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di Sud

Nella premessa al suo Grande dizionario italiano dell’uso (grande in tutti i sensi) Tullio De Mauro avvertiva il lettore di aver inserito nell’opera solo vocaboli ancora vivi. Nel dubbio la parola sarebbe stata inclusa solo se usata da alcuni scrittori, scelti dal grande studioso non per il loro valore letterario ma per la qualità, la quantità e la popolarità (nel proprio tempo) della loro produzione linguistica. Per il Novecento la scelta cadde su Croce e D’Annunzio,

Se la scelta del primo desta meraviglia fino a un certo punto (De Mauro ammirava Croce, e non solo per la comune napoletanità), quella del secondo, così lontano dal suo stile e dalle sue convinzioni politiche, credo gli sia costata un grande sforzo di obiettività. In effetti D’Annunzio ha coniato e reso popolari termini ancora oggi in uso, adattando parole straniere, recuperandone moltissime ormai desuete, oppure inventandone di nuove.

La sua lingua è un mosaico (per chi ama le sue opere), un pasticcio (per chi le detesta) di musicalità ipnotica, ricercatezza e sensualità. Un esempio si trova nella prefazione che D’Annunzio scrisse nel 1909 per la traduzione italiana della Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri. Il libro, pubblicato dal giornalista tedesco Hans Barth ebbe un grande successo e inaugurò il genere della letteratura di viaggio enogastronomico.

Chi altri se non D’Annunzio descriverebbe così un banale formaggio: «la tonda caciottella, quel candido tenero umido formaggio che sembra serbare la più fresca verginità del latte sotto la sua liscia buccia ed esser tuttavia quale Albio Tibullo lo consacrava in mondissima offerta alla dea Pale». A giugno la “caciottella” è al suo giusto punto di stagionatura per accompagnare un crudo di zucchine (rigorosamente romanesche).