di Lucio Caporizzi
Foto ©Romaine/Wikicommons
In un precedente articolo veniva affrontato il tema della prossima programmazione europea 2028-2034, richiamando la cruciale importanza che i Fondi europei – in particolare quelli per la coesione e per lo sviluppo rurale – rivestono per l’Umbria e delineando alcuni possibili profili critici, sui quali merita tornare con qualche ulteriore approfondimento.
Le possibili criticità venivano individuate nella prevista riduzione dei fondi destinati alle politiche di coesione ed allo sviluppo rurale, nell’aumento della quota di risorse gestite direttamente dalla Commissione, nel rischio di indebolimento del ruolo delle Regioni, a fronte di un maggior protagonismo del Governo nazionale e nel confluire di tutti i fondi a ripartizione e gestione concorrente in un unico Piano di Partenariato Nazionale e Regionale.
Ma per quali ragioni la Commissione europea ha presentato una proposta che modifica in misura così incisiva l’attuale quadro normativo? Quali obiettivi intende perseguire e quali benefici ritiene di poter in tal modo conseguire?
Avendo a riferimento la proposta di Regolamento europeo relativo al Piano di Partenariato Nazionale e Regionale (PPNR, da non confondersi con il PNRR), vediamo che le finalità che si intende perseguire sono, sostanzialmente, la semplificazione, una maggior integrazione, la differenziazione, una maggior flessibilità ed adattabilità.
La semplificazione deriva dal passare dai quasi 540 Programmi attuali ai 27 Piani (uno per ciascuno Stato membro), con conseguente attesa semplificazione. Viene ricordato che già ora, per il settore agricolo, si ha un Piano nazionale e si ritiene che, sempre per il settore agricolo, accorpare la Politica Agricola Comune (PAC) in un unico fondo – e non in due come ora – possa portare ulteriori benefici.
Una maggior sinergia tra le diverse politiche è attesa dal processo di programmazione integrata, processo che verrà favorito dall’accorpamento in un unico Fondo e dalla elaborazione di un unico Piano per i diversi fondi, superando in tal modo separatezze e segmentazioni.
La differenziazione, in quanto i Piani nazionali potranno porre maggior attenzione alle specificità degli Stati e superare, così, l’approccio universalistico (il cosiddetto “one size fits all”).
Flessibilità ed adattabilità sono caratteristiche importanti per una programmazione di respiro settennale che, in quanto tale, deve potersi adattare a quei mutamenti di scenario e contesto di riferimento che possono facilmente intervenire in un periodo così lungo. A tal fine si prevede un’assegnazione progressiva dei fondi nel corso del settennio, che dovrebbe facilitare la flessibilità, unitamente alla minor complessità per l’eventuale revisione dei 27 Piani nazionali, rispetto ai 540 di cui sopra.
Di diverso avviso si è mostrato il Parlamento europeo, che, in primo luogo, non approva la riduzione delle risorse destinate ai fondi che dovrebbero confluire nella Rubrica 1 del Bilancio 2028-2034 – tra cui i fondi per la coesione e per lo sviluppo rurale – risorse che passerebbero dagli 810 mld attuali ai 797 previsti.
Con riferimento poi alla previsione dei Piani nazionali (PPNR), il Parlamento teme che la proposta, fondendo diverse politiche in un unico piano per ciascun Stato membro, generi una notevole incertezza in merito alla prevedibilità dei finanziamenti per i beneficiari finali e possa creare un’inutile concorrenza rispetto alle risorse finanziarie disponibili tra i beneficiari delle politiche, comportando il rischio di una maggiore complessità e di compromessi tra le priorità. Inoltre il prevedere un unico Piano per Stato membro, secondo il Parlamento, potrebbe indebolire implicitamente la dimensione europea del bilancio dell’UE e gli obiettivi delle politiche comuni, oltre a comportare un’eccessiva centralizzazione che rischia di escludere le autorità regionali e locali e i portatori di interessi pertinenti da un ruolo significativo nella definizione delle priorità e, conseguentemente, di compromettere la governance multilivello e la dimensione territoriale della spesa (approccio cosiddetto “place based”).
Molti dei contenuti rientranti nella posizione del Parlamento europeo si ritrovano anche nei documenti approvati dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni italiane, che hanno all’unanimità dichiarato la loro netta contrarietà rispetto a ogni possibile centralizzazione delle risorse della nuova programmazione 2028-2034. La paventata concentrazione delle scelte programmatorie a livello centrale, infatti, rischierebbe, secondo le Regioni, di compromettere l’efficacia degli interventi e di ridurre la capacità di risposta alle esigenze dei territori. Pertanto esse chiedono al Governo nazionale di salvaguardare la dimensione territoriale della programmazione e il ruolo delle amministrazioni regionali nella definizione delle strategie di intervento e nell’attuazione dei programmi. A tal fine viene considerata fondamentale la previsione di capitoli regionali o territoriali all’interno del Piano nazionale, garantendo alle Regioni (alle autorità di gestione dei capitoli regionali) un ruolo attivo nella elaborazione programmatica, sia nella negoziazione del capitolo con i partner nel territorio sia nelle interlocuzioni tecniche con la Commissione europea.
A fronte di tali richieste, i Presidenti delle Regioni italiane lamentano il mancato riscontro da parte del Governo di tutte le richieste di dialogo e di coinvolgimento da parte delle Regioni stesse. È evidente che un tale atteggiamento di chiusura da parte del Governo nazionale non può non accrescere le preoccupazioni per il ruolo degli Enti territoriali nella prossima programmazione europea 2028-2034.
È bene ricordare che quanto fin qui sinteticamente descritto, in questo e nel precedente articolo, è tutt’ora allo stato di proposta della Commissione europea e, in quanto tale, soggetto alle analisi e negoziazioni in sede di trilogo (cioè discussione tra Commissione, Parlamento e Consiglio europei) e, quindi, probabili aggiustamenti e modificazioni. Nondimeno è opportuno seguire e, per quanto possibile, presidiare il percorso.
Più d’uno, ad iniziare dal Parlamento europeo, ha evidenziato il rischio – in un Fondo unico dove vengono allocate risorse di diversa natura e finalità – di competizione tra i beneficiari delle politiche per accaparrarsi la fetta più grande della torta. Ma un eventuale atteggiamento difensivo di tal genere, dove le varie categorie economiche e sociali e le rispettive costituencies si battono per mantenere la loro quota di risorse rischia di risultare miope e, in ultima analisi, perdente. Se il Fondo unico ed il Piano nazionale resteranno, sarebbe più utile cogliere le possibilità di sinergie ed integrazione che essi offrono, avendo a riferimento e come obiettivo non tanto la tutela delle varie categorie di beneficiari, quanto le esigenze di investimento e gli obiettivi di sviluppo dei territori, cosa questa che dovrebbe essere il principale interesse e valore da tutelare da parte dei decisori politici locali.



