due configurazioni tradizionali: il “teatro all’italiana”, con pubblico seduto che assiste alla performance che si tiene sul palcoscenico o alla pellicola proiettata sullo schermo o la “balera”, con pubblico in piedi nella sala predisposta per balli e attività in movimento.

Nel frattempo il mondo dello spettacolo si è evoluto: la musica dal vivo non esclude, anzi a volte esige, il pubblico in piedi, il teatro e la danza contemporanei spesso diventano “azioni” che interagiscono con il pubblico e si sono assimilate forme di intrattenimento non autoctone, chiamate jam-session, karaoke, slam poetry, stand-up comedy, open-mic, che non trovano alcuna codifica nei quadri normativi di riferimento.

Questa delibera, come detto, ha l’obiettivo di fare chiarezza rispetto alle normative vigenti, nazionali e locali, individuando con precisione le fattispecie di pubblico spettacolo autorizzabili e le forme di piccolo trattenimento realizzabili all’interno dei pubblici esercizi, ma rappresenta anche il primo di una serie di interventi finalizzati a contemperare le diverse esigenze che coesistono in città, e nel centro storico in particolare. Non va trascurato, infatti, il punto che l’Autorizzazione di Pubblico spettacolo segue tutto un iter di esami preventivi e prescrizioni d’uso che estende l’azione degli organismi di controllo dalla fase di valutazione preliminare a quella di vigilanza successiva e che rappresenta la migliore tutela per i diritti di operatori, pubblico e cittadini.

Contestualizzazione

In prospettiva l’azione dell’Amministrazione comunale è mirata a ricreare le condizioni perché possano tornare ad esserci e ad operare in piena legittimità, anche nel cuore della città, dei contenitori in grado di valorizzare la performance e lo spettacolo nella loro essenza (fatta di arti e mestieri) e non quale strumento accessorio al mero commercio (l’intrattenimento): la descrizione esemplificativa delle tante forme di spettacolo restituisce dignità alla performance in ogni sua forma, ma anche all’operatore che vuole investire sulla loro valorizzazione, ben sapendo che per compiere il “salto di categoria” ed ottenere una licenza di Pubblico questo impegno economico aumenta e richiederà lo studio di adeguati strumenti di compensazione a supporto.

Altresì, attraverso l’illustrazione chiara e l’uso di grafiche, la Guida semplificata redatta insieme alle forze dell’ordine e ai vigili del fuoco, disciplina le casistiche consentite e i relativi limiti per piccoli trattenimenti. Puntando a ridurre i margini di dubbio interpretativo si opera solo a beneficio dei piccoli esercenti che puntano sulla cultura dal basso per smarcarsi dal commercio di massa e dei cittadini che desiderano nei propri quartieri presidi di socialità e di cultura, senza doverli cercare nelle periferie industriali e in orari fortemente penalizzanti.

In fondo è questo che sostenevano i tanti musicisti scesi in piazza a Perugia pochi giorni fa, rivendicando il diritto di esistere artisticamente e economicamente, obiettivo che solo il mantenimento di un eco-sistema dove ci sia spazio per tutte le forme ed i livelli di arte performativa ed intrattenimento può garantire.

Il nostro sguardo e la nostra attenzione, però, non sono rivolti solo agli esercenti ed agli artisti, ma anche ai residenti: valutazione dei progetti, prevenzione, monitoraggio sono indicatori di una attenzione al contesto, che tocca in primo luogo chi lo abita, e che, da ora in poi, accompagnato da tavoli di confronto permanenti con i diversi portatori d’interesse, diventerà un modus operandi dell’Amministrazione. Questi atti, infatti, sono solo dei tasselli necessari a comporre un più ampio “Piano della notte”, su cui si sta lavorando per armonizzare socialità, sicurezza, vivibilità e qualità dell’abitare e, più generale, per cercare di governare la socialità e la complessità urbana, e che verrà presentato entro l’inizio dell’estate.

Oggi il problema più grosso per chi deve governare la notte in una città è quello di armonizzare le esigenze contrapposte, lavorare sulla convivenza, facendo in modo che gli effetti dell’esercizio delle libertà di tanti si contemperino con l’esercizio delle libertà di tanti altri. La pianificazione, pertanto, dovrà toccare la gestione dei flussi delle persone nelle ore di riposo, il monitoraggio e la riduzione degli effetti (rifiuti in primis) prodotti dal congestionamento di locali per l’intrattenimento e strutture per il turismo “breve” in aree ad alta densità residenziale, la delocalizzazione aree idonee per la socialità.

Socialità, appunto, e non “Movida”, perché si deve e si vuole superare una narrazione esclusivamente negativa della vita notturna e costruire strumenti concreti di equilibrio tra diritto alla socialità e diritto alla quiete, che passino dalla sicurezza al decoro, dalla implementazione dei servizi a quella degli spazi e continuino a garantire l’attrattività e la ricchezza della città.