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di Wladimiro Boccali*

In principio ho iniziato a frequentare le Feste de l’Unità, poi ho contribuito a organizzarle. La politica era un luogo di aggregazione e le Feste rappresentavano un’esperienza collettiva che si faceva comunità. Una comunità che rispondeva, anche al di là dell’appartenenza. Pian piano questo afflato e questa voglia di condivisione politica sono andati scemando con la fine del Secolo breve, il Novecento.

Le sagre paesane, invece, no: non hanno perso quella capacità di aggregazione sociale. Un’aggregazione trasversale alle età, alle appartenenze sociali, politiche e culturali, con dentro complicità e conflitti. Proprio come nel “mondo reale”. Ciò che ha sempre accomunato tutti è stata la voglia di appartenenza, di comunità, di condividere qualcosa con gli altri. In fondo, cos’è una comunità? È sentirsi parte di qualcosa che va oltre noi stessi, è non sentirsi soli. Tutto ci è apparso più chiaro quando abbiamo attraversato uno dei momenti più cupi degli ultimi anni: quello del “distanziamento sociale”.

Quella pessima definizione, “distanziamento sociale”, ci ha fatto apprezzare ancora di più la ricchezza di umanità che porta con sé l’essere comunità.

Questo, prima di tutto, sono le sagre. Una moltitudine che si trasforma in vicinanza sociale, che costruisce identità e senso di appartenenza. Non cancella le diversità, ma le assembla in un insieme. Questo è lo straordinario valore sociale delle sagre. Poi c’è un aspetto più “materiale”, comunque strumentale alla volontà di contribuire a migliorare il contesto nel quale si vive. I due aspetti non devono e non possono essere disgiunti.

Le feste paesane producono un utile economico, in alcuni casi molto elevato, che viene reimpiegato nella società. In vari modi, che possiamo anche discutere e, magari, regolamentare, ma che non possiamo affrontare come un semplice “reddito da tassare”. Certo, le nuove regole introdotte dalla Riforma del Terzo Settore del 2017, entrata pienamente a regime solo da poco tempo e di cui si è giustamente discusso anche grazie all’iniziativa di alcuni consiglieri regionali, come Betti, richiedono trasparenza e rispetto delle regole. Questa sfida deve essere raccolta dagli organizzatori delle sagre come un’opportunità per essere ancora più legati ai valori originari di questi momenti di aggregazione e di impegno per la cosa pubblica.

Le amministrazioni locali hanno sempre visto di buon occhio la presenza di associazioni, Pro Loco e società sportive attive nell’organizzazione di appuntamenti estivi finalizzati anche alla raccolta di risorse economiche da reinvestire nelle proprie attività. Questo nonostante le periodiche polemiche alimentate da ristoratori ed esercenti privati. Polemiche non sempre prive di fondamento.

Per questo credo che sia necessario un confronto allargato a tutte le parti coinvolte, finalizzato a regolamentare questa ricchezza sociale non nella direzione di ostacolarla, tassarla o impedirla attraverso oneri e responsabilità sempre maggiori per gli organizzatori, ma, al contrario, incentivandone la realizzazione anche in quei luoghi dove questi appuntamenti non si tengono. Magari coinvolgendo i “nuovi cittadini” nell’ottica della costruzione di comunità solidali, accoglienti e aperte a nuove identità.

Il punto è costruire un sistema di regole che renda trasparente e riconoscibile a tutta la collettività il valore sociale rappresentato dalle sagre. Per farmi capire meglio, penso che sia giusto impiegare gli utili di una sagra per realizzare opere destinate ai quartieri (parchi, aree giochi, contributi alle scuole del quartiere, eventi culturali, ecc.). Sarei invece meno favorevole se venissero utilizzati per acquistare o pagare un giocatore della squadra di calcio.

Ho tralasciato un tema centrale delle feste estive sul quale, alla fine della mia esperienza amministrativa, avrei voluto scrivere un libro: la cucina. Una sorta di guida culinaria e racconto sociologico. Avrei voluto raccontare come sono organizzate, chi ci lavora, quali sono i menù, fino a elaborare una mia personale classifica. Poi mi sono reso conto che sarebbe stato un lavoro enorme, vista la ricchezza di esperienze prodotte da centinaia di volontari. Avrei anche dovuto fare un “ripasso” di tutti i piatti, cosa sconsigliata dal mio medico. Ma chissà che un giorno non cambi idea!

*già sindaco di Perugia