Si moltiplicano le azioni legali: uno scontro da centinaia di milioni di euro. Sarà la Magistratura a decidere sulla proprietà Colacem. Il ruolo di Vacchi. Le difficoltà del capitalismo familiare.
di Gabriella Mecucci
Photo: credits by@Umbria24
Quella dei Colaiacovo non è più una guerra, è diventato un assedio. La “cittadella” che si sta tentando di isolare e di sconfiggere è guidata dall’ottantenne zio Carlo in alleanza coi figli del fratello Giovanni: Ubaldo e Carmela.
La vicenda merita di trovare una narrazione che vada aldilà dei titoli “sparati” a suon di centinaia di milioni. E’ infatti emblematica delle difficoltà del “capitalismo familiare”. E infatti non è la sola guerra italiana fra parenti, basti ricordare l’intricata e scandalosa vicenda Agnelli o, risalendo indietro nel tempo, la “rovina” dei Gucci. La “Colaiacovo war” è meno appariscente e fa meno notizia di queste, ma entra a buon diritto nella Storia con la S maiuscola della piccola Umbria.
Il ruolo di Vacchi e Cucinelli
Lo zio Carlo e il nipote Ubaldo, due dei quattro rami della famiglia, avevano conseguito in aprile una vittoria che appariva decisiva. Erano cioè diventati proprietari del 75 per cento di Financo, la finanziaria di famiglia che detiene Colacem, terzo gruppo cementiero italiano. Lì per lì sembrò una prodezza niente male. In un colpo solo veniva liquidato Giuseppe, il nipote ribelle che aveva sempre dato filo da torcere allo zio Carlo, e risultavano marginalizzate Francesca e Paola, figlie di Pasquale, che con il loro 25 per cento sembravano non avere più voce in capitolo nelle decisioni, anche perché i vincitori le espulsero prontamente da tutti gli organi dirigenti del gruppo.
Quando si cerca di stravincere però, si rischia sempre di incorrere nella lotta di resistenza all’ultimo sangue degli sconfitti. Ed è andata proprio così: è scattato cioè l’assedio alla “cittadella” guidata dallo zio Carlo che aveva acquisito nel tempo un terzo alleato, Gianluca Vacchi, multimilionario e influencer che meriterebbe una narrazione a parte.
Prima di raccontare la lotta in corso, occorre fare una premessa sul ruolo storico del nipote Giuseppe. La Gold, finanziaria di sua proprietà, da tempo era pesantemente in difficoltà. Correva voce che quel prezioso 25 per cento di Financo che deteneva fosse in vendita per far fronte alla mole di debiti. Ma Giuseppe ha sempre avuto un grande amico in Brunello Cucinelli che non soffre certo di mancanza di liquidità. Questi decise di dargli una mano e insieme a Gianluca Vacchi e ad altri tre imprenditori creò la società Eques che salvò Giuseppe prestandogli 150 milioni di euro. L’intervento era indispensabile, ma non lo sarebbe stato se lo zio Carlo e il nipote Ubaldo non avessero bocciato la proposta di acquisto di un fondo americano che era disposto a pagare la Colacem un miliardo e 650 milioni di dollari. Giuseppe, Francesca e Paola sarebbero stati inclini a prendere in considerazione l’offerta, ma gli altri due rami della famiglia si pronunciarono contro. Questi speravano di prendere il 25 per cento di Giuseppe a prezzi stracciati, viste le difficoltà in cui versava, ma scattò il salvataggio Cucinelli-Vacchi.
I grandi profitti di Colacem negli ultimi anni
Il gruppo cementiero eugubino da anni ormai, dopo un periodo di difficoltà, ha ripreso a realizzare forti profitti – i miliardi del Pnrr hanno arricchito il mercato del cemento – ma è paralizzato dal logorante conflitto interno alla famiglia. Le due metà: il 50 per cento guidato da Carlo e Ubaldo e il 50 di Giuseppe, Francesca e Paola non hanno mai smesso di scontrarsi: era diventato impossibile persino approvare il bilancio Colacem. Come uscirne? Bisognava pur trovare una qualche soluzione, altrimenti alla fine ci sarebbe stato l’intervento decisivo della Magistratura. I bilanci infatti devono essere votati: è un obbligo.
Questo braccio di ferro senza via d’uscita è da tempo seguito a Gubbio e in Umbria come fosse un giallo di Stephen King. Sono stati evocati persino i più grandi maestri delle saghe familiari, quelli che hanno raccontato la crisi di imperi economici causata dai conflitti fra genitori, figli e nipoti. Qualcuno un po’ per scherzo e un po’ per il gusto di trovare qualche riferimento letterario si è divertito a definire i Colaiacovo i “Buddenbrook de noantre”.
Una battutaccia ovviamente, ma che rende l’idea di quanto la guerra eugubina oscillasse fra il drammatico e il ridicolo. Era tempo dunque di cercare le strade di una “pax cementiera”.
Il “giallo finanziario”: un colpo di scena dietro l’altro
Gianluca Vacchi a marzo di quest’anno è intervenuto di nuovo nella vicenda comprando la quota Financo di proprietà di Giuseppe per la mirabolante cifra di 450milioni. Pochi giorni dopo, Cucinelli fece sapere che usciva da Eques e che si tirava fuori dall’intera faccenda. E che il suo scopo era stato solo quello di dare una mano all’amico Giuseppe. Non intendeva dunque partecipare all’avventura del suo amico e sodale Vacchi che a quel punto sembrava entrato in prima persona nel grande business cementiero. Ma a Gubbio non va dato nulla per scontato. L’acquisto era infatti sottoposto al diritto di prelazione della famiglia Colaiacovo. Un fratello o un nipote, mettendo sul tavolo la stessa cifra di Vacchi, poteva aggiudicarsi la quota del 25per cento sottraendola al finanziere-influencer. Carlo e Ubaldo riuscirono a farlo. Raccogliere 450milioni fu difficile, ma la loro caccia al tesoro risultò vincente.
Il diavolo però si nasconde sempre nei dettagli e anche questa volta vi ha trovato rifugio. Fra chi aveva prestato il danaro allo zio e al nipote c’era anche Gianluca Vacchi e cioè colui al quale i due volevano sottrarre il 25 per cento di Financo facendo valere il loro diritto di prelazione. Strano no?
La notizia del colpo di scena arrivò alle orecchie di Francesca e Paola, le due sorelle considerate il ramo “sconfitto” della famiglia. Sino ad allora Carlo e Ubaldo apparivano come i sicuri vincitori col loro 75 per cento di Financo – una maggioranza imbattibile. Giuseppe, dal canto suo, non se la passava certo male coi 450milioni da riscuotere, mentre le figlie di Pasquale apparivano decisamente out. Ma mai fermarsi alle apparenze.
I 150milioni sequestrati e i 690 richiesti da Giuseppe
Le due perdenti partirono al contrattacco e ricorsero al tribunale di Milano davanti al quale sollevarono due importanti questioni. La prima: se Vacchi ha prestato 70milioni di euro a Carlo e Ubaldo, vuol dire che la faccenda ha superato i confini familiari e quindi il diritto di prelazione non è più applicabile. Seconda questione: fra Giuseppe, Francesca e Paola preesisteva un patto sulla base del quale la vendita delle quote doveva essere fatta insieme. Se ciò non fosse accaduto, chi rimaneva fuori dal business avrebbe dovuto avere 150milioni di euro come pagamento del danno ricevuto.
La Magistratura milanese deciderà in tempi brevi su entrambe le eccezioni sollevate, ma intanto ha già provveduto a sequestrare, a titolo cautelativo, i 150milioni. I guai non vengono mai da soli e a Carlo e Ubaldo ne è capitato un secondo. Giuseppe gli ha chiesto, con tanto di istanza davanti al tribunale di Firenze, 690 milioni di danni perché in passato gli avrebbero impedito di vendere la sua quota di Financo. I due vincitori di aprile si trovano dunque ora in una “cittadella assediata” con attacchi su tutti i lati alle mura del loro 75per cento. La fortificazione potrebbe cedere.
La pax cementiera è lontana
L’intera storia suggerisce almeno un paio di conclusioni. La prima è che a causa di questo aggrovigliato mega business, la schiatta degli imprenditori eugubini sembra sempre più immersa in una crisi verticale. Una spirale che sarà difficile fermare e che non è certo foriera della tanto invocata pax cementiera. La seconda conclusione riguarda il fatto che questa vicenda è emblematica della crisi del capitalismo familiare. In genere questo vive momenti difficili per la volontà di affermazione di un ramo della famiglia sull’altro. Ed è proprio quello che è successo sin qui nella nostra storia che sarà ancora lunga e perigliosa. Appuntamento alla prossima puntata.



