di Sud
Alla metà degli anni ’90 Paolo Repetti e Severino Cesari, curatori della collana einaudiana “Stile libero”, lanciarono i “Cannibali”, quel gruppo di scrittori che ruppero con la tradizione letteraria precedente, anche con quella della neoavanguardia, mescolando nei loro testi violenza, umorismo grottesco, linguaggio televisivo e cultura pop. Con gli anni molti di quegli scrittori hanno abbandonato quello stile, spesso con ottimi risultati.
Chi ne ha ottenuti di più lusinghieri è stato Niccolò Ammaniti, vincitore nel 2007 del Premio Strega con Come Dio comanda, del Viareggio nel 2001 con Io non ho paura (dal quale Salvatores trasse un bel film) e ancora nel 2023 con La vita intima. Il suo romanzo d’esordio fu Branchie, uscito nel 1994, due anni prima della pubblicazione di Gioventù cannibale, l’antologia che stabilì la denominazione del nuovo movimento.
Lungi da me voler riaprire, e in questa sede, la questione sul valore letterario dei romanzi di Ammaniti; mi permetto però di segnalare un quasi insignificante dettaglio linguistico che però, quando lo notai per la prima volta in Branchie, mi parve una stonatura. Nel romanzo, Maria, l’opprimente fidanzata di Marco, il protagonista malato di cancro, gli prepara un panino con l’Auricchio piccante imbottito di sedativi, per placare i sintomi della sua malattia.
Il romanzo è ambientato a Roma, quindi il panino sarà stato probabilmente uno sfilatino, ma Marco, lo definisce “panuozzo”, adoperando il suffisso scherzoso-giovanilistico “ozzo”. Ora, per chi non lo sapesse, il panuozzo esiste, e non è affatto uno sfilatino. Si tratta di due basi piatte e oblunghe di pasta di pane cotte a legna, che a Gragnano, sua patria, imbottiscono variamente. A settembre la morte sua è con melanzane a funghetto e fiordilatte di Agerola.



