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di Luca Gammaitoni*

Da diversi mesi, nel mondo scientifico, è in corso un dibattito su come delineare il futuro della ricerca europea nel campo dell’Intelligenza artificiale (IA). Tra le proposte avanzate vi è quella del Premio Nobel Giorgio Parisi e di altri ricercatori, che hanno suggerito la creazione di un centro di ricerca europeo sul modello di quello che il CERN di Ginevra ha rappresentato per la fisica delle particelle elementari. Un’istituzione dedicata all’IA, con l’obiettivo anche di contribuire a colmare l’evidente divario che l’Europa ha accumulato nei confronti degli Stati Uniti e della Cina.

La proposta, presentata nel 2025, ha ottenuto nel febbraio di quest’anno l’appoggio del Governo italiano, per voce della ministra della Ricerca Anna Maria Bernini, e, il 9 giugno, anche quello del principale partito di opposizione, nel corso di un seminario al Nazareno con la segretaria del PD, Elly Schlein, Giorgio Parisi e Pierluigi Contucci. Lo stesso tema è stato rilanciato da Andrea Capocci sulle pagine de il manifesto il 28 agosto scorso.

Di questa interessante proposta abbiamo discusso anche nel corso del convegno internazionale organizzato la scorsa settimana a Gubbio dal mio gruppo di ricerca, il Noise in Physical System Laboratory dell’Università degli Studi di Perugia, dal titolo Unconventional Pathways Toward Strong Artificial Intelligence, ovvero Percorsi non convenzionali verso l’Intelligenza Artificiale Forte.

Il convegno, al quale hanno partecipato ricercatori di ambito sia scientifico sia umanistico provenienti da numerosi Paesi, aveva l’obiettivo di discutere lo stato della ricerca nel campo dell’IA forte: una tecnologia ancora lontana dall’essere realizzata, ma che, almeno in linea teorica, dovrebbe essere in grado di confrontarsi alla pari con l’intelligenza umana.

Nel corso delle numerose discussioni che si sono susseguite è emersa un’interessante distinzione tra l’approccio americano e asiatico, da un lato, e quello europeo, dall’altro. Come è noto, Stati Uniti e Cina hanno assunto da anni una posizione preminente nel campo dell’IA generativa, grazie soprattutto allo sviluppo dei cosiddetti Large Language Models, e stanno investendo ingenti risorse per consolidare e accrescere il proprio vantaggio competitivo. Si percepisce abbastanza chiaramente come il percorso privilegiato da questi Paesi sia sostanzialmente orientato al potenziamento e all’evoluzione con continuità delle tecnologie già esistenti.

Di segno decisamente diverso appare invece l’orientamento di numerosi ricercatori europei, favorevoli a promuovere la ricerca lungo direzioni nuove e alternative rispetto a quelle attualmente dominanti. In questa prospettiva, la proposta avanzata da Giorgio Parisi e dai suoi colleghi rappresenta un’opportunità di particolare interesse perché costituirebbe la cornice entro la quale poter sviluppare una ricerca indipendente, finanziata con fondi pubblici.

Dal mio punto di vista, pur condividendo alcune delle perplessità emerse da tempo nel mondo scientifico — si veda, a questo proposito, l’interessante articolo di Alessandro Vespignani pubblicato sul Corriere della Sera il 28 ottobre dello scorso anno, anch’egli presente al convegno di Gubbio — circa la fattibilità concreta di un “CERN dell’IA”, ritengo che sarebbe quanto mai utile avviare un’iniziativa coordinata a livello europeo. Un’iniziativa capace di offrire al Vecchio Continente una nuova opportunità per valorizzare il grande potenziale della ricerca, al di fuori della logica delle immediate ricadute economiche.

È infatti fuori di dubbio che la scelta di non inseguire il predominio extraeuropeo sulle tecnologie esistenti sia innanzitutto una scelta politica, che privilegia l’investimento in un futuro non necessariamente orientato a risultati economici immediati. Investire in percorsi non convenzionali verso l’IA forte comporterebbe costruire un’istituzione di ricerca europea libera dal troppo spesso soffocante paradigma del “three years to market”, secondo il quale la ricerca deve produrre, nel giro di pochi anni, risultati immediatamente traducibili in prodotti commercializzabili. Significherebbe, al contrario, restituire spazio alla ricerca di base e a percorsi privi di ricadute immediate, ma che, nella storia della scienza, hanno spesso prodotto per l’umanità risultati inattesi e preziosi.

Questa prospettiva sembra inoltre sposarsi bene con l’appello recentemente formulato da Papa Leone XIV nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas.  Si tratta di scegliere se edificare la Babele del predominio tecnologico o ricostruire Gerusalemme, anche mediante un’IA capace di rendere «la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, più umana», riprendendo parole che furono già di Giovanni Paolo II nella Redemptor hominis. In questo senso, credo di poter dire che esista una notevole convergenza tra i ricercatori intorno all’idea che un’istituzione di ricerca europea, strutturalmente leggera — non servono, in questo caso, le Gigafactory — e dotata di personale proveniente tanto dagli ambiti scientifici quanto da quelli umanistici, possa rappresentare una scelta strategica. Un’istituzione che faccia da hub a una rete di laboratori diffusi sul territorio europeo potrebbe infatti consentire di affrontare una competizione che merita di essere intrapresa: la corsa verso un’IA veramente umana, capace di dialogare con l’uomo perché progettata a misura dell’uomo e non come suo sostituto.

*Direttore NiPS Laboratory, Università di Perugia